La Letteratura Cosmica (Littérature Cosmique)- Relazione di Giovanni Teresi al Seminario Arteterapia ICI di Napoli -27 giugno 2015

Un sogno “Lunare di Giacomo Leopardi

Nel frammento poetico, il XXXVII “Odi, Melisso”, espressamente incentrato sul sogno della caduta della Luna  Leopardi mette in scena il pastore Alceta che racconta al compagno Melisso un sogno spaventoso e lunare, uno dei più umani e commoventi, sgorgati dalla sua magica penna.

La descrizione del sogno di Alceta è del tutto priva di ancoraggio al sapere cosmico, sia esso astronomico o astrologico, e si orienta piuttosto nel campo delle credenze popolari.

Il racconto di Alceta possiede l’aura della narrazione poetica da quel momento di vaghezza contemplativa: «Io me ne stava / Alla finestra che risponde al prato, / Guardando in alto».

La contemplazione si risolve nello stupore dell’improvviso distacco della luna che rapidamente si consuma nella caduta «in mezzo al prato». La prossimità con il corpo celeste dissolve l’aura contemplativa e limita l’osservazione a un corpo ardente, non più grande di una secchia che si spegne fumando, annerendosi e perdendo il suo candore. Dinanzi al materiale sconforto prodotto da un corpo così piccolo e limitato, privo di tutta la sua grandezza cosmica si scaglia l’angoscioso, agghiacciante sguardo al cielo che perde ora un punto forte di riferimento, un luogo familiare appare vuoto, divelto, violato nella sua perenne compiutezza: «Allor mirando in ciel, vidi rimaso / Come un barlume, o un’orma, anzi una nicchia, /Ond’ella fosse svelta». Il dialogo che si avvia dopo la descrizione onirica vede in Melisso un pastore raziocinante e “illuminato” che nega ogni possibilità della caduta della Luna con un ragionamento non trascurabile per la sua “pochezza”. Melisso rassicura Alceta, che aveva paragonato la caduta della luna a quella, ben nota, delle stelle: «non veggiam noi spesso di state / Cader le stelle?», distinguendo la gran quantità di queste dall’unicità della natura, quasi che l’esistenza di molte stelle rendesse di per sé più probabile, e insomma poco dannosa, la loro caduta : «Egli ci ha tante stelle, / Che picciol danno è cader l’una o l’altra / Di loro, e mille rimaner. Ma sola / Ha questa luna in ciel, che da nessuno / Cader fu vista mai se non in sogno.». Si tratta di una riflessione risibile, in quanto non si dà alcuna consequenzialità tra la grandezza della quantità delle stelle e la loro caduta, come è risibile la conclusiva constatazione sperimentale, quasi che il fatto che nessuno abbia mai visto cadere la luna possa condurre a inferire che essa non cadrà mai in futuro.
Il sogno poetico di Leopardi esalta la dimensione immaginativa e fantastica a scapito di ogni delimitazione razionale dell’esperienza cosmica, con procedure che ritroviamo nell’ampio spazio riservato nei Canti alla visione poetica del cosmo, e della Luna in specie, sempre estraneo a una riduzione conoscitiva e astronomica. Naturalmente, una ricostruzione della narrazione letteraria e poetica della visione astronomica leopardiana richiederebbe un ampio saggio, e dovrebbe soffermarsi, oltre che sull’esame di molti Canti, anche su Operette come Il Copernico, il Dialogo della Terra e della Luna, la Scommessa di Prometeo e altre ancora. E non potrebbe essere trascurato, agli antipodi della sua produzione, da un lato il Saggio sopra gli errori popolari degli Antichi. Qui, nel Capo quinto del Saggio, Leopardi riprova il pregiudizio degli antichi di considerare i sogni come premonitori.
Di grande efficacia narrativa, e di pari rilievo come testimonianza dell’attenzione al mondo primitivo, appare la descrizione della scena del risveglio del primitivo.

