La fine dell’Impero Romano d’Occidente – I successori di Costantino e l’Impero cristiano -Ricerca storica di Giovanni Teresi

Costantino imperatore romano – immagine di google

 

Costantino, morendo nel 337, divise l’Impero fra i suoi tre figli. Lotte fratricide e guerre civili ridussero in breve il potere nelle mani dell’unico superstite dei tre, Costanzo II. Antipatico sovrano, gretto e crudele, più intento alle discussioni teologiche che alle esigenze del governo, durante i ventiquattro anni del suo regno (337-361) mise a soqquadro il mondo cristiano favorendo l’eresia di Ario e perseguitando i cattolici. Sospettoso, mandò a morte tutti i membri della famiglia di Costantino, tranne il giovane cugino Giuliano, che inviò nelle Gallie al comando delle legioni. Là i soldati, che odiavano Costanzo, riconobbero il giovane imperatore: la guerra civile stava per scoppiare, quando Costanzo morì.

Giuliano era un tipo singolare: solitario, taciturno, portava la barba alla foggia dei filosofi greci e ostentava austeri costumi alla maniera di Marco Aurelio. Aveva studiato ad Atene e si era riempita la testa di filosofia pagana, alimentando in segreto un odio profondo verso la religione del “Galileo”, come egli per dileggio chiamava Gesù dalla sua povera terra di Galilea.

Divenuto imperatore, Giuliano non fece più mistero delle sue idee e con uno zelo ingenuo si accinse alla restaurazione del paganesimo. Seguito con scetticismo dai pagani, destò orrore fra i Cristiani, i quali a lui, degenere distendente di Costantino, diedero l’odioso nome di Apostata.

Giuliano passò del resto come una meteora. Dopo appena due anni di regno (361-363) egli cadde in battaglia contro i Persiani, colpito a morte da un dardo nemico. I Cristiani narrarono poi che l’empio imperatore, raccolto nel cavo della mano il proprio sangue, lo avesse lanciato verso il cielo, esclamando: – Hai vinto, o Galileo! -, come per confessare la vittoria di Cristo. I pagani descrissero invece la sua fine serena come quella di Socrate.

Se anche la frase blasfema non fu pronunciata, la vittoria del Cristianesimo apparve ugualmente certa: dell’opera di Giuliano non rimase traccia. Gli imperatori che si succedettero ricalcarono le orme di Costantino e diedero apertamente tutto il loro appoggio alla Chiesa.

Tra costoro ricorderemo Graziano (375-383), cattolico sincero e molto affezionato a Sant’Ambrogio, insigne vescovo di Milano. Il pio imperatore volle estirpare ogni avanzo di idolatria e ordinò che dall’aula del Senato in Roma fosse tolta la statua della Vittoria, suscitando le recriminazioni degli ultimi senatori pagani. Nella sua lotta contro la idolatria Graziano trovò un collaboratore nel collega d’Oriente, Teodosio (379-395). Spagnolo d’origine, Teodosio si era formato nella milizia e sui campi di battaglia: era dunque un soldato. Cattolico anch’esso, aveva per la religione il senso della disciplina e non ammetteva né eretici né pagani. Memorabile è stato il decreto che insieme pubblicarono Graziano e Teodosio nel 380: in esso si dichiarava che “sola la religione dell’Impero era quella che il divino apostolo Pietro aveva trasmessa ai Romani”. Venivano così definitivamente poscritti tanto il paganesimo quanto l’arianesimo.

Quale fosse, del resto, l’ossequio che Teodosio prestava alla Chiesa, si vide nel famoso episodio di Milano. L’imperatore, avendo saputo di una grave insurrezione avvenuta a Tessalonica (Salonicco), in un momento d’ira aveva dato ordine di procedere a un vero massacro di cittadini. La crudele repressione suscitò l’orrore di tutti. Teodosio recandosi un giorno al tempio in Milano, il vescovo Ambrogio gli si fece severamente incontro per impedirgli l’accesso alla Chiesa: a ché domandasse a Dio perdono del sangue sparso per essere riammesso tra i fedeli. Il monarca, chinato il capo, obbedì (390). Tanta era la forza morale della Chiesa di fronte all’Impero!

