Sogno ad occhi aperti … Un viaggio nel Mare Nostrum fra antiche tradizioni

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Io vivo a Marsala, l’antica Lilybeo, in provincia di Trapani. Il nome attuale della città le fu dato dagli arabi che sbarcarono a Mazara del Vallo il 17 giugno dell’827 d. C. Volendo creare una testa di ponte per la conquista dell’isola, essi si diressero nella zona più vicina a Mazara e la chiamarono Mars-Allah: “Porto di Allah”.

Il  mare Mediterraneo prospiciente alla città mi è familiare, così spesso faccio un piacevole viaggio solcando le sue acque guardando l’azzurro del cielo, un cielo che, disseminato di astri, a volte, mi porta  in luoghi lontani. Questo Mare Nostrum è stato sempre fonte di ispirazione poetica perché nelle sue acque regna l’eterno fluire della vita. La folgorante malia della luce, dall’aurora al tramonto del sole, avvolge gli antichi templi pagani di Selinunte, Segesta, Akragas, e  libera le onde dall’esilio delle tempeste. Così le tempeste della vita spingono l’uomo a migrare.

Il viaggio nel Mare Nostrum fra le antiche tradizioni ci offre, subito, la dimensione del tempo arcaico in cui affondano le radici del rapporto tra l’uomo e il mare.

Il Mediterraneo è sicuramente lo spazio in cui la civiltà umana ha ottenuto uno sviluppo particolarmente precoce e ricco. Ma è anche lo spazio del più intenso incrocio e scambio tra culture differenti per struttura etnica, linguistica, culturale, religiosa, politica. Nonostante le frizioni politiche anche molto gravi la cultura ha conquistato nel Mediterraneo una sua posizione primaria che ha poi mantenuto lungo i secoli. “Sogno ad occhi aperti” è un affascinante viaggio che inizia grazie al ritrovamento di un coccio d’anfora greca in un giorno di calda estate percorrendo, con mia moglie Elisa, la spiaggia di Marsala. Un viaggio che si snoda fra le culture, le antiche tradizioni, le vie dei commerci marittimi; un’avventura in una dimensione antica che recupera le profonde radici culturali e sociali. Nella narrazione del percorso turistico dall’antica Lilybeo ad Akragas, da Taormina a Diamante e all’isola di Cirella (Calabria), vengono descritti gli usi, le tradizioni e il folklore con note filosofiche e a volte poetiche. Partendo da Mothia, isola della laguna dello Stagnone di fronte a Marsala, che è stata locale insediamento dei Fenici, il viaggio storico  non manca di prendere in considerazione la mitologia, la religione e il teatro antico.

I reperti archeologici del popolo fenicio giunti fino a noi giustificano una loro espansione coloniale, ma di natura  solo commerciale non guerriera, che dalle coste si irradia verso l’interno, anzi è stata la spinta delle conquiste straniere a portarli fuori dalla propria terra. Il rafforzamento di Cartagine li ha fatti unificare, per l’esigenza di difendersi dall’espansione greca, finché con le guerre puniche è cessata la loro indipendenza in occidente e sono stati inglobati nell’impero romano, al quale hanno trasmesso gli influssi ricevuti e i loro apporti originali.

Difatti ai Fenici viene attribuito un primato nella scrittura, una delle più antiche (primo millennio avanti Cristo), che di tipo consonantico, diventerà alfabetica nella forma punica. Esiste  una stele dedicata  alla dea Tanit con scritte del VI secolo a. C.;  la scrittura poi si estende presso Greci, Siriani e Palestinesi. Si sono ipotizzati scritti storiografici e mitologici in prosa, e le formule delle iscrizioni regali fanno ritenere una produzione poetica di matrice ebraica.

Rinomati  sono inoltre i tessuti tinti con la porpora e gli ornamenti d’avorio con oro di tipo egizi, le ceramiche di tipo egeo e le maschere funerarie. I Fenici erano organizzati in città-Stato autonome non unite e questo segnava la loro debolezza e l’esposizione alle invasioni. Marinai e mercanti, eccellevano nel commercio e costituivano colonie, tra cui Cartagine, colonia di Tiro, che fece ombra alla grande Roma fino allo scontro finale.

Il viaggio è il tema per eccellenza di questo Mare Nostrum le cui acque da millenni sono state solcate da ricordi indelebili, miriadi di frammenti che compongono quell’unico immenso affresco che costituisce la nostra memoria. Il viaggio come ricerca di mezzi per la sussistenza, come scampo alla persecuzione, come spinta emotiva per acquisire la sapienza o per diffondere una nuova fede religiosa. Le stratificazioni culturali di cui sono pregne le diverse città che si affacciano sul Mediterraneo sono il risultato dell’incessante opera degli esseri umani che, con il proprio sforzo, si sono posti e si pongono al centro di questa straordinaria avventura.

