La musica nell’antica Roma – Relazione in italiano e latino di Giovanni Teresi

Musica nella civiltà romana – Ricerca tramite immagini google

La musica rivestì un ruolo importante nella vita culturale e sociale di Roma (1). La sua nascita risentì profondamente degli influssi etruschi e italici (in cui era abbinata a spettacoli indigeni quali l’atellana – feste religiose popolari (1bis) e il fescennino – antica forma di arte drammatica (2) e, in seguito alla conquista romana del mondo greco, in misura ancora maggiore, di quelli ellenici. Dai Greci i Romani ripresero alcuni strumenti musicali, con medesime funzioni ma con nomi diversi, e gli schemi musicali sono stati trasmessi fino al medioevo cristiano (2bis).

Rispetto alla semplice raffinatezza della musica greca, che utilizzava pochi strumenti per accompagnare il canto, la musica dei Romani fu certamente più vivace ed eseguita con strumenti di dimensioni maggiori e di suono più potente; questi erano a corda, a percussione e a fiato, principalmente quest’ultimi, spesso riuniti in orchestra ma con armonie generalmente unisone, sottolineavano la specificità del loro utilizzo a seconda delle varie occasioni.

A Roma la musica ebbe per lo più un carattere popolare anche se si distingueva tra una musica di consumo e una più colta, considerata quasi un distintivo sociale per le classi più elevate. Almeno inizialmente non rivestì un ruolo così importante nell’educazione del cittadino romano come in Grecia ove, al contrario, si pensava potesse influire in senso positivo o negativo sul comportamento morale degli uomini e sui loro costumi.

Dopo la conquista definitiva del mondo greco nel II sec. a.C. (146 a.C.), la musica occupò un posto di sempre maggiore rilievo nella vita pubblica e nei divertimenti del popolo romano. Affluirono in città un gran numero di cantanti, strumentisti e danzatori, provenienti dalla Siria e dall’Egitto oltre che dalla Grecia. L’attività musicale è stata molto intensa durante gli ultimi decenni della Repubblica e crebbe nei primi due secoli dell’Impero. Numerosi musicisti, sia uomini che donne, trovarono posto presso le residenze delle famiglie patrizie e in un secondo momento furono gli stessi Romani a volersi cimentare in prima persona nell’esecuzione musicale. Anche la corte imperiale si interessò allo studio di questa forma d’arte e tra i più entusiasti cultori ci furono Caligola, Nerone, Adriano, Commodo, Eliogabalo e Alessandro Severo. In particolare Svetonio (3) racconta della grande passione per la musica dell’imperatore Nerone che, allievo del citaredo greco Terpno, istituì nel 60 d.C. degli agoni musicali (i Neronia) e partecipò egli stesso a competizioni citarodiche (3) in Italia e in Grecia.

(3) La lirica va distinta in melica (dal greco melos, cioè canto) monodica, se cantata da una sola persona, e corale o corodica, se cantata da un coro. Inoltre poteva esserecitarodica, se eseguita mediante la cetra e il canto, e citaristica se eseguita solo con la cetra, aulodica, se accompagnata dal flauto (aulos) e dal canto, e auletica se accompagnata solo dal flauto.

Nella società i musicisti occupavano un posto importante e facevano pagare prezzi abbastanza alti sia per le lezioni private che per le esibizioni. Tutti questi aspetti si accentuarono durante la decadenza della civiltà romana e, vista l’associazione sempre più frequente della musica ai riti pagani, a dei comportamenti sconvenienti e a spettacoli di sangue, i primi Padri della chiesa proibirono ai Cristiani di partecipare agli spettacoli. Solo con la proclamazione del cristianesimocome religione ufficiale dello stato da parte di Teodosio nel 391, cominciò a diffondersi verso folti gruppi di fedeli la musica cristiana che, nata sotto l’influenza di quella greca e romana già tra il I e il II sec. d.C., riuscì a sopravvivere ad esse dopo la caduta dell’Impero d’Occidente nel 476.

Nel corso dei secoli, dunque, la musica conquistò progressivamente sempre più spazio, facendo da sottofondo a vari momenti della vita quotidiana. C’era musica nelle cerimonie religiose, nei trionfi, negli spettacoli come la pantomima e i ludi gladiatori, nei cortei che precedevano questi ultimi e i giochi circensi ma anche nelle varie rappresentazioni teatrali, nella danza, nella poesia, nelle feste private, nei banchetti, nella caccia, nei funerali e nelle battaglie.

Molte sono le testimonianze storiche e letterarie pervenuteci a riguardo (Marco Terenzio Varrone, Cicerone, Pseudo Plutarco, Svetonio, Aristide Quintiliano, Sant’Agostino) ma nessun documento completo ci è pervenuto che possa esserci utile per ricostruire i brani. Fortunatamente possediamo numerose raffigurazioni di strumenti musicali su sarcofagi, medaglie, mosaici e bassorilievi.

