“Le emozioni nella letteratura e nell’arte” di Giovanni Teresi

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Estasi di Santa Teresa d’Avila – opera di Gian lorenzo Bernini – ricerca immagine tramite google

 

 

Le emozioni nella letteratura e nell’arte

 La poetessa Saffo (640 a.C. -570 a.C.) nella seguente lirica descrisse, con la precisione di un clinico, il profondo turbamento indotto dalla visione dell’amata, i sintomi correlati al vissuto emotivo e la successiva sincope.

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La poetessa Saffo – Pompei

 

A me pare uguale agli dèi
chi a te vicino così dolce
suono ascolta mentre tu parli
e ridi amorosamente. Subito a me
il cuore si agita nel petto
solo che appena ti veda, e la voce
si perde nella lingua inerte.
Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle,
e ho buio negli occhi e il rombo
del sangue nelle orecchie.

E tutta in sudore e tremante
come erba patita scoloro:
e morte non pare lontana
a me rapita di mente

 

Giuliano l’Apostata (331 d.c. – 363 d.c.) nel testo satirico ”Odiatore della Barba”, scritto al fine di difendere il proprio operato dopo essere stato malamente accolto dalla città di Antiochia, raccontò un episodio di estrema emozione.

Al pari del sentimento amoroso anche il fervore religioso può essere vissuto con tale intensità emotiva da creare condizioni destabilizzanti per i meccanismi psicologici che mantengono lo stato ordinario di coscienza.

Tale stato psichico è definito estasi: dal greco ”essere fuori di sé . E’ una condizione di sospensione dell’esperienza comune, propria dell’atteggiamento mistico, il quale si concentra esclusivamente su un oggetto soprannaturale di natura divina.

L’estasi è stata frequentemente rappresentata nell’arte antica. Famosissima è la scultura del Bernini transverberazione di Santa Teresa sita nella cappella Cornaro di Santamaria della Vittoria a Roma che rappresenta Santa Teresa nel momento di massima sublimazione della gloria celeste.

La Santa soffriva di svenimenti improvvisi, “sovente i muscoli le si contraevano a tal punto da farla arrotolare come un gomitolo e il suo corpo si irrigidiva per ore nella medesima posizione; era disgustata da qualsiasi cibo e rimetteva quasi tutto quello che ingeriva”.

 Di emozioni ci si può ammalare, lo sapeva bene il Boccaccio (1313-1375) che nel Decamerone, alla novella VIII della seconda giornata, descrisse la grave infermità di un giovanotto alle prese con un amore impossibile. Solo il brillante intervento di un giovane medico, accortosi che il battito del polso accelerava alla vista della fanciulla amata, permise di diagnosticare il mal d’amore.

A volte però le emozioni sfuggono al controllo della ragione provocando, in soggetti predisposti, disturbi neurologici o psichiatrici. E’ descritto col termine di “sindrome di Stendhal” il malessere che colpisce alcuni turisti mentre contemplano un’opera d’arte. Di questo disturbo psichico patirono turisti famosi come lo stesso Stendhal, che ne fu protagonista nel corso della sua visita alla Basilica di Santa Croce e ne annotò i sintomi nei suoi diari.

Le emozioni sono essenziali per la nostra esistenza: con esse comunichiamo i nostri stati d’animo, reagiamo agli eventi, ci prepariamo ad affrontare situazioni. L’uomo nel corso dell’evoluzione ha imparato a manifestare le emozioni col linguaggio verbale pur conservando modalità espressive più arcaiche.

Giovanni Teresi

“Iò la sacerdotessa di Era tramutata in vacca da Zeus” – Ricerca mitologica di Giovanni Teresi

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Il mito di Io – ricerca immagini tramite google

 

Iò la sacerdotessa di Era

Da Argo e Ismene, figlia di Asopo, nacque Iaso, e da Iaso, si dice, nacque . Ma Castore, l’autore delle Cronache e anche numerosi tragici raccontano che il padre di Iò era Inaco; mentre Esiodo e Acusilao la dicono figlia di Pireno. Pur essendo Iò sacerdotessa di Era, Zeus la sedusse; ma Era lo scoprì, e allora il dio toccò la fanciulla e la trasformò in una candida vacca, giurando alla sposa Era di non essere mai stato il suo amante: per questo, dice Esiodo, gli spergiuri d’amore non provocano l’ira divina.