«Turbato di nuovo e intimorito, se in quel momento, ricordandosi dell’Ente Supremo, egli attribuisce il suo sogno ad una causa soprannaturale, se lo riguarda come nunzio del futuro, egli che sa solo confusamente che il futuro non può esser preveduto, è degno certamente d’ogni scusa». Al di là di tale motivazione della premonizione dei sogni, originata dalla condizione “primitiva”, Leopardi stigmatizza illuministicamente il trasformarsi del sogno in una cosa divina «patrimonio degli auguri famelici».
Segue quindi – come d’uso nel Saggio – una gran messe di testimonianze letterarie classiche, più o meno note, spesso accompagnate da citazioni, dalla letteratura greca (Euripide, Omero, Senofonte, Pseudo-Didimo, Eliodoro, e tanti altri ancora, bizantina (Nicoforo Gregoro, Eustazio di Tessalonica, Niceforo, Leone I di Bisanzio). Alla nutritissima serie di citazioni dotte si aggiunge una presentazione dell’arte di interpretare i sogni: «divenuta – aggiunge ironicamente Leopardi – quasi meritevole di entrare nel numero delle scienze esatte», unita a un lungo elenco di dotti che «si presentarono in folla per rendere questo importante servigio alla umanità», scrivendo manuali sui sogni («Le loro opere si conservano con rispetto nelle nostre Biblioteche, senza che alcuno ardisca toccarle»). Indiscutibile la condanna leopardiana per questa presunta scienza, che testimonia invece la cecità dei saggi antichi, parzialmente redenta dai pochi che la smentirono: «fra tanti sognanti vi fu chi vegliò, e vide assai chiaro per conoscere la follia dei suoi contemporanei», scelti tra i poeti come Virgilio, Tibullo, Lucano, Teocrito, o tra i filosofi come Epicuro, Cicerone e Aristotele, che emerge e fa testo, in conclusione, per l’argomentazione riportata dal suo libro sui sogni. Conclude il capitolo una citazione di Leone I di Bisanzio che indica con l’esempio di Scipione l’Africano quanto la credulità nei sogni premonitori sia da ostacolo per la saggezza politica. Il capitolo del Saggio non presenta, in definitiva, un apprezzamento per la considerazione dei sogni nel mondo antico e soprattutto critica ogni valutazione dei sogni come premonitori della conoscenza futura. La presa di distanze del giovane Leopardi dalla onirocritica verrà mantenuta anche in età matura, come mostra il frammento Odi, Melisso, che se esalta la fantasia onirica non ne trae nessuna conclusione sulla comprensione dell’ordine umano e cosmico.

Il “male di luna” in Pirandello

 Nel saggio Sull’umorismo Pirandello tematizza espressamente l’aspetto “comico” della rivoluzione copernicana, con un chiaro riferimento all’operetta omonima di Leopardi: «Uno dei più grandi umoristi, senza saperlo, fu Copernico, che smontò non propriamente la macchina dell’universo, ma l’orgogliosa immagine che ce n’eravamo fatta.»
Si legga quel dialogo del Leopardi che s’intitola apporto dal canonico polacco. / Ci diede il colpo di grazia la scoperta del telescopio: « Mentre l’occhio guarda di sotto, dalla lente più piccola, e vede grande ciò che la natura provvidenzialmente aveva voluto farci veder piccolo, l’anima nostra, che fa? salta a guardar di sopra, dalla lente più grande, e il telescopio allora diventa un terribile strumento, che subissa la terra e l’uomo e tutte le nostre glorie e grandezze. / Fortuna che è proprio della riflessione umoristica il provocare il sentimento del contrari; il quale, in questo caso, dice: – Ma è poi veramente così piccolo l’uomo, come il telescopio rivoltato ce lo fa vedere? Se egli può intendere e concepire l’infinita sua piccolezza, vuol dire ch’egli intende e concepisce l’infinita grandezza dell’universo. E come si può dir piccolo dunque l’uomo? /»

