“Lettere dal Fronte (agosto – novembre 1915) Giosuè Borsi – per la ricorrenza del centesimo anniversario della prima guerra mondiale 1915-1918 Ricerca storica di Giovanni Teresi

Dal testo “Lettere dal fronte” (Agosto – Novembre 1915) di Giosuè Borsi, che fortunatamente mi è capitato tra le mani in un mercatino del libro usato di Palermo e che ho acquistato, ho tratto alcune sue più significative lettere indirizzate ad amici, al fratello ed alla madre. Proprio nella ricorrenza del centesimo anniversario della seconda guerra mondiale 1915-1918, le parole del soldato Giosuè Borsi, morto di fucile austriaco a Zagora il 10 di Novembre del 1915, sono di grande insegnamento per gli ideali patriottici e di civiltà. Giovanni Teresi

Dalla prefazione del testo:

“Ai soldati d’Italia, alle loro mamme, ai loro amici, alle mamme e agli amici di quelli che sono morti nella guerra, a tutti coloro che non combattono oggi con le armi, ma debbono e dovranno combattere, in tutta la vita, la guerra sacra e continua del bene, della civiltà, della grandezza d’Italia; a quanti hanno una patria e un cuore per amarla e un braccio e una mente per servirla, offriamo lo specchio, il conforto e l’incitamento che verrà loro dalla lettura delle Lettere che dal fronte Giosuè Borsi scrisse alla madre, agli amici, tra l’agosto e il novembre del 1915…”

A Umberto Fioravanti – Livorno

Livorno. 19 Ottobre 1915,

Caro Fiore,

ieri siamo finalmente tornati in prima linea, dopo una magnifica marcia, e stasera attacchiamo il nemico in un punto molto importante. Io sarò in prima linea, al comando di un plotone. Sono tranquillissimo e pieno di fiducia. Spero che il Signore mi conceda di farmi compiere da buon soldato tutto il mio dovere, fino all’ultimo. Qualunque cosa mi possa accadere, ti raccomando mia madre come la raccomanderei a un fratello. Conto su di te e sulla nostra profonda ed esemplare amicizia di tanti anni, a cui debbo tante tra le più belle gioie della mia vita. Ricordami a tua moglie, a tutti gli amici a uno a uno. A te, mio caro Fiore, il mio più lungo, tenero e fraterno abbraccio.

Giosuè’

Alla Signorina ***

19 Ottobre 1915.

 Cara, gentile e buon’amica mia,

ho sempre ritardato a scriverle perché ho sempre sperato trovare un po’ di tempo per iscriverle con calma e lungamente, ma l’ho sperato invano, poiché, per quanto abbiamo avuto una quindicina di giorni di riposo dopo essere stati quasi un mese prima in linea, questo riposo era tale soltanto per ironia, e l’abbiamo occupato in un lavoro febbrile e affannoso. Adesso non potrei tardare un minuto di più a scriverle, perché ieri siamo tornati in prima linea, in un punto molto importante, e stamani abbiamo avuto l’ordine quasi inaspettato d’avanzare.  Fra poche ore all’attacco, e io sarò in prima linea, al comando del secondo plotone. Sarebbe per me un vivo dolore il pensiero che, se non sopravvivessi a questa prova, potrei passare ai suoi occhi come per uno smemorato infingardo, peggio ancora, per uno sconoscente e un ingrato. E invece Dio solo sa quanta gratitudine le debbo. Ebbi  i due libri stupendi del Gratry, li ho divorati avidamente sotto la mia tenda, approfittando d’ogni minuto libero. Il leggerne qualche pagina ogni  sera è stata per molti giorni  la mia preghiera prima d’addormentarmi. E’ impossibile dirle il bene che mi hanno fatto: soltanto la provvidenza può averle ispirato il buon pensiero  per averli inviati aua. Che dirle di me? Ringraziando il cielo, pur sentendo tutta la solennità di questo momento non iscorgo in me la minima traccia di turbamento, mi sento sereno e tranquillo, fermamente deliberato di fare il mio dovere, fino all’ultimo, da forte e buon soldato. L’azione promette di riuscire bella, impetuosa e vittoriosa, preparata da ieri in modo formidabile dalle nostre magnifiche artiglierie. Tutti siamo pieni d’ardore, di fiducia e d’entusiasmo, tutti, fino all’ultimo  soldato. Se è scritto in cielo  che io debba dare la mia vita, sono abbastanza ben preparato al gran viaggio per accogliere la morte con serenità, e non c’è pena o sacrificio che mi sia ripagato ad usura dalla gioia d’aver dato il mio braccio alla Patria. Se tornerò, appena ritrovata un po’ di calma, le prometto che le scriverò a lungo perché ho proprio un’infinità di cose da raccontarle. Debbo lasciarla. La mia compagnia si sta ordinando per la marcia d’avvicinamento, e debbo fare l’appello del mio plotone, un plotone esemplare, che mi seguirebbe anche all’inferno, se avessi voglia d’andarci. Abbia un mio caldo saluto, il  cui affetto profondo le è dimostrato dal fatto che è l’ultimo saluto  che mando dal mondo, prima di andare allegramente incontro al mio destino. Si ricordi, gentile amica, che  ora e sempre, quaggiù, le sarà difficile trovare un’anima più fedele, più devota, più riconoscente di quella del suo

