“Miti e leggende sul melograno” – La presenza degli Armeni in Sicilia e Calabria – Ricerca storica di Giovanni Teresi – Racconti brevi

 

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/47431/miti-e-leggende-sul-melograno/

 

Prefazione

I miti, le leggende, i racconti non invecchiano mai, portano i segni della storia, delle dominazioni, dell’evoluzione dei costumi, delle diversità tra le razze, e rinascono sempre; ogni volta che le si racconta sono come nuove e vivono della voce di chi le riporta agli ascoltatori.

Naturalmente la lingua scritta non può ripetere gli stessi canoni del parlato, colui che ha messo su carta le storie popolari ha dovuto mediare tra il dialetto e la lingua, ha dovuto tralasciare immagini e gestualità, ma ha potuto ricreare le ambientazioni, le cadenze linguistiche, l’atmosfera che si respirava accanto al fuoco, intorno al tavolo per la cena o nei campi nelle pause di lavoro.

In questa raccolta di miti, leggende e racconti, che hanno in comune come simbolo l’albero del melograno, i personaggi tipici della narrativa fantastica della Sicilia e del sud Italia non differiscono poi molto da quelli degli altri Paesi.

Sacro e profano si fondono in una serie di storie nate da miti o da rituali magici e religiosi e tramandate dalla tradizione orale di generazioni in generazioni, fino ai nostri giorni.

La scelta di alcune leggende è basata sul significato simbolico dei frutti del melograno, di abbondanza e di amore ardente per il colore acceso delle inflorescenze. Frutto proibito del paradiso, simbolo di produttività e anche dell’unità del popolo e emblema dell’Armenia. Le leggende non sono state mai materiale per gli storiografi che attingono allo scritto e alla cronaca per raccontare un’epoca e una comunità; ma sono state una traccia dei tempi seppure imperfetta perché non documentabile.

Questo mio lavoro, però, inizia con una ricerca storica sulle tracce del Popolo Armeno in Sicilia e in Calabria, e vuole dimostrare l’importanza della storia come disciplina e come passione per comprendere, secondo la nostra cultura classica, le radici dei simboli divenuti segni distintivi delle tradizioni e degli usi tra le popolazioni diverse. Seguono alcune leggende, fisabe e racconti che si rifanno alla mitologia, alla tematica dell’ambiguità, al ciclo delle stagioni e ai diversi ceti sociali.

                                                                                                                              L’autore Giovanni Teresi

La presenza degli Armeni in Sicilia

In Sicilia la città di Trapani godeva di una posizione favorevole rispetto alle rotte commerciali tra il Levante e il Mediterraneo occidentale e doveva annoverare tra i suoi abitanti anche degli Armeni, come suggerisce la presenza in città di un Francesco de Armenia nel 1453 e di un Pietro de Armenia nel 1500, oltre che la costruzione di un sepolcro nazionale armeno per opera di un certo Paolo Bogos nel 1663.

I rapporti tra gli Armeni e la Sicilia non si limitarono al secolo e mezzo di vita del regno d’ Armenia in Cilicia, né furono soltanto di natura commerciale. I primi contatti documentati risalgono almeno al VI secolo d. C., quando l’ armeno Artabanes fu nominato comandante dell’ esercito nell’ Isola.

Di stirpe armena era anche Mezezius, che nel 668 avrebbe usurpato il trono dopo l’ assassinio di Costante II a Siracusa, venendo a sua volta ucciso di lì a qualche mese.

Altri Armeni  giunsero sull’ isola come soldati di Bisanzio, o perseguitati e banditi dall’ impero, come i ribelli del tema armeniaco che nel 793 l’ imperatore Costantino VI fece disperdere nella Sicilia e in altre isole.

Allora le coste armene erano percorse da corsari genovesi che poi vendevano gli schiavi anche in Sicilia. Trapani era luogo di transito di una delegazione armena in viaggio per Roma.

In quel periodo fu un fatto importante  il matrimonio tra un armeno e una siciliana e il loro successivo trasferimento a Laiazzo.

L’ Armenia del “Decameron” fu un regno formatosi in Cilicia ai tempi delle crociate con l’ appoggio degli stati europei e del Papato, e sopravvissuto fino all’ invasione mamelucca del 1375.