Ma Era chiese a Zeus di poter tenere per sé quella vacca, e le mise come guardiano Argo, l’onniveggente: figlio di Arestore, secondo Ferecide, o forse di Inaco, come sostiene Asclepiante, o forse ancora, come sostiene Cercope, figlio di Argo e Ismene, a sua volta figlia di Asopo.

Acusilao, invece, afferma che Argo nacque da terra. Egli legò la vacca a un ulivo nel bosco del territorio di Micene; ma Zeus ordinò a Ermes di rapirla.

Ierace fece la spia, ed Ermes, non potendo ormai impadronirsi della vacca di nascosto, dovette uccidere Argo con una pietra; per questo il dio venne chiamato Argeifonte, cioè uccisore di Argo. Allora la dea Era mandò un tafano a tormentare la giovenca, e quella corse via, prima verso il golfo che dopo il suo passaggio venne chiamato Ionio, poi, attraversata l’Illiria e superato il monte Ermo, oltrepassò lo stretto che a quel tempo si chiamava Tracico, e dopo il suo passaggio Bosforo.

Poi se ne andò verso la Scizia e la regione dei Cimmeri, e vagò per tante terre e tanti mari d’Europa e d’Asia; e finalmente raggiunse l’Egitto, dove ritrovò il suo aspetto di prima e partorì il figlio Epafo, sulle rive del fiume Nilo. Allora la dea Era ordinò ai Cureti di farlo sparire: e quelli eseguirono il comando. Ma Zeus se ne accorse e li uccise; e Iò si mise alla ricerca del figlio.

Di nuovo vagò, per tutta la Siria, perché le avevano detto che suo figlio era là, allevato dalla sposa del re Biblo; così ritrovò Epafo e ritornò in Egitto, dove sposò Telegono, il re degli Egiziani. E innalzò una statua a Demetra, che gli Egiziani chiamano Iside, e Iò stessa venne chiamata Iside. Epafo ricevette il regno d’Egitto e sposò Menfi, figlia del Nilo e in suo onore fondò la città di Menfi.

Giovanni Teresi

 Bibliografia:  I Classici Greci e Latini – Il libro dei miti Oscar Mondadori

“MARUNNUZZA DI LA CAVA” preghiera in dialetto siciliano alla Madonna della Cava Patrona di Marsala –  

Foto

Maria Santissima della Cava patrona di Marsala

Maria Santissima della Cava di Marsala detta anche Madonna della Cava di Marsala o sinteticamente solo Madonna della Cava è un appellativo e titolo mariano con il quale si venera la Santa Beata Maria Vergine nella città di Marsala, del quale è la Patrona principale e speciale protettrice della città e santa protettrice dei marsalesi, assieme al compatrono della città e protettore dei marsalesi San Giovanni Battista, e al vice patrono della città, comprotettore dei marsalesi e patrono del porto di Marsala San Francesco di Paola.

Preghiera alla Madonna della Cava di Marsala in lingua siciliana:

MARUNNUZZA DI LA CAVA

Marunnuzza di la Cava,
dati aiutu a cu’ Vi chiama!
Iu Vi chiamu ‘n casa mia
Dati aiutu all’aima mia!
E si amia succeri dannu,
Matri, a Vui mi arriccumannu!
Si lu populu è divotu,
Diu ‘nniscanza d’u tirrimotu!
Si a Maria facemu festa,
Diu ‘nni libbira da timpesta!
Si priamu c’u cori piu,
Diu ‘nni d’u castiu!
E priamu a Maria
Chi ‘nnassista a l’agunia!
E priamu a Mmacculata,
Chi ‘nnassista a la Jurnata!
E priamu a Patri Eternu,
Chi ‘nni libira da u ‘nfernu!
Cara nostra Mmagginedda
di Marsala, la hiù bedda!
Dati aiutu ed assistenza
Pi nui fari pinitenza!
Pi stu Fgghiu, Ch’aviti ‘nmrazza
Cunciditici la razzia!
E la razzia, ch’iu vurria
è: sarvari l’aima mia!
oh! Ch’è bedda! Ch’è suava!
Viva la Matri di la Cava!
Salve, Regina! …..
Sui grani Piccoli
1. E decimila voti ludamu Maria di la Cava!
Ludamula tutti l’uri ch’è Virgini e Matri
di nostru Signuri!
2. E vintimila voti ludamu Maria di la Cava!
Ludamula tutti l’uri ch’è Virgini e Matri
di nostru Signuri!
3. E trentamila voti ludamu Maria di la Cava!
Ludamula tutti l’uri ch’è Virgini e Matri
di nostru Signuri!
4. E quarantamila voti ludamu Maria di la Cava!
Ludamula tutti l’uri ch’è Virgini e Matri
di nostru Signuri!
5. E cinquantamila voti ludamu Maria di la Cava!
Ludamula tutti l’uri ch’è Virgini e Matri
di nostru Signuri!
Maria di la Cava, fustivu ruvata
n puzzu funno, a nui Matri dunata;
A Marsala sii d’u Celu scinnuta,
Dai notri nanni Paruna eliggiuta!
Di la Cava, Maria, Matri d’Amuri!
A Vui dugnu l’aima e a Gesù u me cori!
oh! Ch’è bedda, oh! ch’è suava!
Viva! la Matri di la Cava!

