Atteone sbranato dai suoi cani – Ricerca mitologica di Giovanni Teresi

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Diana e Atteone – ricerca immagini tramite google

 

Autonoe e Aristeo ebbero il figlio Atteone, che fu allevato da Chirone e divenne cacciatore: tempo dopo, sul Citerone, fu sbranato dai suoi stessi cani. Causa di questa morte fu secondo Acusilao, l’ira di Zeus nei suoi confronti, perché faceva la corte a Semele; ma in genere si racconta che morì per aver visto Artemide mentre faceva il bagno.

La dea lo tramutò immediatamente in cervo, fece diventare rabbiosi i cinquanta cani che lo seguivano, e quelli, che non lo riconobbero, lo divorarono.

Morto ormai Atteone, i suoi cani cercavano il padrone, e guaivano, finché arrivarono alla grotta di Chirone: questi fece un ritratto di Atteone, grazie al quale i cani guarirono dalla rabbia.

 

Ecco dei cani d’Atteone i nomi …

Così accerchiarono il bel copro – ormai di bestia –

E lo sbranarono, i forti cani. Prima s’avventa Arcena,

… poi i vigorosi suoi figli,

Linceo e Balio – zampe imbattibili – e Amarinto.

E tutti li enumerò con il loro nome … :

così trovò la morte Atteone, per volontà di Zeus.

Per primi bevvero del padrone il nero sangue

Sparto e Omargo e Bores rapido nella corsa:

per primi mangiarono la carne di Atteone e il suo sangue

lapparono, e poi tutti gli altri, rabbiosi, si avventano …

essere un rimedio per gli uomini, ai gravi affanni.

 Giovanni Teresi

 

Bibliografia: Apollodoro Biblioteca – Il libro dei miti – Oscar Mondadori

 

 

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“Triste realtà” lirica di Giovanni Teresi in ricordo delle vittime dell’11 settembre in Cile

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2019/09/11/il-ricordo-dell11-settembre-in-cile.-il-golpe-pinochet_d783134a-c592-4472-aa50-64addf37ad31.html?fbclid=IwAR0flgOXazy9oQ7VaQQKoHg16jw5gS2tUD67IMiheWIpIJzTnxbMIxaYsh8

 

Triste realtà                              (lirica di Giovanni Teresi)

Il tempo trascina le ore,
travolge il presente,
cresce sulle lapidi il muschio …
Tra le lettere consunte,
un timido lumino
rischiara le tenebre.
Un fiore, ch’era gioia
di profumi e colori ,
anch’esso reciso alla natura,
è posto come a fermare
i ricordi, il freddo.
Triste e doloroso giorno
rapito dall’infinito!
Accanto la solitudine la foto
e il volto che offre ancora
un attimo di sorriso.
Tra rami rinsecchiti
si nasconde il tempo
e nella nuda umida terra
il passato.

Giovanni Teresi

 

“Innocenza troncata” lirica di Giovanni Teresi dedicata alla vittime innocenti

11 Settembre 2001 – ricerca immagini tramite google

 

Innocenza troncata

 Dio ha accolto

il candido fiore

reciso e calpestato.

Piange sul sangue versato.

Il vento dell’odio

solleva la polvere nera

su ciò che ha creato.

È offeso, è deluso …

Ignoti passi cruenti

vagano nel fango

ignominia del mondo,

insanguinato da mano assassina.

Dio stringe nelle sue mani

l’innocenza recisa,

riscalda ancora le albe

e i tramonti,

continua ad amare …

Gira il globo avvolto dal vento

nel silenzio, nel suo duro cemento.

Dio è incredulo dell’assenza

del cuore, della mente.

Abbraccia le anime pure,

i fiori più belli

profumo della sua Luce

ch’è vera sola gioia di salvezza.

 

Giovanni Teresi

 

Dedicata alle vittime innocenti

La nona fatica di Eracle: la cintura di Ippolita – ricerca mitologica di Giovanni Teresi

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Le dodici fatiche di Eracle – ricerca immagini tramite google

 

Ippolita era la regina delle Amazzoni, che abitavano presso il fiume Termodonte: una popolazione davvero forte in battaglia. Si esercitavano sempre in attività maschili, e se per caso una di esse aveva una relazione con un uomo e restava incinta, allevavano sole le figlie femmine; si tagliavano via la mammella destra per non avere impedimenti nel maneggiare le armi, e la sinistra la lasciavano per poter allattare.

Ippolita aveva ricevuto la sua cintura da Ares, in segno della sua superiorità su tutte le altre.

Eracle era stato inviato a prendere proprio questa cintura per portarla ad Admete, la figlia di Euristeo, che la desiderava.

Si mise per mare con una schiera di volontari, su una sola nave, e arrivò all’isola di Paro, dove abitavano i figli di Minosse: Eurimedone, Crise, Nefalione e Filolao. Ma avvenne che due dei compagni di Eracle, sbarcati dalla nave, furono uccisi dai figli di Minosse; allora l’eroe, infuriato, li uccise all’istante, e strinse d’assedio gli altri abitanti dentro la città, finché questi gli mandarono un’ambasciata, con la proposta di scegliersi due uomini a suo piacimento, in cambio dei suoi due compagni uccisi. Eracle tolse l’assedio, e scelse Alceo e Stenelo, i figli di Androgeo, a sua volta figlio di Minosse.