Nel 1271 Marco Polo, diretto nel Catai, attraversò la piccola Armenia e descrisse Laiazzo come un luogo di transito obbligato per quanti volevano inoltrarsi in Asia. In questo periodo i rapporti tra Armenia ed Europa furono intensi. I Sovrani armeni cercavano di favorire le relazioni commerciali con gli europei accordando esenzioni da diritti doganali, donazioni immobiliari e concessioni in materia di amministrazione della giustizia. Tali privilegi venivano sanciti da documenti redatti in armeno e tradotti in francese o latino.

Uno dei quattro documenti di questo tipo pervenuti nell’ originale armeno – prezioso anche perché è un rarissimo testimone della lingua cancelleresca in uso nel regno d’ Armenia – fu concesso proprio ai Siciliani da re Lewon IV nel 1331, anche in virtù del legame di parentela che lo univa al re di Sicilia.

Lewon, raggiunta la maggiore età, aveva fatto assassinare la sua prima moglie per sposare Costanza d’ Aragona, figlia di Federico III re di Sicilia e già vedova del re di Cipro.

Questo documento è interessante anche per le vicende della sua trasmissione, legata a uno degli episodi più dolorosi della storia siciliana. Ancora verso la fine del XVI secolo, proprio a Messina, si ricordano dei mercanti di Sis, capitale del regno d’ Armenia in Cilicia, e padre Alishan – uno dei maggiori eruditi Armeni dell’ Ottocento – riportando le parole di un viaggiatore armeno, secondo cui i siciliani «vogliono le famiglie armene», commenta: «come anche i nostri (scil. gli Armeni) vogliono loro, per il proprio profitto».

Verso la metà del secolo successivo Alishan, nei suoi scritti, menziona la presenza a Venezia di mercanti Armeni in affari con Palermo e con altri mercanti siciliani. A questi episodi  il celebre arabista Michele Amari collega il toponimo Qal’ at al-Armanin, rocca degli Armeni, ricordato da Ibn al-Atir tra le conquiste arabe dell’ 861. La partecipazione di Armeni ai primi scontri arabo-bizantini per il controllo dell’ Isola è legata alla spinosa interpretazione delle fonti arabe.

E così rimane incerta l’ origine armena di Balata, che si oppose fino alla morte al ribelle Eufemio, alleato degli arabi, come è dubbio che il patrizio Teodoto, inviato in Sicilia da Costantinopoli nell’828/29, fosse al comando di un contingente armeno.

Poco più tardi, nel 1042, quando ormai tutta la Sicilia era in mano agli arabi, Messina resisteva, difesa da un certo Katakalon, protospatario e comandante della legione armeniaca. Altri indizi rivelano nessi di matrice religiosa tra la Sicilia e il mondo armeno. Nell’ 870 Pietro di Sicilia, enigmatico autore della “Historia Manichaeorum”, si sarebbe recato a Tefrice – odierna Divrigi in Turchia – centro dei Pauliciani d’ Armenia, per negoziare il rilascio di prigionieri bizantini. Inoltre, alcuni santi originari dell’ Isola o a essa legati, come San Gregorio di Agrigento e San Pancrazio da Taormina, sono ricordati nel sinassario armeno, mentre la “Vita armena” di Gregorio Taumaturgo narra come in Sicilia egli abbia arrestato il fuoco del vulcano che minacciava una chiesa, episodio ignoto alle tradizioni greca e latina della vita del santo. Una presenza armena nell’ Italia meridionale evoca la vicenda delle reliquie di San Bartolomeo, connesso con la prima cristianizzazione dell’ Armenia, giunte dapprima a Cipro, dove si era insediata una comunità armena, per proseguire poi alla volta delle isole Lipari, poco prima del 600, e trovare finalmente ricovero a Benevento al tempo delle prime incursioni arabe. Secondo Alishan, lo stesso San Gregorio Illuminatore, artefice della conversione dell’ Armenia nel IV secolo, fu proclamato nel 1753 custode e protettore di Palermo, dove furono traslate alcune sue reliquie, e a lui sarebbe stata intitolata in passato la chiesa parrocchiale di Nissoria, nella diocesi di Nicosia, oggi dedicata a San Giuseppe. La presenza di Armeni a Messina nel primo quarto del XVIII secolo sarebbe, invece, provata – sempre secondo Alishan – dalla loro partecipazione al pellegrinaggio a Roma in occasione del Giubileo del 1725. Fonti di diversa natura ed epoca testimoniano, quindi, che i contatti tra il mondo armeno e la Sicilia furono duraturi e riguardarono aspetti politici, economici e religiosi.

