Il chiavistello della porta incantata -Racconto breve di Giovanni Teresi

Era un giorno di primavera, come di consueto, dopo un breve giro per il paese per le faccende quotidiane, andavo a trovare il signor Simone titolare di un negozio d’antiquariato. Dentro c’erano quadri, statuette, mobili e cianfrusaglie di varie epoche, ma ciò che, quel giorno, mi attrasse era un chiavistello arrugginito posto su d’uno scaffale di legno assieme ad altri oggetti di ferro. A dire il vero,  mi piacciono i libri antichi perché emanano un interessante fascino culturale. Facendo un giro per il negozio, notai un testo antico “La felicità di chi lavora” racconti di un autore sconosciuto F. Gallo del 1880. Aprii il testo è notai, cosa curiosa, che le pagine erano alcune intonse altre già tagliate proprio in un racconto dal titolo “La sapienza di un calzolaio” con una figura a stampa bianco-nera dell’epoca raffigurante un piccolo calzolaio seduto su d’uno sgabello a riparare le scarpe. Sullo sfondo si intravedeva una porta socchiusa con il chiavistello che dava su una via tutta fiorita, direi paradisiaca.

Chiesi al negoziante quanto costavano sia il libro che il chiavistello; li comprai con piacere. Il pomeriggio a casa lo trascorsi leggendo il racconto. Di tanto in tanto guardavo il chiavistello posato sul tavolo e quello dipinto sulla pagina all’inizio del racconto, e mi chiedevo di quale porta sarebbe stata la chiusura. Guardando attentamente mi accorsi che la  piccola barra di ferro che scorreva dentro  le due asole portava una scritta: “In medio stat virtus”  (la virtù sta nel mezzo) un aforisma di Orazio. Perché quel chiavistello portava quell’incisione? Cosa voleva indicare? Dopo un’attenta riflessione pensai che la locuzione invitava a ricercare l’equilibrio. L’espressione “In medio stat virtus”  poteva anche significare  “il mezzo è la cosa migliore”  come affermava Aristotele nell’Etica Nicomachea (μέσον τε καὶ ἄριστον).

Forse la porta divideva ciò che era la realtà del mondo nel suo quotidiano e l’irreale mondo sconosciuto dell’aldilà. Quella figurina aveva del magico, le scarpe che il ciabattino stava aggiustando erano da donna e la scena all’interno offriva una realtà sia di un disordine apparente ma anche di una confusione quasi voluta, scarpe immischiate di qualsiasi numero e sesso. Al di fuori della porta si intravedeva invece una realtà ordinata di colori e proporzioni in una via infinita in un campo fiorito di papaveri e margherite. Il chiavistello era al di fuori dell’asola affissa sulla cornice della porta e stava in bilico sull’altra inchiodata sulla vecchia e tarlata traversa di legno. Il racconto, nelle prime pagine, scorreva nella descrizione della scena; poi pian piano si faceva più interessante considerando il periodo di narrazione e la disarmante attualità di alcuni discorsi ed affermazioni.

