Religione ed usi sacri nell’antica Grecia – Ricerca storica di Giovanni Teresi

Ritratto di Omero del tipo “Epimenide” Copia romana dell’originale greco del V secolo a.C. (immagine da google)

I Greci adorarono le forze della natura, personificate in altrettante divinità, alle quali diedero forme e passioni umane. Ma intorno a questi numi primitivi crearono un mondo di graziose leggende, dando vita alla più ricca mitologia dell’antichità, e offrendo ad artisti e a poeti una fonte inesauribile di fantastica ispirazione.

Gli dei della Grecia hanno la loro sede sul monte Olimpo: lì governa Zeus (Giove), padre di tutti, che ha il suo trono tra le nubi, e di là guarda le piccole cose di questo mondo, brandendo nella mano il fulmine vendicatore; egli rappresenta le forze dell’atmosfera. Regina del cielo è Era (Giunone), moglie di Giove e madre degli dei; Ares (Marte) è il dio della guerra e va sempre armato; Ermes (Mercurio), con le ali ai piedi, porta i messaggi di Giove; Efesto (Vulcano) rappresenta il fuoco e protegge le industrie; Ades (Plutone) governa sotterra e vive nell’Averno tra le ombre dei morti; Poseidòne (Nettuno) simboleggia invece il mare e sta nell’oceano tra le Nerèidi e i Tritόni, mostri marini dal viso umano. Bellissimo è Apollo (Febo), simbolo del sole e del genio: egli ama la poesia, la musica, protegge i poeti e siede sul monte Elicόna con le nove Muse, le belle fanciulle ispiratrici di tutte le forme d’arte e di poesia.

Protettrice delle intelligenze e degli studi è Atena (Minerva, Pàllade), uscita viva dal cervello di Giove, come a figurare la sapienza divina; invece Afrodìte (Venere) rappresenta la bellezza, e si circonda di amorini alati. Ѐstia (Vesta) è saggia e siede al focolare, proteggendo la famiglia; Artèmide (Diana) simboleggia la luna e va a caccia per i boschi, seguita dai cani fedeli.

Tra gli dei minori c’è Diòniso (Bacco) il dio del vino, sempre ebbro, che i Sàtiri, mezzo capri e mezzo uomini, portano in giro barcollante su di un asinello. C’è Ѐolo, il dio dei venti, che al cenno di Giove scatena nel mare le tempeste, mentre Pan, caro ai pastori, percorre i monti al suono del flauto. Le Ninfe intanto si specchiano nei fiumi e cantano; le Amadrìali riempiono di grida argentine i boschi. Per i Greci cielo, terra, mare, tutto è popolato di misteriosi esseri sovrumani.

Nella mitologia gli dei non serbano sempre il dovuto decoro. Per quanto Zeus si vanti di essere il loro padre e signore, essi agiscono come vogliono e spesso si oppongono al suo volere; inoltre si adirano, si commuovono, piangono; e se al banchetto il goffo Vulcano li rallegra con i suoi lazzi, prorompono in sonore risate. Nella leggenda troiana essi prendono parte alla lotta, favorendo ora l’uno ora l’altro dei combattenti; appaiono spesso nella mischia sotto false sembianze, gettano dardi, vibrano colpi, uccidono, e, percossi a loro volta, fuggono nell’Olimpo a curarsi in segreto le divine ferite. Siamo in pieno antropomorfismo.

Grande era tra i Greci la superstizione: essi non cominciavano mai un affare importante senza consultare il volere degli dei. Si mandava allora una commissione di savî a interrogare l’oràcolo. Cioè una divinità venerata per i suoi misteriosi responsi. Il più famoso era l’oracolo di Apollo a Delfi, nella Fòcide, ai piedi del monte Parnaso: là da una roccia si sprigionavano misteriosi vapori, che inebriavano la Pìzia, la sacerdotessa sacra al Dio; questa, in una specie di estasi religiosa, pronunciava con voce rauca parole arcane, che poi i sacerdoti interpretavano come un responso del dio. Non di rado le frasi, di colore oscuro, avevano più significati; spettava poi agli uomini di governo ridurre tali frasi a un ragionevole consiglio.

Nei tempi omerici il culto si svolgeva all’aperto, su are improvvisate, alla presenza del popolo; soltanto più tardi gli dei ebbero templi sontuosi. Le cerimonie sacre consistevano in alte invocazioni, in processioni, in offerte di animali, di frutta, di fiori.

La cerimonia più importante era il sacrificio. Il devoto portava la vittima, che poteva essere un agnello, una capra, un vitello, un bove; i sacerdoti infioravano l’animale, lo cospargevano di acqua purificatrice, lo sgozzavano ai piedi dell’altare: poi esaminavano le viscere ancora calde, credendo di scoprire nei movimenti di esse la volontà del nume. Da ultimo gettavano viscere, sangue, ossa sulla fiamma dell’ara, e serbavano per il banchetto le carni. Quando il sacrificio era ricco, s’immolavano più animali; il più splendido di tutti i sacrifici era l’ecatombe, in cui si uccidevano cento bovi: munificenza da sovrani.

La fede nella vita d’oltre tomba è comune tra i Greci e appare anche nei poemi omerici, con forme però vaghe e nebulose. Ulisse scende nell’Averno e trova le ombre di Achille e di Agamennone; esse sono soffuse di una grande malinconia, immerse come in un’atmosfera di penoso rimpianto, poiché, al dire di Achille, non vi è sulla terra alcuna esistenza tanto povera e triste che non debba preferirsi al più gioioso ufficio nel regno dei morti (1).

Giovanni Teresi

 

(1)

vv.608-627

pene e dannati

 

Teseo

Flegias

        – Qui si trovano coloro che odiarono i fratelli mentre durava la vita o percossero il padre o ordirono qualche frode a un protetto o coloro che da soli guardarono ammassate ricchezze e non le divisero coi loro parenti (questa è la folla più grande), e quelli che furono uccisi per adulterio o seguirono empie armi o non esitarono a tradire il giuramento fatto ai padroni: rinchiusi qui aspettano la pena. Non chiedere di sapere quale pena o quale tipo di scelleratezza o destino abbia sommerso questi uomini. Alcuni rotolano un sasso immenso e pendono legati ai raggi delle ruote; siede e starà seduto in eterno l’infelice Teseo [126]; e lo sventurato Flegias [127] ammonisce tutti e testimonia ad alta voce nell’oscurità:

– Ammoniti dal mio esempio imparate la giustizia e non disprezzate gli dèi.

– Questo per oro vendette la patria ed impose un potente tiranno, per denaro fissò le leggi e le abrogò; quello penetrò nel talamo della figlia, illecito imeneo [128]; tutti osarono commettere un esecrando delitto e compirono il delitto osato. Se avessi cento lingue e cento bocche e una ferrea [129] voce, non potrei descrivere tutte le forme di delitti ed enumerare tutti i nomi delle pene.

Virgilio – Eneide – Libro sesto – Traduzione e note di Giuseppe Bonghi

 

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