                                                                                             Giosuè’ Borsi

Al fratello Gino.

19 Ottobre 1915

 Mio caro Gino,

ieri siamo tornati in prima linea, e oggi abbiamo avuto l’annunzio quasi inaspettato che stasera andremo all’attacco. Io  sono in prima linea, al comando del secondo plotone. Avrei voluto scrivere a te più lungamente, ma tra un’ora partiamo, e non mi resta che un minuto per dirti che vado avanti tranquillo, sereno, felice di compiere tutto il mio dovere fino all’ultimo.

Non ti dico niente a proposito di nostra madre, perché ho un’immensa fiducia nel tuo cuore e nella bontà della provvidenza. Speriamo del resto di poterci riabbracciare presto e allegramente, per raccontarci tante cose. Frattanto ti mando il mio più tenero bacio e il mio più lungo abbraccio, ardente come l’amore che ti porto. Viva l’Italia!

Giosuè’

 

A Michele Campana – Firenze.

19 Ottobre 1915,

Mio caro Michele,

ho saputo da mia madre dello stupido equivoco che è nato tra voi, e ne sono dolentissimo. Come puoi aver pensato, con l’amicizia fraterna che ci unisce che ti abbiamo trascurato a disegno? Vai dunque da mia madre. Tu sei dei pochi amici miei sulla cui fedeltà e sul cui cuore ho maggiore fiducia.  Pensa che ti scrivo in un momento solenne per me. Stasera attacchiamo il nemico in una posizione importantissima, e io sono in prima linea, al comando del mio plotone. Non so come andrà per me, ma sta’ tranquillo  che mi sento perfettamente sereno, e spero di fare tutto il mio dovere che mi di fare fino all’ultimo. Ti prego di ricordarmi con affetto ad Antonietta e di avermi con un lungo abbraccio per il tuo vecchio e fedele

                                                                                                Giosuè’

 

Al padre Guido Alfani – Firenze

19 Ottobre 1915,

Mio caro Guido,

ieri siamo tornati in prima linea, e oggi abbiamo avuto l’ordine quasi improvviso di avanzare. Attaccheremo il nemico tra poche ore, e io sarò in prima linea, al comando d’un plotone. Ho appena il tempo di scriverti queste righe frettolose, mentre la mia compagnia leva il campo e passa ai ranghi. Caro Guido mio, grazie al cielo, vado avanti perfettamente tranquillo e sereno, con la ferma speranza e col proposito incrollabile di fare tutto il mio dovere, fino all’ultimo. Anche spiritualmente sono pronto a tutto, e la morte, anche se mi sorprendesse, non mi troverebbe impreparato, per grazia del Signore, sempre e troppo buono e indulgente con me. Ho disposto che, nel caso tu sia il  primo ad averne notizia, cosicchè sarebbe affidato al tuo cuore e al tuo tatto l’incarico penoso d’annunziarlo a mia madre. E un compito che nessuno saprebbe assolverlo meglio di te. Ti raccomando quella donna veramente grande, sublime, un’anima delle più  alte che il delle più cielo abbia creato e attende nella sua gloria. Assistila, confortala, sostienla, ecco quanto chiedo alla tua amicizia, mio caro Guido.