“Ex alta Olympi sede” lirica in lingua latina di Giovanni Teresi pubblicata in Ephemeris. Nuntii Latini universi

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Mitologia greca – ricerca immagini tramite google

 

Ex alta Olympi sede

Phoenix de colle rapida et altera
ad mare volat …
Voces antiquae se coagunt in chorum
se proiciunt de altis columnis
sonitui venti mixtae.
Currit Daedalus per anfractus
pinnas perdit vestimenti per tumulos arenosos.
Citharae sonu et dulcissimo cantu
candidae nubes solvuntur
dum volat eas frangens
sole moriente in aquis salsis.
Perennia lumina, ex undis iaculantia,
in saxa irrepunt
veterumque olivarum viridem comam.
Stellae a deis pinguntur
Fati itinera …
Subita extollitur musica inter templa
infundens in hominem singulares metus,
in artem, aera mirabilem.
Se abdit Daedalus in mediis columnis
admirans Junonis divinam majestatem,
magnitudinem Herculis, feritatem huius.
Fatum deluit radiis solis
vestigia Icari super aurem arenam …
ita se movent ut in agili cuna somnia
in divino spatio una cum vocibus Naturae feracis.
Cum paulo post cessat pluvia
et sol occurrit in caelum roscidum
Iris apparet velut pons venustate structus perenni
positus inter terram caelumque.
Tempestate sedata, Juppiter,
ex alta Olympi sede,
precibus nautarum auditis,
quorum palmae ad eum volvuntur,
iussum Castori et Polluci imponit:
“Eripite – inquit – agite ex imo mari
nautarum naves cum submersurae iam sint!”
Ventus statim concidit malacia fit
hic illuc, inter sacra templa
se rumpunt nubes et fructuosos ramos.

Giovanni Teresi

http://ephemeris.alcuinus.net/poesis.php?fbclid=IwAR1_Sp7Cdpxys6hesSQINHX6a8_AIW5upiafzgfSbR1uDOrJPd1ob86iAPo

 

 

“Culti, Miti e Leggende: Plutone e la dea Core” – Ricerca mitologica di Giovanni Teresi

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Culti, Miti e Leggende

 

Plutone si innamorò di Persefone, e con la complicità di Zeus la rapì di nascosto. Ma la madre Demetra, con le fiaccole in mano, la cercò notte e giorno, peregrinando per la terra intera, finché venne a sapere dalla gente di Ermione che Plutone l’aveva rapita. Allora, piena d’ira verso tutti gli dei, abbandonò il cielo, si trasferì da donna comune e andò a Eleusi.

Appena giunta, si sedette su quella pietra che venne poi chiamata “Senza sorriso” – proprio in ricordo della sua storia – vicino al pozzo Callicoro. Poi andò da Celeo, che allora era il re di Eleusi. C’erano molte donne nella sua casa; la invitarono a sedere insieme a loro, e una vecchia, che si chiamava Iambe, con i suoi scherzi riuscì a far ritornare la dea.

È questa l’origine, si dice, di tutte quelle burle irriverenti delle donne nella festa delle Tesmoforie.

Metanira, la sposa di Celeo, aveva un bambino, e lo diede da allevare a Demetra. La dea voleva renderlo immortale; così, di notte, lo gettava nel fuoco, per spogliarlo dal suo corpo mortale. Di giorno, poi, Demofonte – così si chiamava il bambino – cresceva in maniera prodigiosa; ma Metanira spiò tutta la scena, vide che il bambino stava bruciando nel fuoco e si mise a gridare. Così Demofonte fu consumato dal fuoco, e la dea si rivelò. E a Trittolemo, il figlio maggiore di Metanira, essa diede un carro guidato da draghi alati, e gli affidò il frumento, perché dall’alto del cielo lo spargesse su tutta la terra abitata. Paniassi sostiene che Trittolemo fosse figlio di Eleusi, e che proprio presso quest’ultimo la dea avesse alloggiato. Federice, invece, dice che era figlio di Oceano e Gea.