Passando dalla riflessione teorica alla pratica di scrittura, a mio avviso il risultato lirico più elevato della mitopoiesi cosmica di Pirandello è racchiuso in due famose pagine che descrivono lo stupore e la magia del rapporto con la luna in Male di luna e in Ciàula scopre la Luna, due delle Novelle per un anno. Richiamo due passaggi “lunari” di Male di luna, particolarmente evocativi. Innanzitutto quello che rievoca l’incantamento di Batà, il licantropo della novella: «E Batà, dopo aver ringraziato con muti cenni del capo, prese adagio adagio a narrar loro la sua sciagura: che la madre da giovane, andata a spighe, dormendo su un’aja al sereno, lo aveva tenuto bambino tutta la notte esposto alla luna; e tutta quella notte, lui povero innocente, con la pancina all’aria, mentre gli occhi gli vagellavano, ci aveva giocato, con la bella luna, dimenando le gambette, i braccini. E la luna lo aveva “incantato”. L’incanto però gli aveva dormito dentro per anni e anni, e solo da poco tempo gli s’era risvegliato. Ogni volta che la luna era in quintadecima, il male lo riprendeva. Ma era un male soltanto per lui; bastava che gli altri se ne guardassero: e se ne potevano guardar bene, perché era a periodo fisso ed egli se lo sentiva venire e lo preavvisava; durava una notte sola, e poi basta. Aveva sperato che la moglie fosse più coraggiosa; ma, poiché non era, si poteva far così, che, o lei, a ogni fatta di luna, se ne venisse al paese, dalla madre; o questa andasse giù alla roba, a tenerle compagnia». Quindi il momento finale, nel quale Saro che si rifiuta di accondiscendere alla “vendetta” dalla moglie sul povero Batò, ovvero al suo tradimento, ritrovando la Luna che rideva «beata e dispettosa»: «E nel ritrarsi verso la porta, scorse anch’egli dalla grata della finestrella alta, nella parete di faccia, la luna che, se di là dava tanto male al marito, di qua pareva ridesse, beata e dispettosa, della mancata vendetta della moglie».
Ricordo ora il celebre passaggio di Ciàula, che scopre, infine, la Luna, nel segno di affrancamento dalla sua condizione di “schiavo”: «Restò – appena sbucato all’aperto – sbalordito il carico gli cadde dalle spalle. Sollevò un poco le braccia; aprì le mani nere in quella chiarità d’argento. / Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna. / Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era: ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna? / Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva. / Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna! / E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore».

Nelle due Novelle traspare bene il valore “attivo”, antropomorfo, che Pirandello riconosce alla Luna come movente, nel bene e nel male, delle azioni umane, quasi a smentire umoristicamente la sua osservazione su Copernico che smonta «l’orgogliosa immagine che ce n’eravamo fatta».

Le COSMICOMICHE di Italo Calvino

Ben più approfondita e varia appare la concezione mitopoietica di  Calvino. L’idea del carattere originario del mito, anche come elemento propulsore della conoscenza scientifica, orienterà il progetto calviniano di letteratura cosmica, dopo l’agnizione favorita dalla scoperta della concezione della storia della scienza di Giorgio de Santillana (prof. a Roma insegno storia e filosofia della scienza), punto di partenza per le Cosmicomiche. Mito e cosmologia arcaica si intrecciano in narrazioni piene di fascino, che aprono a Calvino una visione unitaria dell’universo e pongono la questione cruciale di una letteratura scientifica, quella di come far nascere il mito dalla razionalità, l’«idea di raccontare l’universo come una grande macchina scientifico-cosmologica», rovesciando la direttrice individuata da Santillana, in una sfida che Massimo Bucciantini (prof. di storia della scienza) così sintetizza: «È possibile fare narrazione a partire dai risultati acquisiti dal mondo della scienza? Questa è la sfida che Calvino lancia a se stesso e da cui nasce il nuovo progetto […]. Ed è, a pensarci bene, l’esatto rovesciamento del progetto perseguito da Santillana, che era appunto quello di mostrare come nasce la razionalità dal mito, anzi, che la razionalità è forma del mito». Più in generale, Calvino si interroga – con un’evidente reminiscenza leopardiana – su che cosa pensano del satellite «i pastori dell’Asia centrale» e ricerca in questo nuovo orizzonte cosmico lo spazio per estendere i limiti dell’immaginario letterario: «Io vorrei servirmi del dato scientifico come d’una carica propulsiva per uscire da abitudini dell’immaginazione, e vivere anche il quotidiano nei termini più lontani dalla nostra esperienza; la fantascienza invece mi pare che tenda ad avvicinare ciò che è lontano, ciò che è difficile da immaginare, che tenda a dargli una dimensione realistica o comunque a farlo entrare in un orizzonte d’immaginazione che fa parte già d’un’abitudine accettata».