 

La presenza degli  Armeni nella provincia di Reggio Calabria

 

La presenza degli Armeni in Calabria è databile tra il V ed il IX secolo

d. C..

I segni del loro passaggio sono evidenti tra Bruzzano con resti di un castello ROCCA ARMENIA, Brancaleone con le chiese rupestri con pavoni e croce armene incise, Staiti con croci dislocate nel territorio;  chiese rupestri in grotte dove sono evidenti delle croci e pavoni incisi di stile armeno.

In tutto il territorio allargato tra Bova e Bovalino i toponimi e gli stessi cognomi ricordano la loro presenza. Armeno, Armeni e Trebisonda, sono sicuramente nomi che ricordano provenienza.

Toponimi come “ Discesa dell’armeno” (Bova), Varta e Varet (Casignana). Ed ancora altri nomi che seppur storpiati dal dialetto o dall’italianizzazione  ricorderebbero  nomi armeni.

Molti paesi tra il quinto secolo ed il nono secolo, sono di origine armena.

Ciò è attestato da recenti indagine scientifiche.

Il popolo armeno cristianizzato dagli apostoli Taddeo e Bartolomeo, sin dal II° secolo d.C. , ha subito per le sue idee continui martiri, ma non ha mai ceduto ai ricatti della storia. Il primo martirio è stato ad opera degli iraniani, che volevano imporre la loro religione, mazdeista o zoroastrana.  Gli armeni che avevano avuto l’incontro con la verità di Cristo per l’opera di due tra i discepoli, sin dall’inizio della loro conversione, subirono una pressante opera di dissuasione, da parte dei mazdeisti.

I primi martiri caddero per le loro idee altri fuggirono, e probabilmente ad ondate successive raggiunsero anche le nostre terre.

Il lungo esodo durò quattro secoli. Successivamente, alla fine dell’ottavo secolo d.C., una nuova ondata anti cristiana si abbatté sugli Armeni, ad opera degli stessi iraniani e dei turchi, che islamizzati con nuova forza e convinzione pensarono allo sterminio del popolo armeno.

La nuova diaspora porta in terra di Calabria altri profughi, che fondano delle comunità in vari luoghi della provincia di Reggio, a cominciare dalla più nota Bruzzano detta ancora Rocca Armenia, per via del castello incavato nella roccia. Simile a Bruzzano ci sono le vicine Brancaleone e Ferruzzano ed anche qui ancora sono chiari i segni del loro passaggio.

A Staiti altre croci incise su antichi abbeveratoi, a Casignana molte grotte come quella di S. Floro, a San Luca e Natile Vecchio altre grotte di asceti, potrebbero essere state scavate ed utilizzate da Armeni fin dalla prima cristianizzazione.

La croce di Polsi stessa potrebbe essere guardata ora sotto una nuova luce poiché lo stile ricorderebbe e non poco quelle antiche di Armenia.  Anche Samo ha origine armene.

La cucina dei contadini calabresi presenta un tipico piatto che tutt’oggi viene servito sulle mense armene, il “Do fasulia” che altro non è che le nostre taglierine con i fagioli, e dopo cena si gioca a Blot, che  nei paesi del litorale ionico, si gioca in molte occasioni, anche se si chiama “briscola orba”.