Anticamente, e qualche poco anche adesso, nelle piccole città, le botteghe dei calzolai e quelle dei barbieri erano il luogo di convegno nelle serate d’inverno; e non solo i contadini e gli artigiani facevano parte della conversazione, ma anche i proprietari terrieri, i signori, e … taluni fra i nobili. Presso il calzolaio convenivano di preferenza coloro che avevano volontà di narrare storie e favole, commentare e criticare le prediche del quaresimale, e perfino parlare di scienze e di belle arti. Il calzolaio non cessava di lavorare, nemmeno quando si credeva in diritto di far conoscere il suo parere. E se non trovava compagnia che gli garbasse, leggeva attentamente qualche buon libro che si faceva prestare, e ne imparava a mente vari squarci. Così quando parlava un ciabattino lo si ascoltava perché egli poteva all’uopo citare le parole di uno studente, di un avvocato  o di un prete suoi avventori serali. I vecchi, che avevano settanta o ottanta anni dicevano che nella loro gioventù erano più felici … Gli operai agiscono più per impeto di cuore, che per calcolo di mente; ma è per questo che sono più leali, più caritatevoli, più religiosi. Verrà un tempo che voi vivrete di forma e non di sostanza, perché il mondo progredisce e si civilizza nel vizio. Michelino, il ciabattino, rifletteva e poi interloquiva con i clienti:  – Ho paura che sia vero. E ne ho paura perché confronto certi operai del giorno d’oggi con quelli del tempo della mia gioventù, e vedo fra di loro un abisso. Mi ricordo sempre che nel 1850 un bravo ed allegro falegname mi narrava tutta la storia romana fino a Cesare Augusto; e che un sarto di quei tempi mi correggeva il compito di latino di scuola. Invece al giorno d’oggi trovo degli operai che leggono romanzi e gazzette infernali, che fanno la propaganda per un deputato libero pensatore, che proclamano unico Dio la moneta, vera morale il tornaconto. Verrà il tempo della distruzione d’ogni ordine civile e religioso. Quale differenza fra i discorsi che si facevano nelle botteghe degli artigiani e quelli che ora si fanno in certe associazioni, in cui si grida: – vogliamo nobiliare l’operaio! – La verità sta bene in mezzo alla povertà ed al lavoro, ed è giusto che non abbia seguito la gente fuori delle officine. L’operaio è l’essere più nobile e più utile perché lavora, non ha bisogno di essere nobilitato, ma invece di vedere nobilitata in faccia agli uomini la sua arte. Voi credete nobilitare l’operaio liberandolo dal giogo della religione dalle tenebre della fede; ed egli, se è logico, vi domanderà: – Perché due somari, essendo uguali, hanno diritto allo stesso basto, mentre  per due uomini non è cosi? Voi vedete che chi vive contento del suo lavoro e della sua fede, abbraccia le stranezze della vostra mente senza impazzire. E che? Si pretende che l’operaio ami sinceramente il lavoro e la famiglia, ed intanto si spegne nel suo cuore l’amore del cielo! Si cerca l’amore del sacrificio dove più non esiste l’amore di Dio! Si vuole allargare la mente restringendo infinitamente lo spazio di cui ha bisogno per vivere, togliendole il lume della fede! … e questa si chiama civiltà? Civiltà da forsennati, che per nostra fortuna non ha fatto grande progresso nella massa dei nostri operai, i quali, malgrado tanti sforzi del vizio, si mantengono onesti e veramente nobili, come i personaggi del presente racconto.”

Questo pensiero veniva scritto nel racconto  del 1880 che avevo tra le mani. Vicino alla porta che dava nell’infinito, c’era uno specchio rotto e un quadro della Madonna.

Fuori, vicino ad un roseto, si scorgeva una piccola statua di marmo acefala raffigurante Venere. Lo specchio rotto rifletteva  parte di ciò che all’interno era in disordine. L’accostamento della scena interna con quella esterna faceva riflettere. Da cristiani sono state distrutte teste e braccia di divinità greche. Si sono aggredite delle statue di dura pietra e non si è dati pace finché non sono state sfigurate. Da riformatori e da rivoluzionari sono state abbattute le immagini di santi, a volte da luoghi altissimi, a rischio della propria vita; e spesso la pietra che si cercava di spezzare era talmente dura da costringere a lasciare l’opera a metà.

La distruzione di immagini che raffigurano qualcosa è distruzione di una gerarchia che non si riconosce più. Vetri e porte appartengono alle case: sono la parte più vulnerabile dei loro confini verso l’esterno. Quando porte e vetri sono frantumati la casa ha perso la sua individualità. La porta semichiusa con il chiavistello sbloccato invitava ad immettersi nella scena esterna lasciando dietro tutti i pensieri.