Tale sguardo cosmico non viene ospitato soltanto nelle scelte letterarie dell’ultimo periodo, ma traspare in annotazioni e osservazioni svolte a proposito di altre scritture; è il caso dell’individuazione di uno “stoicismo cosmico” in Montale (1981), che peraltro rievoca l’«universo inospite e avaro» di Leopardi: «Non c’è messaggio di consolazione o d’incoraggiamento in Montale se non si accetta la consapevolezza dell’universo inospite e avaro; è su questa via ardua che il suo discorso continua su quello di Leopardi, anche se le loro voci suonano quanto mai diverse. Così come, confrontato con quello di Leopardi, l’ateismo di Montale è più problematico, percorso da tentazioni continue d’un soprannaturale subito corroso dallo scetticismo di fondo. Se Leopardi dissolve le consolazioni della filosofia dei Lumi, le proposte di consolazione che vengono offerte a Montale sono quelle degli irrazionalismi contemporanei che egli via via valuta e lascia cadere con una scrollata di spalle, riducendo sempre la superficie della roccia su cui poggiano i suoi piedi, lo scoglio cui s’attacca la sua ostinazione di naufrago». Come scriverà in un articolo di cinque anni dopo, Filosofia e letteratura (1967): «La scienza si trova di fronte a problemi non dissimili da quelli della letteratura: costruisce modelli del mondo continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e deduttivo, e deve sempre stare attenta a non scambiare per leggi obiettive le proprie convenzioni linguistiche. Una cultura all’altezza della situazione ci sarà soltanto quando la problematica della scienza, quella della filosofia e quella della letteratura si metteranno continuamente in crisi a vicenda». Il progetto di “letteratura cosmica” prende corpo concretamente nel 1963 e impegnerà Calvino fino alla morte. Calvino è andato avanti, alla ricerca di un approccio nuovo, più preciso, più rigoroso col mondo: negli ultimi racconti ha cercato, come dice lui stesso, di “impegnare un’immaginazione e un linguaggio siderali, col distacco dell’astronomia”, per raccontare situazioni tipicamente umane, situazioni drammatiche e angosciose, e risolverle con procedimenti d’astrazione, come se si trattasse di problemi matematici. Questo è stato il suo programma stilistico. E forse non solo stilistico».

Le Cosmicomiche Ti con zero, proseguono intenzionalmente il grande progetto mitopoietico avviato da Ovidio nelle Metamorfosi, proponendo una raccolta di miti moderni in sintonia con le più aggiornate teorie cosmologiche; e al riferimento ovidiano si aggiungono anche Lucrezio. Nella chiusa di La Luna come un fungo, che mette in scena il distacco della Luna dalla Terra in seguito a una marea solare, sempre alla luce della teoria di George H. Darwin, Calvino propone un desolato sguardo lunare: «Alle volte alzo lo sguardo alla Luna e penso a tutto il deserto, il freddo, il vuoto che pesano sull’altro piatto della bilancia, e sostengono questo nostro povero sfarzo. Se sono saltato in tempo da questa parte è stato un caso. So che sono debitore alla Luna di quanto ho sulla Terra, a quello che non c’è di quel che c’è».

E infine in Le figlie della Luna appaiono le oscillazioni imprevedibili di una Luna «malata» e «smarrita»: «Antiche espressioni come luna piena, mezzaluna, ultimo quarto continuavano a essere usate ma erano soltanto modi di dire: come la si poteva chiamare ‘piena’ quella forma tutta crepe e brecce che pareva sempre sul punto di franare in una pioggia di calcinacci sulle nostre teste? E non parliamo di quando era tempo di luna calante! Si riduceva a una specie di crosta di formaggio mordicchiata, e spariva sempre prima del previsto. A luna nuova, ci domandavamo ogni volta se non sarebbe più tornata a mostrarsi (speravamo che sparisse così?) e quando rispuntava, sempre più somigliante a un pettine che sta perdendo i denti, distoglievamo gli occhi con un brivido».

Mentre in Leopardi lo sguardo sul cosmo si risolve in uno “spettacolo senza spettatore”, in Calvino la presenza dello spettatore, spesso “troppo umano” per essere vero, rende inverosimile lo sguardo stesso mascherando la prospettiva cosmica con una veste comica. Un eccesso di umanità che ben si riconosce se si guarda – nell’occasione di un’eclissi – alla grande pietra sospesa, come propone Roberto Casati nella sua Scoperta dell’ombra: «Per la prima volta ho visto la Luna per quello che è veramente […]. La Luna è un sasso tenebroso piuttosto cospicuo che se ne sta a una certa distanza sopra la mia testa e stranamente non mi cade addosso. Naturalmente conoscevo le leggi che la tengono ben salda in orbita. (…) Di solito la luce diafana della superficie lunare regala allo sguardo l’illusione di una lanterna delicata e leggera. Durante l’eclisse la Luna perde la sua natura di semidea, si separa dalla corte degli altri oggetti celesti visibili, tutti brillanti. […] L’ombra della Terra rivela la vera natura della Luna». La pietra sospesa che l’Alcesti leopardiano sogna di veder cadere nel prato: piccola cosa materiale imparagonabile con la grande Luna immaginaria e poetica.             Giovanni Teresi