La presenza degli Armeni in Calabria ha contribuito allo sviluppo civile e culturale. Gli Armeni sono stati difensori delle terre calabre sotto la spinta araba, la storia ricorda la battaglia di Bruzzano tra gli islamici ed i cristiani  dove un forte contingente arabo sconfisse le milizie armene che erano giunte  in Calabria a seguito di Niceforo Foca, nel IX secolo, per liberare, dalla dominazione araba, Reggio e la Sicilia.  Pur non essendoci  fino al momento prove storiche, ci sono quelle archeologiche che confermano la presenza degli Armeni sul territorio reggino. Ci sono alcuni siti come quelli ubicati nelle località di Brancaleone Superiore e Rocca Armenia, l’attuale Bruzzano, dove vi sono i resti di un castello, dove sono visibili i vari alloggiamenti ed una Chiesa con altare posto ad Oriente. Numerosi siti archeologici sparsi sul territorio della provincia di Reggio Calabria sono dislocati nel territorio di Ferruzzano e sono caratterizzati da una croce basata su una forma sferica, cosiddetta giustinianea tipica   del VI sec. d.c. che conferma sia  la presenza armena sul territorio, forse dei coloni, sia la destinazione a coltura vinicola del territorio, che lo stesso simbolo riecheggi, per le sue caratteristiche  geometriche,  sia del cerchio che del triangolo,  propri gli elementi spirituali di tale popolo in questione già presente nel territorio forse  sin dal VII secolo sotto l’impero di Eraclio, e successivamente sviluppatosi nelle zone adiacenti, grazie a diversi connazionali. Costoro giunti dal Medio Oriente a causa delle numerose invasioni, per volere di Eraclio realizzarono un insediamento numericamente più consistente. Al seguito dell’esercito di Giustiniano, guidato prima da Belisario, poi da Narsete, vennero in Calabria, probabilmente dal Medio-Oriente bizantino, sotto continua pressione dei persiani, nel corso del VI secolo d.C., ebrei ed armeni, con varie funzioni, da quelle amministrative o agricole, a quelle militari, specie per gli Armeni.

Nella vallata di Bruzzano, si stanziarono gli Armeni e gli ebrei.

Dei primi abbiamo le testimonianze nella toponomastica, Rocca degli Armeni a Bruzzano e nei manufatti religiosi: chiese grotte a Brancaleone Superiore e a Bruzzano Vecchia. Ricordano inoltre il passaggio del popolo caucasico, alcune croci trilobate o sormontate da sfere, incise in alcuni palmenti presenti nel comune di Ferruzzano.

La presenza degli ebrei è attestata dal toponimo “Judaríu” (Villaggio dei Giudei), nello stesso comune di Ferruzzano, a ridosso del santuario della Madonna della Catena.

Il villaggio degli ebrei, era situato su un sito frequentato dal neolitico (sono state rinvenute scaglie di selce, ossidiana e frammenti di ceramica non tornita); la loro presenza potrebbe essere certificata  da alcuni frammenti, ivi rinvenuti, di ceramica dipinta, a strisce continue e parallele, gialle e verdi oppure arancio e azzurre.  Analizzando una cartina, del 1783, presente nel lavoro di Roberto Fuda “Formazione e immagine di uno stato feudale” (Corab Editore, Gioiosa Jonica 1995), si legge un toponimo riferito agli Armeni, “Rocca dell’Armenio”, posta tra il sito di S. Domenica e Ferruzzano.

Se la collocazione del toponimo sulla cartina è esatta, l’insediamento armeno sorgeva più a nord-est rispetto alla Rocca Armenia (l’insediamento di Bruzzano abbandonato a partire dal 1907). Esso era a ridosso di Santa Domenica, dove sorgeva Bruzzano nel 925, distrutto dagli arabi, guidati da

Abu Ahmad Gafar Ibn Ubayd. Secondo la tradizione orale del territorio, dopo la distruzione di Bruzzano, gli abitanti superstiti si divisero ed alcuni si stanziarono sulla collina dove sorse Ferruzzano, altri sulla Rocca Armenia. Ma il toponimo “Rocca dell’Armenio” a quale insediamento si riferisce? Probabilmente a quello distrutto dagli arabi nell’862 quando il Wali di Sicilia, Ab-Allah Ibn Al- Abbas, occupò molte rocche bizantine in Sicilia e scatenò la sua furia guerriera in Calabria, distruggendo Qalat-Al Armanin (la Rocca degli Armeni), secondo quanto riferisce Al-Aktir, e che Michele Amari non sa dove collocare nella sua “Storia dei musulmani in Sicilia”.