Al di qua del mondo razionale, i pensieri vincolano, incatenano,  influenzano e determinano il modo di vivere. Nell’antichità, l’uomo per emanciparsi dai decreti della natura ha preso come simbolo più vivo della tragedia greca il Prometeo incatenato. Nel linguaggio di oggi diremmo che incarna la nostra evoluzione culturale rispetto al secolare processo dell’evoluzione biologica che ci accomuna a tutte le altre specie viventi, e che ci condanna a morire. Ma quel’è la virtù che sta in mezzo tra la certezza della morte e l’eternità?  Dal punto di vista religioso è il seguire la Parola del Vangelo. Un’altra delle virtù, che però non si scolla dal mondo reale, è l’arte nei suoi variegati aspetti e il pensiero filosofico-matematico. Ritornando al Prometeo incatenato, il Romanticismo ha sottolineato nel mito prevalentemente l’aspetto della lotta contro altri uomini – padroni, tiranni e servi di tiranni – piuttosto che contro le forze della natura. D’altra parte già nell’antichità non erano mancate le interpretazioni in chiave politica del contrasto Prometeo-Zeus come campioni del nuovo e del vecchio ordine costituito ad Atene.

Pur rendendosi perfettamente conto di ciò che ha fatto, il Prometeo di Eschilo non ha esitazioni né pentimenti. La ragione scenica e le esigenze del dramma richiedono che l’eroe si lamenti, gema, recrimini e imprechi, ma Prometeo si limita in questo al minimo indispensabile, lasciando ad altri – le Oceanine – figlie di Oceano – il compito di evocare i temi della compassione e del dolore condiviso. Prometeo, per quanto strenuo lottatore e illuminante visionario, non è sostanzialmente diverso da noi e ci affascina. E’ comunque condannato ad andare avanti, e a sostenere paziente e tenace il peso di questa sua audacia. Dopo essersi chiesto che significato può avere Prometeo per l’uomo d’oggi, Albert Camus in un suo saggio del 1954 così conclude:

Per noi, più della ribellione contro gli dei, ha un senso questa sua lunga ostinazione. E’ quella ammirevole volontà di non separare né escludere nulla di ciò che ha sempre riconciliato e riconcilierà ancora il cuore doloroso dell’uomo con le primavere del mondo”.

Riprendendo il concetto di  Orazio “In medio stat virtus”,  egli sosteneva che nessun uomo è soddisfatto della propria condizione ma dice che non lo sarebbe nemmeno se potesse cambiarla. In realtà affermava che, non sono le condizioni in cui si vive a determinare la felicità e che quindi, è inutile affannarsi per accumulare ricchezze perché conta solo la capacità di capire quanto sono limitati i propri bisogni reali. Quindi basterà accontentarsi di quanto è necessario a soddisfare le proprie esigenze primarie e fondamentali. Con l’aneddoto della formica  Orazio sosteneva che è inutile che l’uomo accumuli tante ricchezze inutili e che egli dovrebbe fare come la formica che accumula l’estate per consumare in inverno. Il concetto fondamentale di questa satira (che è alla base di tutta l’opera di Orazio) è che non bisogna scegliere gli eccessi nella nostra condotta di vita. Per questo motivo, non bisogna accumulare grandi ricchezze ma neanche vivere nella più assoluta povertà, e quindi trovare fra i due eccessi una via di mezzo. “Est modus in rebus” ci deve essere misura in tutte le cose. Il senso della misura deriva dal termine greco “metriotes”, termine filosofico che asseriva che la virtù consisteva nel giusto mezzo e vale a dire nell’equilibrio che l’uomo deve trovare tra eccessi opposti. Questo concetto era presente nell’epicureismo ma è stato fatto proprio da tutte le filosofie greche. Infatti Aristotele per primo, lo assume aderendovi pienamente e facendolo diventare l’elemento base della sua morale.

Fuori dalla finestra del mio studio scorgevo un forte vento di scirocco che faceva piegare i rami degli alberi e la polvere saliva su fin al primo piano. Dal cielo una pioggia pesante frammista di sabbia sporcava le auto in sosta e il davanzale. E mentre rimuginavo quelle riflessioni filosofiche giravo tra le mani il chiavistello arrugginito. La porta che sigillava conteneva qualcosa di magico, ne ero sicuro.      Giovanni Teresi

 

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