Zeus ordinò a Plutone di rimandare Core sulla terra. Ma Plutone, perché la fanciulla non restasse troppo tempo presso la madre, le diede da mangiare un chicco di melagrana. Core, del tutto ignara delle conseguenze, lo inghiottì.

Ascalafo, il figlio di Acheronte e Gorgira, la vide, e fece la spia: e Demetra gli gettò sopra un masso pesantissimo, là nell’Ade. Da allora Persefone deve rimanere con Plotone un terzo dell’anno, e il resto può stare insieme agli altri dei.

Giovanni Teresi

 

Bibliografia: Il libro dei miti – Classici Greci e Latini – Oscar Mondadori

La dimensione morale dell’insegnamento nella vita scolastica medievale – Ricerca Letteraria di Giovanni Teresi

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Filosofia medievale – ricerca immagini tramite google

 

 

Il nesso tra insegnamento e formazione morale e religiosa è ormai un dato acquisito negli studi sulla vita scolastica medievale, non soltanto perché gli enti monastici e le istituzioni religiose ebbero un ruolo fondamentale nella creazione di scuole (rivolte a ecclesiastici e secolari), ma anche perché l’istruzione nella pedagogia medievale è ricondotta alla crescita morale dell’individuo e all’acquisizione dei principi cristiani. Questo connubio tra sapere ed etica permea ogni aspetto dell’insegnamento, determinando innanzitutto l’atteggiamento e la fisionomia ideale del maestro e dello scolaro. Il primo era infatti visto come depositario del sapere, ma anche come guida spirituale, incaricato di favorire l’incontro tra il discepolo e Cristo, vero maestro. Il rapporto tra sapienza e dimensione morale contraddistingue la cultura e la pedagogia medievale e, come si vedrà, non verrà meno neanche nella scuola umanistica. Una concezione educativa di questo genere si riflette naturalmente nei contenuti, ma anche negli strumenti, cioè nei testi usati nella didattica scolastica o nell’apprendimento personale. È noto come uno dei «libri di scuola» più diffusi nel Medioevo fossero i Disticha Catonis, nelle varie versioni latine e volgari che circolavano in tutta Europa. Su questa raccolta di sentenze morali (e su altri testi di auctores minores) in distici avveniva normalmente l’acquisizione dei primi rudimenti del latino: probabilmente l’opera era destinata a esercitare la lettura e la comprensione di brevi frasi latine, che tra l’altro potevano essere anche facilmente memorizzate. Nei manoscritti i Disticha Catonis potevano comparire insieme agli Ianua, la versione più diffusa della grammatica di Donato (noti anche con il nome di donati o donadelli): tale consuetudine perdura ancora nelle opere a stampa. Considerata la diffusa attività di traduzione dei Disticha Catonis, possiamo immaginare che queste breve sentenze, una volta tradotte, potessero anche servire da primo libro di lettura per l’apprendimento del volgare e aver fornito un modello per la redazione di altri best-seller scolastici composti in latino e in volgare o interamente in volgare.

9Una grande fortuna in ambito scolastico ebbe anche la Consolatio Philosophiae di Boezio. Il domenicano Giovanni Dominici ci fornisce una testimonianza al proposito:

  • 13 Citato da R. Black e G. Pomaro, La consolazione della Filosofia nel Medioevo e nel Rinascimento ita 

La prima cosa insegnavano era il salterio e dottrina sacra; e se gli mandavano più oltre, avevano moralità di Catone, fizioni di Esopo, dottrina di Boezio, buona scienza di Prospero.

  • 14 Pseudo-Boèce, De disciplina scolarium, ed. Weijers, Leiden-Köln, Brill, 1976. Sulla fortuna di B …

In effetti l’opera di Boezio costituiva nel curriculum grammaticale un testo di transizione dagli auctores minores ai maiores: le glosse latine e volgari che molto spesso si trovano nei manoscritti evidenziano una fitta attività di interpretazione, che permette di leggere lungo le pagine dei vari testimoni annotazioni di carattere lessicale, storico, mitologico, metrico, geografico. La celebrità e la diffusione della Consolatio Philosophiae sono indicate inoltre dal fatto che proprio a Boezio era spesso attribuito il De disciplina scolarium.