Però la realtà ha mille aspetti e il volto dell’Oriente non è quello del mendico, come il volto dell’Occidente non è solo quello di una macchina da guerra. Solo nella centralità della cultura è stata fissata la separazione tra Occidente e Oriente così come la consequenziale aspirazione alla universalità.

Il momento critico di questa svolta è stato il processo a Socrate,  un processo alla nuova civiltà logico-razionale orientata alla ricerca antidogmatica e alla cooperazione civica. La separazione politica del bacino mediterraneo è stata accompagnata da una radicale svolta intellettuale. Il processo e la morte di Socrate (399 a.C.) indicano la durezza dello scontro con la cultura arcaica precritica, ispirata a fonti orientali. Ma la grande fioritura intellettuale postsocratica ha aperto un’epoca nuova contrassegnata dalle due grandi ramificazioni intellettuali facenti capo a Platone e Aristotele.

I Romani avevano fin dai primi anni della Repubblica la necessità di avvalersi del commercio marittimo (il detto Navigare necesse est si riferiva proprio all’ineludibilità della navigazione per soddisfare, innanzi tutto, le esigenze vitali dell’Urbe); essi si trovavano pertanto a confrontarsi sul mare sia con le maggiori potenze navali del Mediterraneo, sia con i pirati. Per quanto concerne, in particolare, quest’ultima insidiosa minaccia, essi sperimentarono – fra il IV ed il I secolo a.C. – delle incursioni condotte da navi delle isole Lipari varcando le frontiere dei paesi dove hanno lasciato segni della loro presenza. Navigare e commerciare significava e significa conoscersi, fare scambi, condividere progetti: alimento della cultura; perciò è importante andare per mare e per terra su un rotta dove l’ambiente si unisce all’archeologia, l’arte alla storia, la tradizione al folklore. Sono stati i luoghi più belli della provincia di Trapani e di Palermo ad offrirmi l’occasione di descrivere la ricchezza di una parte del nostro patrimonio mediterraneo, in un viaggio attraverso il tempo che unifica  l’importanza della cultura, dell’arte e della storia nella formazione di un’identità comune a tutti i popoli del bacino del Mare Nostrum; quindi un’avventura per la scoperta dell’interculturalità, la scoperta dell’ “altro”.

Ciò che mi ha incuriosito di tale viaggio nella storia negli usi e tradizioni è stato notare come la fiorente via di commercializzazione fenicia e poi greco-romana di alcuni prodotti (la porpora, il vino, il sale e in particolare il cedro) si sia mantenuta fino ad oggi. Anche sul territorio di Diamante (CS) le prime coltivazioni risalgono al tempo dei romani. Essi portarono dalla Persia delle piante originarie delle Indie orientali i cui frutti erano conosciuti col nome di “pomo di Medea”. Questo frutto era un agrume e precisamente il cedro ( citrus medica) poi diventato celebre come il “cedro liscio di Diamante”. Di esso una raccolta straordinaria si fa in agosto esclusivamente per gli Ebrei. I Rabbini recitano delle preghiere, poi si avvolgono le mani con grossi batuffoli di canapa bianca e staccano il cedro da ramo avvolgendolo con a stessa canapa. Per gli Ebrei il cedro è un frutto sacro che serve per la celebrazione della “Festa delle capanne” o “ Sukkòt”. Il cedro deve essere liscio, verde e senza macchia, del peso di circa 150 grammi. Il termine Sukkòt si riferisce, quindi, alla festa di pellegrinaggio della durata di 7 giorni. E’ conosciuto anche come “Festa dei tabernacoli”. La festa ricorda la via del popolo di Israele nel deserto durante il viaggio verso la terra promessa. Nulla è casuale nel Mediterraneo.

Nel suo paesaggio fisico come in quello umano, il Mediterraneo si presenta come una immagine coerente, come un sistema dove tutto si fonde e si ricompone in unità originale. Tutto ciò resta incomprensibile se non preso nel suo insieme” (Fernand Braudel).