Poi partì, e arrivò in terra di Misia, dove fu ospite di Lico, figlio di Dascilo. In cambio della sua accoglienza, l’eroe aiutò Lico nella guerra contro il re dei Bebrici: molti morirono per mano di Eracle, e anche il re Migdone stesso, fratello di Amico. A Lico poi affidò un vasto territorio sottratto ai Bebrici: e l’intera regione venne chiamata Eraclia.

Quando finalmente l’eroe approdò nel porto di Temiscira, Ippolita si recò a fargli visita: la regina s’informò dello scopo della sua missione, e gli promise la cintura.

Ma intanto Era, travestita a Amazzone, girava fra il popolo, dicendo che erano arrivati degli stranieri con l’intenzione di rapire la regina. Allora le Amazzoni si armarono e corsero a cavallo verso la nave. Eracle, quando le vide arrivare in assetto di battaglia, sospettò un tradimento: uccise Ippolita, le strappò la cintura, poi, dopo aver sbaragliato tutte le altre, salpò per Troia.

In quei giorni la città era afflitta da un grave flagello, a causa dell’ira di Apollo e di Posidone.

I due dei, infatti, per mettere alla prova la tracotanza del re Laomedonte, avevano assunto le sembianze di uomini, e si erano accordati con lui per fortificare con le mura la cittadella di Pergamo, dietro compenso. Ma quando poi ebbero terminato il lavoro, Laomedonte si rifiutò di pagarli. Allora Apollo aveva mandato una pestilenza, e Posidone un mostro marino, il quale, spinto fuori dalle onde con la marea, avanzava nella terraferma e faceva strage di uomini. Gli oracoli avevano rivelato che quella gran disgrazia avrebbe avuto fine se Laomedonte avesse esposto sua figlia Esione in pasto al mostro: così la fanciulla era stata incatenata a una roccia vicino al mare. Eracle vide la fanciulla esposta sullo scoglio, e promise che l’avrebbe salvata, se Laomedonte gli avesse ceduto le cavalle che Zeus aveva dato in cambio del rapimento di Ganimede.

Laomedonte gli diede la sua parola, Eracle uccise il mostro e salvò la fanciulla. Ma il re a quel punto gli rifiutò il compenso pattuito: allora Eracle minacciò guerra a Troia, e poi ripartì.

Giunto a Eno, venne ospitato dal re Polti. Mentre stava per riprendere il mare, sulla spiaggia di Eno colpì e uccise l’insolente Sarpedone, figlio di Posidone e fratello di Polti. Sbarcò poi a Troia, sottomise i Traci che vi abitavano, e la diede da colonizzare ai figli di Androgeo. Da Taso arrivò a Torone, lì Poligono e Telegono, i figli di Proteo, a sua volta figlio di Posidone, lo sfidarono a duello, ed Eracle li uccise entrambi. Giunto infine a Micene, consegnò la cintura a Euristeo.

Giovanni Teresi

Bibliografia: Apoollodoro Biblioteca “Il libro dei miti” Ediz. Oscar Mondadori

“Il Satiro danzante” lirica di Giovanni Teresi

Satiro danzante di Mazara del Vallo – ricerca immagini tramite google

 

 

Il Satiro danzante

 

Viaggiava su nave greca un giovane

con membra scultoree,

il suo canto s’univa alle note del mare;

il vezzo dell’onde sui remi

modellava il suo corpo.

Dentro la stiva portava il pescato,

sul suo volto l’arsura del sole;

bagnava i ricciuti capelli,

e ardeva d’amore.

Negli occhi splendeva una luce,

che insolita nella notte brillava.

Allora Zeus volle rapirlo dal mondo,

con sonno profondo,

l’accolse nell’Olimpo tra danze

e piccanti profumi.

Dal torpore svegliatosi il giovane,

specchiatosi nelle acque profonde,

volle seguire il suo sogno ammaliante:

divenire satiro danzante.

A terra tornato, seguì incantato

una schiera di donne eccitate…

dal ballo snervante ne uscì ammaliato.

L’ebbrezza del vino, l’amor eccessivo

mutarono il suo terreno destino;

confuso, il tempestoso mare riprese.

Segui  per miglia gabbiani e delfini,

sentì poi la voce divina:

Mai eccedere si deve a misura d’uomo!

il vizio spalanca le porte dell’Ade!”

così, sperduto negli abissi,

trovò eterna dimora.

Passò millenni adagiato sul fondo salmastro,

coperto d’alghe e baciato da pesci.

Un dì fu imbrigliato in rete e tirato a riva

coi capelli al vento, le membra consunte

e l’ardito fallo

a largo di Mazzara del Vallo.