Bibliografia:

Massimo Bucciantini, Italo Calvino e la scienza. Gli alfabeti del mondo, Einaudi, Torino 2007
Italo Calvino, Saggi 1945-1985, a cura di M. Barenghi, 2 voll., Mondadori, Milano 200 (1995)

Marco Antonio Bazzocchi, L’immaginazione mitologicaLeopardi e Calvino, Pascoli e Pasolini, Edizioni Pendragon, Bologna 1996

Luigi Pirandello, L’umorismo e altri saggi, a cura di E. Ghidetti, Giunti, Firenze 1994

Gaspare Polizzi, La letteratura italiana dinanzi al cosmo: Calvino tra Galileo e Leopardi, in «Lettere italiane», 62 (2010), 1, pp. 63-107

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Traduzione in Lingua Francese

Littérature cosmique: un rêve de lunaire Giacome Leopardi, mal lune de Luigi Pirandello, les “Cosmicomiche” de Italo Calvino

Dans le XXXVIIe  fragment poétique, intitulé “Odi, Melisso” (Entends, Melysse), centré sur le rêve sur la chute de la lune, Leopardi met en scène le berger Alcète relatant à son ami Melysse son rêve épouvantable concernant la lune, le plus émouvant et le plus absolument humain jamais sorti de sa plume.

La description du rêve n’est pas ancré dans la science cosmique, soit-elle astrologique ou astronomique, car elle s’oriente plutôt vers les croyances populaires.

Le récit d’Alcète est d’autant plus poétique qu’il incite à l’esprit contemplatif: “Io me ne stavo/ Alla finestra che risponde al prato,/ Guardando in alto” (Je m’en restais/ A la fenêtre qui donne sur le jardin/ En regardant en haut).

La contemplation donne lieu à l’étonnement provoqué par le détactement soudain de la lune qui rapidement  se consume en tombant au milieu de la verdure. Le corps abattu et dissous de la lune n’est plus stimulus pour la contemplation mais il devient incitation à l’observation d’un corps ardent, pas plus grand qu’un seau se noircissant et perdant sa candeur. Au découragement matériel provoqué par un corps si petit et si insignificant s’accompagne le regard angoissé et glacé, lancé vers le ciel, devenu vide et violé dans sa nature: “Allor mirando in ciel …” (Alors regandant le ciel, je ne vis/ q’un éclair, une trace, mieux une niche, /D’où elle avait été enlevée).

Le dialogue qui suit à la description onirique voit chez Mélysse un berger “raisonnant” et “éclairé” qui nie la chute de la lune par un raisonnement solide, quoique dépourvu de consistance formelle.

Mélysse essaie de rassurer son ami en lui rappelant la chute des étoiles: “non veggiamo noi spesso .. (ne voyons-nous pas l’été/ Tomber les étoiles? …), le nombre de ces dernières n’entachant pas l’infinité de la nature, du fait que leur multitude rend probable et fréquente leur chute: “Egli ci ha tante stelle …” (Il est tellement d’étoiles, /Que ce n’est pas un grave dommagement/qu’ il tombe l’une ou l’autre/ De milliers en restent. Mais seule/reste la lune dans le ciel, car personne ne l’a jamais vu tomber, si ce n’est dans le rêve).

C’est une considération légère, car de même qu’il n’est point facile d’établir de rapport entre quantité et chute, de même  du fait que la lune n’est jamais tombée, par cela même on en déduit que jamais telle chose ne pourra avoir lieu.

C’est que le rêve poétique de Leopardi exalte la dimension fantastique et imaginaire au détriment d’une connaissance scientifique du cosmos: ici le poète se montre contre l’avis des Anciens qui considéraient le rêve porteur de prémonition.

Cela est d’autant plus efficace qu’il l’attribue à la “cause primitive”: “Troublé et apaureux, du fait qu’en ce moment, se rappelant l’Etre suprème, il attribue son rêve à une cause surnaturelle, qu’il le regarde comme annonce du futur, même s’il se rend compte confusément que le futur n’est pas prévisible, cela même le rend digne de justification”.

Par de là la déconsideration primitive, Leopardi suit la tradition des lumières en estimant improbable l’origine divine du rêve, “patrimoine des augures faméliques”.