Il mare è musica, voce, ritmo, un ritmo che è germe di un frattale. A partire da esso tutt’intorno si configura e per questo il nostro mare genera un’equivalenza nelle terre che lo circondano, nel loro clima, nel loro paesaggio, nei loro abitanti e in quel che essi fanno. Lo scultore, il poeta e il musicista adottano questo suo dispiegarsi e raccogliersi, la sua libertà chiusa, questa equazione delle onde  che dicono essere cessando di essere e indicano l’infinito. La realtà poetica del mare è aurorale, ma le sue ondate superano i secoli. Eschilo fa parlare l’Oceano con Prometeo, Dante paragona la volontà di Dio a “quel mar a qual tutto si muove ciò ch’ella crïa o che natura face”, Heine lo considera un “lottatore sempre sconfitto”, Ungaretti  lo converte in “Una bara di freschezza”.

Un mistero è la nostra cultura, comune grazie al mare, questo mare che, a ondate, deposita brandelli di tutte le civiltà che sono nate nelle sue vie e le mescola tra loro, dà loro unità nella diversità e riunisce tappe distinte di storia, generando – per usare le parole del poeta greco Sarandis Antiocos – “una confusione d’aromi”.  Esiodo disse: “In principio era il caos”. Però nel suo principio, nel nostro, c’era, senza dubbio, il Mediterraneo.

La melodia dell’acqua somiglia ai modi musicali greci e all’arpa egizia; la sua chiara sottigliezza  alla stilizzazione degli affreschi faraonici, a una corolla di loto della tomba di Menna, alle vigne del Panteon di Sennefer, a un’anfora fenicia, alla capigliatura della dea Tanit, al tropismo dei mosaici bizantini o delle ceramiche delle moschee. Ma quando la pietra incarna il mare, questo si raccoglie e ammutolisce: sono le alate tuniche della Iris messaggera di Fidia, la scalanatura di una colonna del Partenone o del tempio di Paestum, la mareggiata dei teatri di Sagunto, di Epidauro, di Segesta, di Taormina.

Così, il Mediterraneo è stato asiatico con i Persiani o i Fenici; è stato africano con gli Egizi o i Cartaginesi; è stato europeo con gli Achei e i Greci; ma solo con i Romani è divenuto il fulcro di tutte e tre questi continenti, perché Roma ha saputo creare un tipo di civiltà, per quei tempi universale. Con la decadenza dell’Impero Romano, altri popoli si sono affacciati sul Mediterraneo: i Normanni provenienti dall’Europa continentale.

Ma dalle rovine di Roma stava già nascendo una nuova civiltà, scaturita dalla religione cristiana, che sentiva anch’essa il richiamo del mare. Da questa origine derivano tutte le altre tradizioni; da questa origine sono nate tutte le cose e questa sorgente, dice Cicerone, è impossibile che si prosciughi.

Le tradizioni popolari sicule sono numerose e multiformi, poiché vi si sono impresse non poche e divergenti colonizzazioni. È facile rammentare, infatti, che l’isola è stata via via dominata da Greci, Latini, Bizantini e Arabi, Spagnoli e Francesi. Com’è ovvio, ciascuno di codesti popoli  ha esercitato i propri influssi sulla locale etnia in modo più o meno generalizzato, amalgamandosi e scontrandosi di volta in volta con le tradizioni preesistenti. La civiltà siciliana e la sua cultura spontanea appaiono  insulari. Il folklorista Giuseppe Pitrè ha dedicato un’opera in venticinque volumi alle tradizioni popolari di quest’area, inglobandovi con pertinenza descrizioni etnografiche e prospettive storiche.

Il periodo della colonizzazione greca della Sicilia, oltre a lasciare dal punto di vista linguistico molti termini dell’idioma ellenico ancora oggi usati in maniera inconscia, nel dialetto siciliano, ha portato ad una maniera rivoluzionaria di concepire l’architettura, particolarmente quella sacra, con l’edificazione di numerosi templi nelle varie colonie fondate  come ad esempio la “Valle dei Templi” ad Agrigento; Selinunte; Morgantina; Segesta. Tutti siti dove è stato applicato l’Ordine Dorico in architettura, il primo ad essere introdotto dai Greci.

Dopo la prima guerra punica ( 264 a .C.) i Romani hanno dato inizio all’occupazione della Sicilia portando la loro lingua, il latino, che almeno in una fase iniziale di assestamento delle loro colonie, non era facilmente accettato preferendogli il greco, considerato idioma più dotto. Messina era nominata città federata a Roma, poiché i Mamertini avevano dato ad essa valido aiuto per la conquista dell’Isola, con tutti i privilegi conseguenti (piena libertà politica di legiferazione; autonomia amministrativa; esercizio dei diritti civici e politici nella gestione della cosa pubblica con un proprio, autonomo Senato; esenzione dal pagamento di tasse e balzelli a Roma, ecc.).