A te, che dire? Quello che ti debbo è troppo, perché al tuo incontro debbo più che la vita. Mi spaventerebbe l’ingenza del debito di gratitudine contratta con te, se non sapessi che la ricompensa che dovrai averne è affidata in buone mani. Ti raccomando all’onnipotenza del nostro caro e dolce comune Signore e Padre. Che Dio ti benedica sempre, e ti conceda di fare ancora per lungo tempo il bene delle anime che ti sono affidate. Prega per me. Gesù e Maria ascolteranno le preghiere tue, che sei uno dei loro figli prediletti. Ricordami al tuo babbo, alla mamma,agli amici comuni, ai buoni padri, ai fratelli,  a tua cognata, al tuo nipotino. Ricordami con affetto particolarmente fraterno alla L…, anima preziosa e privilegiata, che ho sempre altamente amata e ammirata. Dille che le sono infinitamente grato delle lettere che mi ha scritto qua, che mi sono state d’immenso conforto e di altissima consolazione. Troppe altre cose avrei da dirti, e del resto questa lettera non è che un congedo problematico e condizionato. Speriamo anzi che il Signore ci riunisca anche quaggiù.   Frattanto ti invio un lungo, il caldo, tenerissimo abbraccio, il tuo fedele e riconoscente

Giosuè’

Ultima lettera di Giosuè Bori  21 Ottobre 1915

Mamma,

questa lettera, che ti giungerà soltanto nel caso che io debba cadere in questa battaglia, la scirvo in una trincea avanzata, dove mi trovo da stanotte con i miei soldati, in attesa dell’ordine di passare il fiume e muovere all’assalto. Voleva scriverla con minor fretta e con più calma, oggi,se, come tutto faceva credere, fossimo rimasti ancora accampati per un giorno a Zapotok. Ieri sera già mi disponevo ad addormentarmi sotto la mia tenda, e pensavo con vera gioia che oggi avrei avuto una intera giornata tranquilla per prepararmi al grande cimento: all’alba avrei ascoltato la messa e mi sarei comunicato, poi ti avrei preparato questa lettera di commiato, e finalmente, in pace con il mondo, con me sesso e con Dio, avrei atteso la sera meditando e pregando, parlando ai miei soldati, pronto a tutto, ben preparato a ogni evento, pienamente distaccato da tutti i legami terreni.

Invece giunse l’ordine repentino di levare le tende e prepararci alla marcia d’avvicinamento. Ci guardammo, io e il tenente Maltagliati, mio compagno di tenda: -Ci siamo!

Ci stringemmo la mano con quella dolce effusione fraterna che solo chi è stato in guerra può capire. In breve fummo armati e in ordine; riunii il mio plotone, feci l’appello, e corremmo al comando di battaglione per riepilogare attentamente tutto il piano d’attacco con le carte topografiche alla mano. Poi il colonnello ci disse qualche parola, ci strinse la mano ad uno ad uno. Finalmente ci siamo messi in marcia sotto la luna, abbiamo salito il monte, siamo discesi dall’altro versante e, giunti sulla riva dell’Isonzo, ci siamo disposti in linea.

Fino all’alba ho lavorato con i miei soldati a scavare la trincea, vi ho disposto tre delle mie squadre e ne ho condotto una quarte con me, in questa trincea coperta, lasciata dagli avamposti. Sotto questa trincea scorre l’Isonzo, che vediamo dalle feritoie in tutta la sua incantevole bellezza.

A monte, sulla nostra sinistra, è il punto della riva dove sarà gettato il ponte per il nostro passaggio. A valle si trova la testa di ponte di Plava, con due reggimenti pronti a rincalzare la nostra avanzata. In faccia a me, sulla riva opposta del fiume, si stende un bel paesino ridente. E’ Descla, uno degli obbiettivi dell’azione affidata a noi. All’alba di stamani è cominciata la battaglia, col fuoco delle nostre magnifiche e formidabili artiglierie. Lo spettacolo è stato terribilmente superbo e maestoso. Tutte le posizioni nemiche sono state bombardate da una gragnola di proiettili d’ogni calibro. Tutte le trincee degli avversari sono state sconvolte ad una ad una, feritoia per feritoia, con una precisione matematica inesorabile. Una pattuglia austriaca, che occupava una trincea sulla mia destra, s’è vista rimanere sepolta, e due soldati sono stati scagliati in aria come fuscelli. L’artiglieria avversaria ha riposto debolmente e senza risultati. Sul camminamento coperto che conduce alla trincea occupata da me, e dove forse i nemici hanno scorto qualche movimento di soldati, è caduta una quarantina di granate, di cui soltanto cinque o sei sono scoppiate, senza recare il minimo danno. Presso la nostra trincea ne sono cadute una ventina, di cui una sola ha colto nel segno, ferendomi un soldato e spezzando un fucile. Adesso siamo arrivati al pomeriggio. Sulle nostre ali s’è impegnato un fuoco di fucileria violentissimo e rabbioso, mentre l’artiglieria continua l’opera propria. Poco sappiamo di quel che accade presso di noi. Io ho mangiato poco fa, ho scambiato qualche parola e qualche biglietto con gli ufficiali dei due plotoni che ci fiancheggiano, Maltagliati del primo e Viviani del terzo. I miei soldati sonnecchiano, l’attesa si prolunga, e ho pensato di cominciare a scriverti, nella speranza che il tempo non mi manchi per dirti almeno una parte dei pensieri e degli affetti che mi traboccano dall’anima per te, mamma mia.

Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere, fino all’ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice d’offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la provvidenza dell’onore che mi fa, offrendomene l’occasione in questa fulgida giornata di sole autunnale, in mezzo a questa incantevole vallata della nostra Venezia Giulia, mentre sono ancora sul fiore degli anni, nella pienezza delle forze e dell’ingegno, e combatto in questa guerra per la libertà e per la giustizia. Tutto mi è dunque propizio, tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita; sento tutta la compiacenza di farne un uso buono e generoso. Perciò non voglio che tu pianga, mamma, perché in verità offenderesti la mia sorte. Non piangere per me, mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Io non debbo esser pianto, ma invidiato.

Tu sai quali speranze ineffabili mi confortano, perché sono anche le speranze in cui anche tu hai riposto ogni tuo bene. quando tu leggerai queste mie parole, io sarò già libero, sciolto e al sicuro, ben lontano dalle miserie del mondo. La mia guerra sarà finita, ed io sarò alla pace. La mia morte quotidiana sarà morta, e io sarò giunto in alto, alla vita senza morte. Sarò in faccia al Giudice che ho tanto temuto, al Signore che ho tanto amato. Pensa, mamma, che, quando tu leggerai queste parole, io ti guarderò dal cielo, a fianco dei nostri cari: sarò con babbo, con la mia Laura, con Dino, il nostro angioletto tutelare. Saremo lassù tutti uniti e in festa ad aspettarti con le nostre preghiere il luogo della vostra gloria sempiterna. E questo pensiero non deve bastarti solo ad asciugare tutte le tue lacrime e a riempirti d’una gioia indicibile? No, no, non piangere, mamma mia santa, e sii forte come sei sempre stata. Anche se non ti basta la compiacenza d’avere offerta alla nostra adorata Italia, questa terra gloriosa e prediletta da Dio, il santo sacrificio della vita d’uno dei tuoi figli,pensa in ogni modo che non devi ribellarti neppure per un istante ai decreti divinamente sapienti e divinamente amorosi del nostro Signore. Se egli voleva serbarmi al altro, poteva farmi sopravvivere; se mi ha chiamato a sé, è segno che quello era il migliore dei partiti e il maggior bene per me. Egli sa quel che fa; a noi non resta che inchinarci e adorare, accettando con giubilo fiducioso la sua altissima volontà.