In seguito la comunità distrutta si ricompose, ma nel 925, come abbiamo accennato venne di nuovo massacrata.

Proprio in questo periodo le dinastie berbere degli emiri di Sicilia, per via della scarsità della popolazione in Africa del Nord, andavano alla ricerca di mercenari nelle terre slave dell’Adriatico settentrionale tra gli schiavoni della Croazia o nella Dalmazia.

Infatti nel 918 molti mercenari schiavoni al soldo degli arabi, sotto la guida di Masud devastarono Reggio e presero la Rocca di Sant’Agata forse nei pressi di Reggio stessa.

In quel periodo la vallata di Bruzzano divenne area di acquartieramento delle truppe arabe e una comunità slava di croati, vi si stabilì, come ricorda il toponimo vicino, alla Rocca degli Armeni, “Schiavuni” o “Rocca Schiavuni”.

Un altro toponimo consimile si ritrova nel comune di Sant’Agata vicino allo stretto di Palecastro.

Un altro tassello quindi si aggiunge al mosaico dei popoli che abitò la vallata di Bruzzano, fino all’arrivo dei normanni nel 1060.

Pertanto è doveroso indagare prima che le tracce di questi popoli siano definitivamente cancellate, esplorando i siti, studiando le superstiti coperte, tessute fino agli anni 50, con schemi tramandati da centinaia di anni, così ricche di simbologie orientali ed infine salvando i vitigni autoctoni, in cui il prestigioso prof. della Statale di Milano, Attilio Scienza, tramite il D.N.A., confida di trovare attinenze con l’Armenia. (1)

(1)- Fonti storiche elaborate dal Prof. Orlando Sorgonà e dal Prof. Sebastiano Stranges, ispettore Onorario del Ministero dei Beni Culturali – 15/04/2005

 

 

 “L’armenità è come una traccia di flauto, che l’orecchio appena percepisce ai confini dell’udito; come due profondi occhi orientali neri sotto sopracciglia foltissime, intravisti in filigrana dietro paesaggi consueti […] L’armenità è sapere che in ogni dove c’è uno simile a te, che ha una simile storia alle spalle; che due si incontrano in un qualsiasi caffè del mondo, scoprono che il loro nome termina in –ian, cominciano a parlare e si scoprono presto cugini. E si raccontano, e ciascuno prende piacere nella storia dell’altro, e la riconosce. L’armenità è sentire in se stessi l’eco e il ricordo delle vaste pianure dell’Anatolia e dei morti che ancora le abitano, e là hanno lasciato le flebili voci del loro rimpianto.”  Antonia Arslan

 

Un’antica fiaba armena: “il tessitore” C’era una volta un re, che un giorno ricevette la visita di un messaggero di un paese lontano. Questi, appena giunto, tracciò un cerchio per terra  intorno  al trono. Il re mandò a chiamare i ministri e i saggi del regno perché gli spiegassero il significato di quel segno, ma nessuno seppe rispondere. Allora ordinò:- Portatemi una persona capace di capire questo disegno, o farò tagliare la testa a tutti! —Gli uomini del re cercarono, cercarono per tutto il paese, finché capitarono in una casa. Sembrava deserta, ma in una culla, che dondolava da sola, videro un bambino addormentato. Anche nella camera accanto dondolava dolcemente una culla … Sentite, anche voi, questa ninna nanna? È un antico canto armeno …. Gli uomini del re, dopo le stanze delle culle salirono sul tetto dove il grano lavato era stato messo ad asciugare, e un piccolo bastone vi si muoveva sopra, impedendo agli uccelli di beccare i chicchi. Insospettiti scesero al piano di sotto e trovarono un uomo seduto al telaio. Un filo era legato alla matassa e un altro alla spola, cosicché, quando la tirava, i fili andavano e venivano dalle culle e dal bastoncello, facendoli muovere. Era un famoso tessitore, saggio nel lavoro. Gli uomini del re pensarono che nessun altro meglio di lui avrebbe potuto  comprendere il disegno del messaggero …