La definitiva divisione dell’Impero romano (395)

 L’Impero romano, pur essendo uno Stato unitario, in realtà si componeva di due parti, spiritualmente distinte, l’Oriente, civile da secoli, greco di lingua e di pensiero, e l’Occidente, di meno antica civiltà, latino di lingua e di educazione; Alessandria e Roma erano i due centri su cui gravitavano due mondi così lontani, così restii a fondersi moralmente. La diversità produsse dapprima una reciproca gelosia, poi un antagonismo aperto e finalmente un netto e definitivo distacco. Del resto, la fondazione di Costantinopoli aveva portato il dissidio alla fase acuta: la nuova capitale fu detta “la Nuova Roma”, ebbe un Senato rivale di quello di Roma, una nobiltà nuova in opposizione con l’antico patriziato romano, magistrati, ufficiali, burocrazia, tutto come a Roma. E il centro dell’Impero si spostò dalle rive del Tevere a quelle del Bosforo, lasciando in abbandono la città eterna.

Un avvenimento improvviso provocò la definitiva divisione dell’Impero romano. Teodosio, morendo nel 395, spartì l’Impero tra i due suoi figli, affidando al primogenito Arcadio l’Oriente, al secondogenito Onorio l’Occidente. Siccome però i due sovrani erano ancora molto giovani, l’imperatore pose il primo sotto la tutela di Rufino, Prefetto del Pretorio, e affidò l’altro al Maestro delle Milizie, Stilicone.

La rivalità fra i due ministri scoppiò in un vero conflitto nel 395, quando Stilicone, per allontanare dall’Italia un’orda di Visigoti, oltrepassò i confini dell’Occidente e portò le sue armi in pieno territorio d’Oriente. Un ordine immediato di Rufino lo costrinse a rientrare nei confini occidentali. Non si giunse allora ad un’aperta dichiarazione di guerra, ma da quel momento l’Oriente e l’Occidente rimasero in una reciproca vigile diffidenza, come due potenze estranee e rivali.

Così, spezzata l’unità dell’Impero, i due Stati vissero ciascuno la propria vita senza unirsi mai più. L’Impero d’Oriente rimase ancora in piedi per più di mille anni; l’Impero d’Occidente, invece, decadde assai presto, straziato dalle discordie e invaso dai barbari.

Questa divisione accelerò il processo di disfacimento, già in corso fino dal terzo secolo, soprattutto nelle regioni occidentali dell’Impero. Il progressivo spopolarsi dell’Italia, l’impoverimento generale, l’enorme pressione tributaria, che soffocava ogni iniziativa, tutto sembrò sospingere il mondo romano alla rovina. E ben più grave della crisi materiale è stata la crisi morale. Si assistette  infatti in quei tempi alla decadenza delle virtù civili: i Romani si disinteressarono della vita pubblica, lasciarono libero il campo ad avventurieri provinciali, perfino a barbari, rifuggirono dalle cariche civili perché gravose, e preferirono di vivere oscuramente nelle loro case o nelle fattorie di campagna, dove il lavoro degli schiavi aveva ricacciato da secoli nelle più remote regioni della leggenda la nobile, austera fatica di Cincinnato. Né più esistette l’antico spirito militare. Da molto tempo Romani e Italici disertarono l’esercito, pieno ormai di provinciali e perfino di barbari. Le gloriose legioni di Roma non furono più l’espressione della patria in armi, ma un’accozzaglia di gente, il cui valore e la cui fedeltà erano commisurati alla paga o alla speranza di bottino.

Così la salvezza di Roma è stata affidata non al valore dei cittadini, ma al braccio mercenario di gente straniera, spesso anche segretamente ostile. E ciò nel momento in cui su tutti i confini dell’Impero si aggravava la pressione delle innumerevoli genti barbariche che Roma non riuscì ormai più a contenere.

Giovanni Teresi

 

Bibliografia: R. Paribeni, “Da Diocleziano alla caduta dell’Impero d’Occidente” – Bologna – Cappellini 1942. Alfonso Manaresi “Storia antica” – Milano –  Ediz. L. Trevisini

 

 

 

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