Suivent, dans le même éssai, nombre de témoins littéraires, parmi lesquels Euripide, Homère, Xenophon, Pseude.Didime, Eliodore et tant d’autres appartenant au monde byzantin (tels Nicophore Grégoire, Eustace de Tessalonique, Nicéphore, Léon Ier de Bysance) Au sujet de l’interprétation des rêves il ajoute: elle “mérite presque de faire partie des sciences exactes”, cultivée par une Kyrielle de savants qui se prêtent nombreux à servir l’humanité”, en écrivant des livres sur les rêves, dont les copies restant gardées dan les bibliothèques, sans que personne n’ose y toucher. Inexorable est la condamnation de la part de Leopardi à l’égard des Anciens: “parmi tant de rêveurs il y eut qui sut rester éveillé, et il vit assez clair pour connaître la folie de ses contemporains. Et parmi ces veilleurs il énumère, entre les poètes, Virgile, Tibulle, Lucain, Théocrite, et, entre les philosophes, Epicure, Cicéron, Aristote.

Il termine ce chapitre par une citation de Léon Ier de Bysance qui indique, en faisant l’exemple de Scipion l’Africain, combien la crédulité au sujet des rêves prémoniteurs est fallacieuse pour ce qui concerne la sagesse politique. Comme l’on voit, il n’a considération pour la science nulle des rêves (onirocratie) très me prisée des Anciens; et cette mésestime va s’accentuer avec le temps, comme le montre bien le fragment que nous avons cité et qui date de l’âge mûr du poète.

Dans son essai Sur l’humorisme Pirandello souligne l’aspect comique de l’assertion de Copernic, se basant sur l’essai léopardien consacré au savant “L’un des plus grands humoristes, sans le savoir, fut Copernic, qui déconstruisit non pas la machine de l’univers, mais l’image que nous en avions fabriquée”

Qu’on lise les lignes suivantes:

“Alors que l’œil regarde dessous, à travers une lente plus petite, et il voit grand ce que la nature providentiellement avait voulu nous faire voir petit,  notre âme, que fait-elle? bondit vers le haut, par la lente plus grande, et le télescope devient alors un terrible outil, qui submerge la terre et l’homme et toutes nos gloires et grandeurs. Heureusement que c’est le propre de l’humorisme de provoquer le sentiment des contraires; lequel, dans ce cas, dit: “Mais est-il vraiment si petit l’homme, ainsi que le télescope renversé nous le montre? S’il peut comprendre et concevoir sa petitesse infinie, cela signifie qu’il comprend et conçoit la grandeur infinie de l’univers. Et comment peut-on alors dire petit l’homme?”.

A mon avis, l’expression la plus lyrique de Pirandello concernant le cosmos, on la trouve dans deux œuvres faisant partie de son recueil “Novelle per un anno, “Male di luna” et “ Ciàula scopre la luna”. Ici on rappelle l’enchantement de Batà, le lycanthrope du récit: “ E Batà, après avoir remercié par beaucoup de signes de sa tête, entama la narration de ce qui lui était arrivé: lors même que sa mère, toute jeune, au moment de la récolte des épis, s’endormant, dans le champs, l’avait exposé si toute la nuit aux rayons de la lune; et lui, toute la nuit, pauvre innocent, l’estomac exposé à l’air, les yeux errants, il avait joué avec elle, la belle lune, remuant les petites jambes, les petits bras. Et la lune l’avait enchanté. L’enchantement y avait dormi dedans pendant des années, et c’est depuis peu qu’il s’était réveillé. Chaque fois que la lune s’etait rapetissée, le mal le reprenait; mais ce n’était un mal que pour qui, auquel les autres s’en soustrayaient et ils le pouvaient bien le faire, car c’était à un êtant moment précis, sentant qu’il allait venir et en étain d’une certaine manière averti;  il ne durait qu’une nuit, un point c’est tout. Il avait espéré que sa femme serait plus courageuse que lui; mais, puis qu’elle ne l’était pas, on avait décidé qu’elle ne restât pas auprès de lui au moment survenu mais qu’elle partît chez sa mère; ou bien que celle-ci se déplaçât pour lui tenir compagnie”.

De là au moment final, où Saro, qui refuse de consentir à la vengeance de la part de la femme sur Bato, du fait de sa trahison, retrouvant la lune riante, heureuse et impertinente: “Et en avançant vers la porte il aperçut par la claie de la haute fenêtre, dans la paroi d’en face, la lune qui, si de ce côte-là elle causait tant de mal au mari, de ce côte-ci riait, heureuse et espiègle, pour la vengeance ratée de la femme”.

Je rappelle maintenant le célèbre passage de Ciàula, lequel, dans la découverte de la Lune, trouve la raison de son affranchissement d’ “esclave”.