  • 15 Non mancano però esemplari duecenteschi, come i 240 proverbi di Garzo dall’Incisa, ordinati in gruppo …

In altri casi determinare la natura didattica e la destinazione scolastica della vasta produzione moraleggiante medievale non è un’operazione semplice: si tratta infatti di capire fino a che punto la lingua di questi testi sia stata un modello per gli apprendenti del volgare. Consideriamo ad esempio la poesia abecedaria e in particolare gli alfabeti esposti, di cui ci recano testimonianza molti manoscritti. Questi componimenti moraleggianti formati da versi e strofe che iniziano con le varie lettere dell’alfabeto disposte in sequenza rientrano in un filone poetico molto antico (si pensi ai carmina abbecedari in latino o ancora all’importanza dell’ordinamento alfabetico nella letteratura biblica): l’alfabeto vi potrebbe giocare un ruolo strutturante e per così dire limitato all’aspetto formale; in questo caso dovremmo considerare tale produzione estranea al processo di alfabetizzazione. Tuttavia, la messe di alfabeti in versi che si diffondono tra XIV e XV secolo potrebbe aver avuto tra i suoi destinatari privilegiati fanciulli e adulti impegnati nell’acquisizione della lettura e della scrittura. Si vedano alcuni distici del componimento che va sotto il nome di Abicì disposto, attribuito a maestro Guidotto e tràdito da vari manoscritti quattrocenteschi:

A Chi’n questo mondo bene adoperà
i’ paradiso sempre abiterà.
B Cristo veracie è’n cielo e anchora qui
e questo è ver, come tu sé costì.
C Nel chamin piglia l’albergo di dì
servi a ciaschuno e non guardare a chi.
D Per noi richonperar Cristo finì
e ’l terzo giorno poi resuresì.
E Pensa che morte de’venir per te
perché Gesù nolla schifò per sé.
[…]
H Tristo a colui che assay peccati insaccha
de, chome be’gli sta se’l chollo fiaccha.
[…]
M Cristo sepolto fu in Gierusalemme:
la sua virtù è sopra l’altre gemme.
[…]
R Disfannosi i paesi per le ghuerre
chastella e ville, chasamenti e terre.

  • 16 Novati, «Le serie alfabetiche proverbiali e gli alfabeti disposti nella letteratura italiana de’

Come ha evidenziato il Novati, che dedicò vari lavori alle serie alfabetiche proverbiali, il progetto originario di maestro Guidotto doveva essere quello di disporre i versi in modo tale che la rima del distico coincidesse con il nome della lettera dell’alfabeto. Il tentativo non riesce sempre: se nei distici contrassegnati dalle lettere lmnr l’operazione va a buon fine, negli altri casi il poeta deve accontentarsi di creare un’assonanza fra la lettera e la rima (si vedano i distici relativi alle lettere bc e d). Evidentemente Guidotto non aveva velleità tecniche in fatto di rima, gli bastava che il componimento assolvesse la sua finalità, che potremmo definire, ante litteram, ludolinguistica: i proverbi messi in versi consentivano al lettore di memorizzare la forma delle lettere e il loro nome mediante l’ausilio di sentenze moraleggianti e proverbiali. Lo stesso scopo accomuna anche altri componimenti proverbiali alfabetici in volgare, i quali, come ha evidenziato Novati

  • 17 Novati, «Le serie alfabetiche», I, p. 397.

mirano pur sempre a far opera di edificazione e di ammaestramento, a preparare dei componimenti che gli scolari potevano leggere, imparare a memoria, recitare e cantare.

È probabile dunque che anche altre compilazioni moraleggianti e raccolte di sentenze fossero impiegate come strumenti per l’insegnamento del volgare, come del resto indica chiaramente la loro collocazione in manoscritti miscellanei che per contenuti e origine possiamo ritenere particolarmente vicini agli ambienti scolastici.

Giovanni Teresi

 Bibliografia: Cahers de Recherches Médiévale set Humanistes                                    (Jourmal of Medieval and Humanistic Studies)

“La circolarità dell’epos” ricerca letteraria di Giovanni Teresi

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Poema epico – ricerca immagini wikipedia

 

La circolarità dell’epos

L’epos nella narrazione si configura come un disegno circolare. Scrive L. E. Rossi: «l’epos non comincia e non finisce, bensì si configura come un circolo».

