Una favola mitologica: l’antico enigma – Ricerca di Giovanni Teresi

Gli enigmi della Sginge – Ricerca tramite immagini di google

 

In tempi assai lontani, nella popolosa città di Tebe, vissero un re ed una regina, Làio e Giocàsta. Potevano essere felici, ma non lo furono, anzi essi sono stati i più infelici regnanti che ricordi la memoria dell’uomo. Su di essi gravava, infatti, tremendamente la colpa, commessa dai loro avi, una punizione voluta dagli dei. E nessuno, nemmeno i re, potevano schivare l’ira e la vendetta divina.

Làio era stato avvertito dall’oracolo di Delfi con queste parole:

Tu avrai un figlio: esso ti ucciderà e sposerà sua madre”.

Il re trasalì e non appena nacque l’erede al suo trono, sebbene addolorato, pensò abbandonare il fanciullo quale miserabile pasto alle fameliche belve, che vagavano sul monte Citeròne. Lassù soffiava vento e l’innocente abbandonato piangeva, dimenando i piedi già gonfi per la corda che li teneva stretti l’uno contro l’altro.

Un pietoso pastore, Eufòrbo, accorse sentendo quella voce piccina e prese con sé il neonato. Egli scese a Corìnto, lo consegnò al re Pòlito, un sant’uomo; Mèrope, la regina, fu contenta d’allevare quel bambino come un figlio. Lo chiamarono Edìpo perché aveva i piedi gonfi.

Pòlibo e Mèrope così lo educarono e gli riservarono in eredità la signoria della ricca Corìnto. Passarono parecchi anni ed Edìpo crebbe sano e vigoroso, ignaro della sua origine, ignaro di quanto il fato aveva prescritto, ignaro di quelle indicibili pene, che doveva inconsapevolmente sopportare.

Un giorno, un triste giorno, un compagno gli disse:

“Tu non sei figlio dei signori di Corìnto; Pòlito e Mèrope non sono i tuoi genitori”.

Edìpo s’indignò ed era incredulo, tuttavia decise d’andare a consultare la Pizia:

“Ucciderai tuo padre, sposerai tua madre; i tuoi figli saranno tuoi fratelli”;

così disse la sacerdotessa di Apollo e le sue parole furono veritiere, ma ingannevoli.

“ I miei genitori? io ucciderò i miei genitori? – pensava fra sé il giovane –

Non tornerò più in Corìnto; non ucciderò mai Pòlito e Mèrope, miei genitori!”

E imboccò una strada che portava lontano da Corìnto, ma quella era la strada per andare a Tebe. Il destino lo conduceva là, inesorabilmente. E camminava, camminava con la morte nel cuore e con gli stessi pensieri di colui che viene bandito dalla sua stessa patria. Giunto ad uno stretto trivio, Edìpo non volle cedere il passo al cocchio di uno sconosciuto, seguito da cinque servi, e ne nacque una lite, si venne alle mani: Edìpo uccise il signore e quattro servi. Si seppe, poi, che il superstite, giunto a Tebe, riferì che il re di quella città era stato ucciso assieme agli altri quattro servi da una banda di briganti: evidentemente, ebbe vergogna di confessare che uno solo uomo avesse atterrato cinque persone armate. Edìpo non sapeva d’avere ucciso suo padre, il vecchio re Làio.

“Tu ucciderai tuo padre”  aveva detto la Pìzia, ed Edìpo uccise suo padre. Volontà degli dei, terribile volontà.

Edìpo proseguì il suo viaggio e giunse, dopo tanto camminare, a Tebe. Lo squallore invadeva quella città, il re era stato assassinato ed un orribile mostro, la Sfinfe, faceva strage di uomini per sfamarsi; uccideva tutti coloro che no riuscivano a sciogliere l’enigma che proponeva. E nessuno lo aveva sciolto. Se Edìpo avesse risolto l’enigma, avrebbe salvata Tebe, poiché la Sfinge si sarebbe uccisa: avrebbe sposato la regina rimasta vedova, sarebbe divenuto re, per come Creònte, fratello di Giocàsta aveva bandito. Così Edìpo di buon mattino andò nella foresta in cerca del mostro. Lo trovò e la Sfinge così disse:

Se scioglierai l’enigma, sarai salvo ed io mi darò la morte. Ascolta l’indovinello:

Vi è un essere sopra la terra a due e quattro piedi e una voce; ed ha tre piedi. Egli solo tra quante creature si muovono in terra, mare, aria, egli solo muta natura”.

“L’uomo! L’uomo!”  disse subito Edìpo e subito la Sfinge torse i suoi occhi verdi, spiccò il volo, volteggiò sul limpido cielo, si portò sopra una montagna, andò ancora più in alto e precipitò giù a picco sfasciandosi. Tebe era salva dal terribile mostro. Creònte riconoscente riconobbe nello straniero il nuovo re e salutò suo cognato. Edìpo sposò Giocàsta, sposò, ignaro, sua madre, e i figli, i quattro figli che ebbe furono suoi fratelli. S’avverava nella sua pienezza il terribile vaticinio della Pìzia. E nulla sapeva l’infelice Edìpo.

Giovanni Teresi

 

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