 

Giovanni Teresi

“Ultimo atto” lirica di Giovanni Teresi ispirata e dedicata ai sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki

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Hiroshima e Nagasaki  8 – 9 Agosto 1945 – ricerca immagini tramite google

 

 

https://www.arte.tv/it/videos/085197-008-A/yamaguchi-sopravvissuto-a-hiroshima-e-nagasaki/?xtor=CS2-353-%5BIT_Ansa.it+%5D-%5BANSA.it%5D

Ultimo atto

Camminavo tra le spoglie mura;

prigioni di tutto.

Mi specchiavo nella pozzanghera

che rifletteva anche il volto della luna;

m’ero invecchiato come le pieghe delle zolle!

Mi guardavo le mani tremanti,

esili come i rami secchi della siepe.

Guardavo i bambini emaciati

colle membra raggrinzite,

le loro ossa trasparenti alla pelle.

Il dolore, la tristezza cancellava il futuro.

La pietà non era più dell’uomo

capace di tanta viltà.

Volevo gridare la rabbia

oltre le mura col peso del silenzio.

Volevo gridare l’orrendo sogno d’inverno

nell’ultimo atto di vita

tra le ceneri e la miseria.

Volevo bruciare il mondo.

Ora vecchio,

non so come scampato alla morte,

ricordo gli attimi funesti,

il pietoso sguardo dei fanciulli

sepolto nel buio della storia.

Giovanni Teresi

 

Dernier acte

 Je marchais entre les murs nus,

prisons de toute chose.

Je me reflétais dans la flaque

où se mirait le visage de la lune;

n’avais-je pas vieilli comme les plis des mottes!

Je regardais mes mains tremblantes,

minces comme les branches sèches des haies.

Je regardais les enfants émaciés

dont les membres étaient rabougris,

leurs os se faisant transparents par la peau.

La douleur, la tristesse effaçait le futur.

La pitié n’était plus le lot de l’homme,

seul capable d’aussi gran de lâcheté.

Je voulais crier ma rage,

par delà les murs alourdis par le silence.

Je voulais crirer mon horrible rêve d’hiver

dans le dernier acte de vie

entre les cendres et la misère.

Je voulais brûler le monde.

Maintenant vieux,

je ne sais comment, nescapé de la mort,

je me souvienne des instants funestes,

le renard piteux des enfants

enterré dans l’obscurité de l’histoire. (1)

Giovanni Teresi

(1) Traduction par M. Gioacchino Grupposo

Diònisio il dio della vite – adattamento mitologico di Giovanni Teresi

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Il mito di Diònisio ed il culto della vite – ricerca immagini tramite google

 

 

Strepito, suono, gran folla, gran tripudio. Eccolo, è là, guida uno spensierato e disordinato corteo; è Diònisio, il giovanissimo dio della vite, incoronato d’edera; bella è la sua guancia dai lineamenti quasi femminei, la sua testa coperta da voluttuosi riccioli.

Egli guida quella folla felice, gioconda, forsennata:

Chi vuol essere lieto, sia!”, sembra gridare Diònisio, invitando tutti i viventi.

Egli, figlio di Zeus e Sèmele, una mortale che fu incenerita da Zeus, passa tra le vie della città. Era, per la gelosia, scendendo dall’Olimpo sulla terra, assunto l’aspetto di una vecchia, andò a trovare Sèmele e le disse:

Conosci l tuo sposo, che mai ti si rivela; forse egli t’inganna, dicendoti che il figlio che aspetti è prole di Zeus”.

Iddio, però, non si può conoscere: non può lo sguardo degli uomini sostenere il suo fulgore e l’ignara figlia di Cadmo pregò ardentemente lo sposo di rivelarsi e tanto lo pregò che egli acconsentì: ma restò incenerita non appena si manifestò a Zeus, il quale solo con un prodigio potè salvare il figlio che ella portava in grembo.

Diònisio così, rimasto orfano, venne affidato alle Ninfe ed allevato entro un’odorosa grotta d’un favoloso monte, opaco per folte e verdeggianti selve, il monte Nisa, fragrante di fiori. Crebbe confortato dalle Ninfe ed educato da Silèno, che, sebbene assai vecchio, seguì il suo alunno nelle allegre preregrinazioni per valli ubertose.

Ora è qui Diònisio e ride e canta e suona e balla, infondendo in tutti allegria: fremono perfino i cuori degli immortali e trovano misterioso oblio anche le menti dei mortali, che in quella festa sono invasi da indicibile piacevolezza. Passa Diònisio ed elargisce abbondante vino puro, il succo dell’uva, che nasce tra pampini e tralci. Giovani e vecchi, fanciulli e fanciulle bevono e cantano e s’uniscono al coro di Ninfe innamorate e allegri satiretti  … e via le preoccupazioni, gli affanni, i dolori!

Sopra un asinello il vecchio Silèno è traballante, ma lieto e giocondo, tuttavia; gode di quella baldoria, si diverte assieme a tutti gli altri. in mezzo a quella folla di uomini, satiri, ninfe, tripudiano anche leoni, pantere, capre; saltano anche loro, ballano al suono ed al canto del gioioso Diònisio, dispensatore d’ebbrezze, che tutti accomuna nello strèpitio giocondo e forsennato.

Chi vuol essere lieto, sia!”.

Giovanni Teresi

Mito e poesia