“ Il resta-  sitôt de hors- abasourdi, la charge lui étant tombée des épaules. Il leva un peu les bras; il ouvrit les mains noires dans cette clarté d’argent./ Grande, tranquille, comme dans un océan frais et lumineux de silence la Lune était en face de lui./ Oui, il savait, il n’ignorait pas ce que c’était; mais de la manière dont on n’ignore pas tant de choses dans la vie courante. Et qu’est.ce qui lui importait, à Ciàula, que la Lune était dans le ciel?/ Maintenant, maintenant seulement, étant dehors, en pleine nuit, évadé du ventre de la terre, il la découvrait./ Extatique, il se laissa tomber sur la charge, devant le fossé. La voici, la voici, la Lune … Il y avait la Lune, la Lune!

Et Ciàula se mit à pleurer, sans s’en rendre compte, sans le vouloir, se sentant soulagé, éprouvant une grande douceur, du fait qu’il l’avait découverte, là, au moment ou elle montait vers le ciel, avec son grand halo de lumière, ne connaissant ni les monts, ni les plaines, ni les vallées qu’elle éclarait, étrangère à lui- même, qui n’avait pas pour autant peur d’elle, ni il ne ressentait davantage de fatigue, dans cette nuit pleine de son étonnement”.

Dans son recueil Pirandello montre que la Lune est capable d’intervenir dans les actions humaines, en démontant l’assertion de Copernic qui dit de la lune est bien “l’image que nous nous en avons faite”.

Bien plus profonde et variée  apparaît la conception mythopoétique de Calvino. L’idée du caractère originaire du mythe, même comme élément propulseur de la connaissance scientifique, orientera le projet calvinien de littérature cosmique, en cela stimulé par la conception de l’histoire de la science exprimée par Giorgio de Santillana, professeur à Rome d’histoire et philosophie de la science. Cette inspiration sera à la base de ses Cosmicomiche.

Mythe et cosmologie archaïque se mêlent dans des narrations pleines de charme, ouvrant à Calvino une vision unitaire de l’univers et posant la question cruciale d’une littérature scientifique, à savoir la manière dont faire ressortir le mythe de la rationalité, l’ “idée de raconter l’univers comme une grande machine scientifico-cosmologique”, en renversant la ligne directrice individuée par Santillana, par un défi que Massimo Bucciantini, professeur d’histoire, ainsi synthétise: “Il est possible de faire de la narration à partir des résultats acquis du monde de la science? C’est le défi que Calvino lance à lui-même et dont naît le nouveau projet (…) Et cela, à bien y penser, c’est le renversement exact du projet poursuivi par Santillana, qui était de montrer comment naît la rationalité du mythe, mieux, que la rationalité est forme du mythe”.

Plus en général, Calvino s’interroge par une évidente réminiscence léopardienne sur l’opinion qu’ont sur le satellite “ les bergers  de l’Asie centrale” et recherche dans ce nouvel horison cosmique l’espace pour étendre les limites de l’imaginaire littéraire:

“je voudrais me servir de la donnée scientifique comme d’une charge propulsive pour sortir des habitudes de l’imagination, et vivre même le quotidien dans une optique  la plus lointaine de notre expérience; la science-fiction me semble au contraire qu’elle tend à rapprocher ce qui est lointain, ce qui est difficile d’imaginer, qu’elle tend à lui donner une dimension réaliste ou de toute façon à le faire entrer dans un horizon d’imagination qui fait déjà partie d’une habitute acceptée”.

Ce regard cosmique n’est pas que dans les choix littéraires de la dernière période, mais il est répérable dans d’autres endroits critiques. Tel est le cas de l’individuation du “ stoïcisme cosmique” chez Montale (1981), qui, par ailleurs, évoque l’ “univers inhospitalier et avare “  de Leopardi: “Il n’y a pas de message de consolation ou d’encouragement chez Montale si on n’y accepte la conscience de l’univers inhospitalier et avare; c’est dans cette strie assez dure que son discours suit celui de Leopardi, meme si leurs voix en sont fort dissonantes. Ainsi, par rapport à Leopardi, l’athéisme de Montale paraît-il plus problématique, parcouru par des élans incessants vers le surnaturel refroidis par le scepticisme de fond. Si Leopardi dissout les consolations de la philosophie des Lumières, les suggestions visant une attitude consolatrice qui sont offertes à Montale relèvent pour l’essentiel des irrationalismes contemporains qu’il examine au fur et à mesure et laisse tomber par la suite, en rapetissant le roc sur lequel s’appuient ses pieds, l’écueil auquel s’attache son obstination de naufragé”.