Non rimpiango la vita. Ne ho assaporate tutte le ebbrezze malsane, e me ne sono ritratto con insormontabile fastidio e disgusto. Potevo ora, piccolo figliolo prodigo tornato dopo tanti smarrimenti nella casa del Padre, sperare ragionevolmente di gustare le buone gioie, quelle del dovere compiuto, del bene praticato e predicato, dell’arte professata, del lavoro, della carità, della fecondità. A fianco della bella e buona giovinetta che tu conosci e apprezzi, che ho sempre, sempre così teneramente e fedelmente amata, anche attraverso ai miei errori e trascorsi colpevoli, potevo sperare di riuscire un buono sposo e un buon padre. Vi sono al mondo tante sante e nobili battaglie da combattere per l’amore, per la giustizia, per la libertà, per la fede; e, per qualche tempo, lo confesso, mi sono anch’io, povero presuntuoso, creduto predestinato e designato asl compito arduo e terribile di vincerne qualcuna. Tutto questo era bello, era lusinghiero, era desiderabile, ne convengo, ma non vale la mia sorte l’ora, ecco la verità; e davvero non so se sarei veramente contento d’avere scritta invano questa lettera. La vita è triste, è un penoso e increscioso dovere, un lungo esilio nell’incertezza della propria sorte. Perché la vita mi trascorresse a seconda dei miei desideri e senza offrirmi mille amari disinganni, occorreva in concorso di circostanze troppo rare e difficili. E poi sono e mi sento debole, non ho la minima fiducia in me stesso. Tutta la lotta contro le ingratitudini e le iniquità del mondo non mi avrebbe spaventato come la lotta contro me stesso. Meglio dunque come è avvenuto, mamma. il Signore, nella sua infinita bontà chiaroveggente, mi ha riserbato proprio il destino che occorreva per me, destino facile, dolce, onorevole, rapido; morire per la Patria in battaglia. Con questo bel trapasso encomiabile, compiendo il più ambito tra i doveri del buon cittadino verso la terra che gli diede i natali, ecco che io mi distacco, tra il rimpianto di tutti coloro che mi amano, da una vita di cui già troppo sentivo il fastidi e il disgusto. Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il tristo e accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene, lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù dove nei cieli dove è il Padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà. Figurati, mamma, con quanta esultanza accetterò dalle sue mani anche i castighi che mi imporrà la sua giustizia per i miei peccati. Egli steso li ha tutti pagati con i suoi meriti sovrabbondanti, Dio di misericordia e di pietà, riscattandomi con il suo sangue prezioso, vivendo e morendo per me quaggiù. Soltanto per sua grazia, soltanto con Gesù Cristo io ho potuto ottenere che i miei peccati non fossero la mia morte eterna. Egli ha visto le lacrime del mio pentimento, egli mi ha perdonato per bocca della sua Sposa illibata, la Chiesa. Spero che la Madonna, così pietosa e benigna per noi, mi assista con il suo potente aiuto nell’istante in cui si deciderà di tutta la mia eternità. E poiché sono a parlare di perdono, mamma, ho una cosa da dirti con tutta semplicità: perdonami anche tu. Perdonami  tutti i dolori che ti ho dato, tutte le angosce che ti ho fatto patire, ogni volta che sono stato verso di te sconoscente, impaziente, smemorato, indocile. Perdonami se per negligenza e inesperienza non ho potuto procurarti una vita più agiata e tranquilla con il mio lavoro, dal giorno in cui mio padre ti lasciò affidata a me con la sua morte prematura. Vedo bene ora di quanti torti sono sempre stato colpevole verso di te,  e ne sento tutta la stretta, il rimorso e l’angoscia crudele, ora che morendo nono costretto ad affidarti alla provvidenza del Signore. Perdonami infine quest’ultimo dolore che ho voluto darti, forse non senza leggerezza ostinata e crudele, offrendomi volontariamente  al servizio della Patria, affascinato dalle lusinghe di questa bella sorte. Perdonami anche di non avere mai abbastanza riconosciuto, adorato, cercato di ricompensare la nobiltà impareggiabile del tuo animo, del tuo cuore immenso e sublime, madre mia veramente perfetta ed esemplare, a cui debbo tutto quanto sono e quanto ho fatto al mondo di meno male.

Troppe altre cose avrei da dirti, ma non basterebbe un poema. Non mi resta che raccomandarti ancora una volta al nostro Gino, sulla cui serietà, sulla cui probità, sulla cui forza d’animo, sul cui tenero amore filiale faccio il più alto assegnamento. Digli a nome mio che serva volenteroso la Paria, finché la Patria avrà bisogno di lui, che la serva con abnegazione, con ardore, con entusiasmo, fino alla morte, se occorre. Se il destino riserba a lui una lunga vita di lavoro, l’affronti con serenità, con fermezza, con amore indomito alla giustizia e all’onestà, confidando sempre nel trionfo del bene, con la grazia di Dio. Sia un buon marito e un buon padre, educhi i figli all’amore del Signore, al rispetto della Chiesa, alla fedeltà verso il nostro Re, verso le leggi, al culto geloso della Patria nostra diletta.

Pensate spesso a noialtri quassù, parlate di noi tra voi, ricordateci e amateci come vivi, perché noi saremo sempre con voi. Tu prega molto per me, perché ne ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all’ultimo senza perderti d’animo, continua ad essere forte ed energica come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita, e continua ad essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te.

Addio, mamma; addio, Gino, miei cari, miei amati. Vi abbraccio con tutto lo slancio del mio amore immenso, che si è centuplicato durante la lontananza, in mezzo ai pericoli e ai disagi della guerra. Qua, staccato dal mondo, sempre con l’immagine della morte imminente, ho sentito quanto sono forti i legami col mondo, quanto gli uomini abbiano bisogno d’amore reciproco, di fiducia, di disciplina, di concordia, d’unità, quanto siano necessarie e sacrosante cose la Patria, il focolare, la famiglia, quanto sia colpevole che li rinnega, le tradisce, le opprime. Amore e libertà per tutti, ecco l’ideale per cui è bello offrire la vita. Che Dio renda fecondo il nostro sacrificio, abbia pietà degli uomini, dimentichi e perdoni le loro offese, di loro la pace, e allora, mamma, non saremo morti invano. Ancora un tenero bacio.

Giosuè

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