E  gli dissero:- “Alzati, Fratello tessitore, dobbiamo andare dal re. Un uomo ha disegnato un cerchio intorno al trono, e nessuno riesce a capirne il motivo. Se ci riuscirai, avrai una grossa ricompensa.”  Il tessitore rifletté un po’, e prima di avviarsi verso il palazzo reale prese una gallina e due ciàn … i ciàn strani oggetti … c’erano una volta … e, in qualche modo, in qualche forma, ci sono ancora adesso … E arriviamo insieme al tessitore al palazzo del re. Il messaggero era ancora lì, seduto in silenzio. Il tessitore prese i due ciàn e glieli gettò davanti; l’altro trasse di tasca un pugno di grano e lo gettò per terra. Il tessitore allora lasciò libera la gallina che in un baleno beccò tutti i chicchi. Appena vide ciò, il messaggero si rimise le babbucce e zitto e cheto se ne andò. Tutto si è sciolto nel silenzio … Il re chiese al nostro tessitore cosa fosse successo.. e il saggio uomo spiegò: “Il messaggero ha disegnato un cerchio intorno al trono per dire che il loro re sarebbe venuto e sottomettere il nostro. E io gli ho lanciato i ciàn per fargli capire che la loro potenza è niente in confronto alla nostra. Lui ha gettato il grano, a sottintendere che innumerevoli sono le loro truppe; e io ho liberato la gallina che ha beccato i chicchi, per dirgli che uno dei nostri uomini ne uccide cento dei loro”. Il re rese grandi onori al tessitore, e avrebbe voluto farlo ministro di corte, ma lui rifiutò:- Sono fiero d’essere tessitore! – esclamò –“ L’unico mio desiderio, lunga vita al re, è che il calzolaio e il tessitore siano considerati alla stregua degli altri uomini, e che il re sappia come tra i suoi sudditi può talvolta trovare persone migliori dei suoi visir o dei suoi ministri.” Saggezza antica di quando il mestiere era un’arte … c’era una volta e … adesso?.. Dal cielo cadano tre pomi: uno per chi ha narrato questa storia, uno per chi l’ha chiesta e uno per chi l’ha ascoltata. Così, al termine della fiaba, saluta l’ashug …  (2)

(2) –L’altra riva di Francesca de Carolis

I miti e le leggende sul melograno

 

Il melograno è emerso dalla culla della civiltà. Dalle prime notizie del’umanità, il più antico dei frutti cresciuti in abbondanza in tutte le fertili terre del mondo arabo e del Mediterraneo. Il suo colore rosso cupo e scintillante  nei semi cremisi ha ispirato immagini di sangue e di morte. Non c’è mai stato un frutto così colmo di speranza e disperazione. Quello che potrebbe a prima vista sembrare un semplice cibo per il palato esotico è in realtà un legame storico tra antiche civiltà e culture.

Secondo molti studiosi della Bibbia, il melograno è stato il frutto originale del Giardino dell’Eden, il che rende la rappresentazione di tutto ciò che è proibito. Un assaggio dei suoi semi maturi e tutta la conoscenza della morte, del sesso e peccato sono improvvisamente chiari.

Si diceva che il melograno, come l’anemone scarlatto, fosse nato dal sangue di Adone e perciò legato alla morte. Poiché il mito di Kore è profondamente connesso all’agricoltura, si può ipotizzare che i sette chicchi di melograno mangiati dalla dea corrispondano alle sette fasi lunari che gli agricoltori aspettano prima di veder germogliare il grano.

Il melograno è simbolo anche di Era, un tempo dea della morte. L’iconologia ha evidenziato la connessione tra il frutto e l’utero, e per tale motivo il melograno è considerato simbolo della fertilità e di potere. I chicchi al suo interno dimostrano il suo enorme potere vitale e lo rendono uno dei frutti dell’abbondanza per eccellenza. Tra i frutti, contenuti nella cornocopia, spiccava anche il melograno.

Le ricche vedove romane mangiavano melograni, convinte che grazie al loro potere avrebbero potuto evitare le gravidanze indesiderate o al contrario avere il dono di un bambino se lo avessero voluto; ciò rimanda al potere della dea di concedere o negare la vita.

La mitologia greca è piena di immagini e leggende sul melograno.

 

 

 

 

 

 

 

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