Nel dialetto siciliano, l’influsso latino si estrinseca non solo nelle espressioni di origine latina che si ricollegano a quella italiana, ma, anche, nella conservazione di particolari espressioni latine che non trovano riscontro nell’italiano, come ad esempio la parola: antura (poco fa) [latino: ante horam]. Questa influenza latina si caratterizzerà con due diverse ondate. Una, nella quale le vocali finali vengono pronunciate in modo chiaro, sul modello del sistema fonetico latino, ed una contaminata dal modello bizantino nel quale le vocali mutano sotto l’influenza della “u” finale (metafonia = cambio vocalico) come in “ferru” (ferro), “mortu”(morto), “sonnu”(sonno), “dannu”(danno). L’influsso barbarico (410 d.C. – 535 d.C.) non è documentabile. In questo periodo si continua a parlare ed a scrivere in greco e latino. Con l’influsso bizantino (535 d.C. – 827 d.C.) si mantiene e si rafforza l’uso dell’idioma greco anche perché, nel 535 d.C., l’imperatore Giustiniano proclama la Sicilia provincia bizantina. Con l’influsso arabo (827 d.C. – 1061) e con la caduta di Mazara nell’827 d.C. ha inizio la dominazione araba in Sicilia che durerà per circa tre secoli. Gli arabi introduscono nell’isola i sistemi di irrigazione (“noria”, “senia”) e la coltivazione dei limoni, arance, meloni, pistacchi, papiro. Molte tecniche ed espressioni legate all’agricoltura sono di derivazione araba, come “gebbia” (vasca) e “ammacia” o “armacera” (muro a secco).

Nel dominio delle tradizioni popolari rientrano, così, le parlate siciliane, per quanto sia stato l’unico complesso di dialetti italici che ha preceduto altri nell’elevarsi a dignità di lessico letterario, tanto da contendere ad essa il primato, abbastanza lungo, quale lingua nazionale. Esistono inoltre diverse province idiomatiche in cui il siciliano si amalgama con caratteristiche locali, e isole linguistiche. Ciò vale per le colonie Albanesi, stanziate prevalentemente nella Sicilia nord-orientale (Messina/Catania), ma anche a Piana degli Albanesi (vicino Palermo); e per i centri  di Nicosia, Sperlinga, Novara e San Fratello, dove i locali dialetti rivelano addentellati gallo-italici.

La vita dell’uomo mediterraneo spagnolo e di quello libanese differisce per particolari, mentre è uguale il mare che li unisce e li accomuna, simile il quotidiano, specialmente negli antichi mestieri. La cultura si esprime nel paesaggio, nei monumenti, nelle produzioni dell’uomo, nelle sue tradizioni, nella sua lingua, nella gastronomia, nelle molteplici espressioni della sua “umanità”. Inoltre, durante i secoli la lavorazione dei manufatti si è evoluta subendo l’influsso delle varie dominazioni   le quali hanno lasciato in Sicilia un segno tangibile della loro presenza, introducendo nuove tecniche di lavorazione dell’argilla e della ceramica. Ancora oggi Caltagirone custodisce numerosi capolavori di grande rilievo, muti testimoni del suo glorioso passato, e ospita tantissime botteghe dove abili artigiani continuano a lavorare l’argilla secondo i dettami di una tradizione ormai nota in tutto il mondo.

Al panorama letterario sono connessi precisi riferimenti musicali.

La melodia siciliana, per esempio, tende a discendere dall’acuto, anzi dall’acutissimo al grave. Inoltre, di zona in zona, si ha un mutamento caratteristico delle scale impiegate, ognuna delle quali assurge a dignità del “motto del paese” o cadenza del parlato.

L’orizzonte culturale ellenico riappare nello strumento musicale principale dell’isola, vale a dire nel “mariòlu”, del tutto simile all’antica “lyra”, anche per i poteri terapeutici attribuiti alle sue sonorità. L’arte musicale è altresì presente nelle manifestazioni di fede: per esempio, nei canti di giubilo delle rappresentazioni del “presepe vivente” di Cianciana (Girgenti, Agrigento) e nei lamenti, sostenuti da tamburi e strumenti a fiato, del racconto della Passione di Cristo, quale si svolge ad Agira, in provincia di Enna.

Al complesso di espressioni testé menzionato si lega l’arte interpretativa del cantastorie. Un tempo, essa era patrimonio di due gruppi principali: i cantori ambulanti veri e propri, dediti alle ballate cavalleresche e alle storie profane, e gli “orbi” (i ciechi), specializzati nelle narrazioni e nei canti religiosi e il cui nomadismo, per ovvi motivi, era limitato al circondario dei luoghi di pellegrinaggio o alle province. Oggi i primi sopravvivono ancora, ma dall’inizio del secolo la loro funzione ha conosciuto un progressivo impoverimento. Il mondo delle credenze e delle leggende, in vario modo, si apparenta così al patrimonio favolistico, poetico e musicale poco sopra delineato, costituendone non di rado la fonte primaria.