La narrazione può iniziare da un punto qualsiasi perché – e questa è una peculiare caratteristica dell’epica – l’uditorio conosce già il racconto. Nell’epos non esiste suspense: il piacere del racconto (o il piacere del testo) deriva dalla certezza nella solidità delle vicende e dei personaggi, e nel loro eterno ed immutabile ritorno. Così, Patroclo sarà sempre il giovanetto generoso e soccombente, Odisseo sarà per tutti l’itaco ingegnoso e molteplice (e infido, secondo la lettura foscoliana nei Sepolcri), e, nel perenne duello tra Achille ed Ettore, l’«onore di pianti» – per dirla ancora col Foscolo – spetterà sempre ad Ettore, «ove fia santo e lacrimato il sangue / per la patria versato, e finché il Sole / risplenderà su le sciagure umane».

La circolarità della narrazione epica rimarrà implicita anche nello sviluppo del genere, quando gli eroi antichi saranno sostituiti dai cavalieri cristiani: ciclo carolingio, ciclo bretone, ciclo dei romanzi della ricerca del Graal, e così via, sono tutti termini metaforici che indicano, sì, l’appartenenza a determinati filoni tematici, ma mantengono in sé anche l’indizio della specificità di un genere narrativo che può iniziare da un punto come da un altro del cerchio. Cosa, questa, ben visibile anche sul piano iconografico, quando si osservino le illustrazioni dei poemi epici ed epico-cavallereschi di cui si fregiarono le corti rinascimentali e poi quelle seicentesche: anche allora gli affreschi delle sale e dei castelli riportarono episodi circoscritti di più vasti circoli narrativi, tutti ben riconoscibili ai committenti e ai loro cortigiani. A Bachtin e ad Auerbach siamo debitori di studi capitali sui rapporti tra epos e romanzo. Tuttavia, lo spunto fornito dall’avverbio ajmovqen suggerisce una differenza – per così dire –  ‘geometrica’ che distingue la struttura narrativa dell’epos omerico da quella del romanzo moderno. Scrive Zambarbieri: «Il momento iniziale del racconto epico – chiesto alla Musa, ma deciso dal poeta – è sotto il profilo cronologico e narrativo del tutto imprevedibile: perché il poeta decide di narrare secondo un ordine che non è quello temporale nel quale i fatti si svolsero nella “realtà”». Ciò porta alla conseguenza che, escluso il proemio che peraltro non appartiene alla diegesi, la narrazione epica non riconosce il proprio momento fondamentale nell’incipit né, tanto meno, nell’explicit, che sono invece i punti forti del romanzo moderno.

Quanti sono, infatti, i lettori che hanno letto la conclusione dell’Odissea? Che sappiano, in altre parole, che nell’ultimo libro c’è una seconda nékuya? Anche l’explicit del romanzo cavalleresco ha, in genere, scarsa importanza, salvo, peraltro, nella Gerusalemme, che si chiude proprio con “una pietra sopra”, quella del Santo Sepolcro. Ma il Tasso, come sappiamo, era ossessionato dal mito dell’unità: e «il poema del secolo» doveva avere una conclusione inattaccabile. La libertà del poema cavalleresco noi la conosciamo soprattutto attraverso la narrazione ariostesca, così fantastica e dilagante da non permettere nemmeno che del poema si possa fare un riassunto. Italo Calvino chiamava «zone di confine dell’opera letteraria» l’incipit e l’explicit , confini espliciti ed evidenti in cui si gioca tutta la narrazione. E infatti: si potrebbe forse incominciare il racconto, ad esempio, dei Promessi sposi da un punto diverso che non sia «quel ramo del lago di Como»? Non solo perché è un inizio arcinoto, ma perché solo da quel campo lungo, che sembra provenire da un regista di consumata esperienza, può poi partire la zoomata sul mite e timoroso curato da cui ha inizio la minuzia tragica dei casi delle «genti di piccolo affare» che tutti conosciamo. Invece il racconto dell’Odissea può anche concentrarsi in episodi singoli che hanno massa straordinariamente densa, come l’avventura nella terra dei Ciclopi, o l’episodio del canto delle Sirene, o l’incontro con i morti, dalla cui lettura ci sembra di poter cogliere, come distillata, la goccia preziosa che distingue e caratterizza la narrazione epica.

Giovanni Teresi

Bibliografia:  Maria Rosa Tabellini IMPARARE DAI CLASSICI MODI E TEMI DELLA   NARRAZIONE DALL’EPOS AL ROMANZO

Mito e poesia