Cette pensée se retrouve dans un artcle de cinq ans plus tard, Filosofia e Letteratura (1967):

La science se trouve face à des problèmes non différets de ceux relevant de la littérature: elle construit des modèles du monde incessamment mis en crise, elle alterne méthode inductive et déductive, et elle doit faire attention à ne pas prendre pour objectives ses propres conventions linguistiques. On pourra par contre parler sérieusement de culture quand la problématique de la science, de la philosophie et de la littérature se situeront finalement dans une position critique réciproque”.

Le projet de “littérature cosmique” ne prendra corps qu’en 1963 et à partir de ce moment jusqu’à sa mort Calvino ne s’en departira jamais.

Calvino a avancé dans ce chemin en recherchant une nouvelle approche, plus precise, plus rigoureuse du monde: dans ses derniers récits il a cherché, comme dit lui-même, a “engager une imagination et un langage sidéraux par le détachement du monde astronomique”, afin de raconter des situations typiquement humaines, des situations dramatiques et angoissantes, et de les résoudre par des procédures abstractives, tels des problèmes mathématiques. Cela a été son programme stylistique. Peut-être pas seulement stylistique”.

Les Cosmicomiche et Ti con Zero poursuivent intentionnellement son grand projet mythopoiétique commencé par Ovide das ses Métamorphoses, en proposant un recueil de mythes modernes en phase avec les plus récentes théories cosmologiques; dans le même sillon se place Lucrèce.

A la fin de “La Luna come un fungo ”, qui met en scène la séparation de la Lune d’avec  la Terre à la suite d’une marée solaire, toujours sur la base de la téorie de George H. Darwin, Calvino propose une vision lunaire désolée:

Parfois je lève mon regard vers la lune et je pense à tout le désert, le froid, le vide qui pèsent sur l’autre plat de la balance et soutiennent notre pauvre luxe. Si j’ai bondi de côté-ci au juste moment, ç’à été un hasard. Je sais que je suis redevable à l’égard de la lune en ce qui concerne ce que je possède sur la Terre, à l’égard de ce qui n’est pas en ce qui concerne ce qu’il y est”.

Dans   “le figlie della luna” apparaissent les oscillations imprévisibles d’une lune “malade” et “égarée”: “Expressions surannées comme lune pleine, demi- lune, dernier quart continuaient d’être utilisées mais elles n’étaient  que des manières de dire: comment pouvait-on l’appeler “pleine” cette forme-là toute crevassée toujours prête à s’effriter en pluie d’éboulis sur notre tête? Et ne parlons pas du moment où la lune se montre tombante: Elle se réduisait à une sorte de croûte de fromage mordillée, et elle disparaissait bien plus avant ne ce qu’on en avait prévu. Dès l’apparition de la lune, on revenant à se demander si elle ne se montrerait pas à nouveau (pouvait-on jamais penser qu’elle allait disparaître ainsi?) et quand elle reapparaissait, ressemblant à un peigne qui va pendre ses dents, nous en détournions les yeux saisis de peur”.

Alors que chez Leopardi le regard sur le cosmos se résout en un “spectacle sans spectateur”, chez Calvino la présence du spectateur, souvent “ trop humain” pour être vrai, rend invraisembable le regard en soi, du fait qu’il masque la perspective cosmique par une couverture comique.

Un excédent d’humanité qu’on attribue, si l’on y regarde bien, au moment de l’éclypse, à la grande pierre suspendue, comme suggère Roberto Casati dans sa “Scoperta dell’Ombra”:

“Pour la première fois j’ai vu la lune. Pour ce qu’elle est véritablement (…) la Lune est une pierre ténébreuse plutôt consistante qui est à une certaine distance par rapport à moi et ne tombe pas étrangement dessus. Naturellement je connaissais les lois qui la retiennent solidement là-haut (…) D’habitude la lumière subtile de la surface lunaire transmet au regard l’illusion d’une lanterne délicate et légère. Pendant l’éclypse  la lune perd sa nature de demidéesse, se sépare de la cour des autres objets visibles, tous brillants. (…) L’ombre de la Terre révèle la véritable nature de la lune”.

La pierre suspendue que l’Alceste léopardien rêve de voir tomber sur la prairie: petite chose matérielle absolument incomparable avec la grande Lune imaginaire et poétique.             Giovanni Teresi

Traduzione di Elisa Magurno e G. Grupposo

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