Come quasi in tutte le regioni italiane, qui si rintracciano componenti pagane e cristiane, più o meno commiste, e superstizioni che toccano tutti gli aspetti della vita umana. Nell’area messinese e in quella palermitana, per esempio, è tuttora vivo il ricordo di “Cola Pesce”, ma molti altri personaggi di natura acquatica ricorrono un po’ in tutto il folklore isolano.

Per quanto riguarda taluni aspetti della cultura ergologica, ben noto è il tipico carretto isolano ad alte ruote, solitamente intagliato e dipinto con scene che s’ispirano alle vicende cavalleresche, narrate dai cantastorie e dal Teatro dei Pupi.

Gli spettacoli pantomimici, invece, hanno origini molto antiche che risalgono alle rappresentazioni mute di antiche processioni attuate durante la Settimana Santa o durante il mese di maggio, quando tutti i personaggi di una città sono coinvolti per rappresentare innanzitutto se stessi e poi un motto tratto dalla Bibbia o dai Santi Padri che rappresenta sia il Santo che l’atto commemorato durante la processione. A volte tali processioni non erano mute ma spesso i partecipanti erano  attori che rappresentavano reali azioni drammatiche lungo la via da percorrere durante la processione o in un vero e proprio palcoscenico spesso senza il rispetto delle regole aristoteliche. Per fare qualche esempio, si può citare la processione effettuata a Mazara agli inizi del 1700 per commemorare il trionfo della fede grazie ai martiri S. Vito, S, Modesto e S. Crescenzia sotto l’imperatore Diocleziano, o ancora la processione di S. Giuseppe a Caltanissetta, tradizione iniziata sempre nei primi anni del 1700, oppure la processione a cavallo in onore della Madonna di Custonaci ad Erice. Le processioni in onore del Cristo e della sua Passione sono più antiche rispetto a quelle dei Santi e tra queste si possono citare quella effettuata a Palermo denominata “S. Anna la Misericordia“, sempre in onore della passione di Cristo, o quella che si svolge a Marsala dal titolo “I Misteri“, con svariati personaggi come gli Apostoli, Erode, Pilato, il Cireneo che aiuta Gesù Cristo a portare la Croce.

Dal punto di vista coreografico diversa è la “processione dei misteri”  che si svolge a Trapani il Venerdì Santo, da ben 400 anni. L’origine è spagnola, dalle antiche Casazas e, infatti, ha analogie importanti con le feste andaluse. La processione composta da 20 gruppi sacri, ha inizio alle 14 del venerdì santo, per concludersi ventiquattro ore dopo. Viene considerata la più lunga manifestazione religiosa italiana.

Infine desidero citare la parte di uno scritto sul Mare Mediterraneo di Folco Quilici per ribadire che l’uomo dovrà essere saggio affinché possa preservare queste acque e il suo paesaggio e per poter continuare a godere dello straordinario spettacolo della sua luce, della sua vita guizzante: “ Appena sotto il pelo delle onde le acque sono già calme, neppure un’alga si muove. Tra le rocce scure si designa la macchia lucente dei tappeti di sabbia. La sconosciuta geografia del mediterraneo sommerso si rivela lentamente con il fulgore delle rocce chiare nella bassa profondità e con la luce di cristallo quando l’immersione si fa più profonda, con le ombre scure ma sempre trasparenti al limite dell’abisso. Un cielo denso come immensa cupola e, sott’acqua, il suo riflesso rovesciato dove pesci guizzanti si librano come i gabbiani sulle onde.”

Per conservare questa immagine, credo che oggi più che mai si tratti di attivare, per le forze della cultura, che non hanno grandi strumenti, che non incidono con immediato riscontro sulle stanze del potere politico ed economico, un processo di incontro, di rispetto, di intesa, di dialogo, di scambio, e soprattutto di reciproco impegno alla cultura di una civiltà dell’unità nella diversità e della diversità nell’unità.

Il “Sogno ad occhi aperti …”, come da prefazione del critico Massimo Barile, “è quindi una porta che si apre sul mondo antico della nostra civiltà, miscelando rappresentazioni religiose, tradizioni popolari e cultura archeologica: una testimonianza che dimostra quanto siano ancora presenti nella nostra vita”. Giovanni Teresi

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