L’introduzione della musica come elemento integrante dello spettacolo fu una delle novità più rilevanti del teatro romano. Nella tragedia e nella commedia latina, ad esempio, sebbene il coro avesse importanza minore rispetto al teatro greco, parti cantate si alternavano alla recitazione e la tibia, strumento a fiato corrispondente al flauto greco, fornito di fori, fabbricato in canna, legno o avorio, ad ancia semplice o doppia, veniva ampiamente utilizzata per sostenere, accompagnare e talvolta introdurre il canto. La lunghezza e la modalità di esecuzione producevano un suono più grave o più acuto, adatto alle parti rispettivamente più serie o più allegre della rappresentazione. La diffusione della musica nel teatro produsse la convenzione che il pubblico, prima dell’entrata del personaggio, poteva già intuire lo svolgersi degli avvenimenti e spesso il musico restava in scena per tutto il tempo della rappresentazione muovendosi insieme ai personaggi.

Le melodie furono spesso d’accompagnamento anche alla danza. Gli strumenti atti a scandirne il ritmo erano soprattutto quelli a percussione come i crotala, realizzati in argilla, legno o avorio e corrispondenti alle moderne nacchere e il cymbalum, formato da due dischi di bronzo legati e battuti l’uno contro l’altro, di provenienza orientale e simile ai nostri piatti. C’erano inoltre il sistrum, formato da lamine metalliche che se agitate tintinnavano, utilizzato inizialmente dai sacerdoti appartenenti al culto di Iside che si diffuse a Roma soprattutto dopo la conquista dell’Egitto (31 a.C.); il tympanum formato da un cerchio di legno o di bronzo sul quale veniva tesa una pelle di bue o di asino battuta ritmicamente con le mani e lo scabellum, usato in genere per dare il tempo ai danzatori e per annunciare la fine dello spettacolo. Era composto da due tavolette di legno sovrapposte e legate sotto al piede destro, nella faccia interna delle quali una castagnetta battuta con forza al piede produceva il suono.

Negli spettacoli era generalmente difficile trovare donne dirette esecutrici di musica; non mancavano invece attestazioni in ambito privato, e varie testimonianze iconografiche ci mostrano degli strumenti musicali come arpa, pandura, siringa, lira e cetra utilizzati anche da donne e interpretati come simbolo di vita raffinata e colta, nonché proprio di virtù femminili.

L’harpa, di provenienza orientale secondo i Greci e i Romani, aveva una forma all’incirca triangolare ed era dotata di corde di diversa lunghezza ma di uguale spessore. La pandura, suonata esclusivamente dalle donne, era composta da una cassa armonica emisferica e da un manico lungo e ricurvo alla cui estremità si trovavano i cavicchi ai quali erano fissati le corde. La siringa, la lira e la cetra erano utilizzati come accompagnamento anche negli spettacoli, in gare e declamazioni poetiche. La syrinx o flauto di Pan, vista l’origine associata al dio come ci raccontano Ovidio e Virgilio (4), era un piccolo strumento a fiato, progenitore dell’organo, costituito da una serie di canne di misura decrescente allineate nel senso della lunghezza, tenute insieme da cordoncini e otturate con della cera alle estremità inferiori; soffiandoci dentro ogni canna emetteva una nota della scala musicale. La lyra e la cithara furono gli strumenti prediletti dai Greci. Entrambe si componevano di una cassa armonica, di due bracci imitanti due corna attorte che partendo dalla cassa erano congiunti in alto da una traversa orizzontale e di un numero variabile di corde tese che venivano pizzicate con le dita della mano. Rispetto alla cetra, la cui cassa di risonanza era realizzata interamente in legno, il carattere primitivo della lira sopravvisse nell’uso di ricavarla da un guscio di tartaruga, come nella prima lira inventata da Hermes, e anche quando negli esemplari più tardi si usò il legno per costruire la cassa armonica, la forma e la concavità dell’originario guscio furono rigorosamente mantenute.

Uno strumento molto diffuso a Roma fu l’organo. Il suo utilizzo fu notevole soprattutto durante l’età imperiale al punto che è stato il primo,fra gli strumenti antichi, a passare in eredità al mondo cristiano e medievale. Si distingue l’organo a mantici o “pneumatico” dall’organo idraulico. Il primo, introdotto probabilmente nei primi anni dell’età imperiale, era più leggero, più facilmente trasportabile e l’aria compressa era spinta al suo interno grazie a dei mantici: famosa è la ricostruzione dell’Organo di Aquincum i cui resti furono rinvenuti nella cittadina ungherese nel 1931. Il secondo fu inventato intorno alla metà del III sec. a.C. da Ctesibio di Alessandria (ingengere e inventore della pompa e dell’organo),il  quale inserì nello strumento un sistema idraulico che permetteva all’aria compressa di assumere una pressione costante. Sua moglie Thais imparò a suonarlo tanto da diventare la prima organista della storia. Non sappiamo con esattezza quando questo strumento fu introdotto a Roma ma nella metà del I sec. d.C. il suo impiego fu frequentissimo sia nelle rappresentazioni teatrali che nei giochi del circo e dell’anfiteatro, e Svetonio (5) ci informa che Nerone ne fu un grandissimo cultore.

La musica, quindi, trovò posto anche nei giochi circensi, nei ludi gladiatori e nelle battaglie. Strumenti a percussione come i tamburi scandivano distintamente il ritmo nei momenti particolarmente intensi dello svolgimento delle gare. Prima delle corse o durante gli intervalli dei giochi, veniva suonato il cornu, strumento a fiato, di bronzo ma originariamente ricavato da un corno d’animale, composto da una canna cilindrica conica ripiegata a curva su se stessa munita al centro di una traversa che consentiva di suonare lo strumento appoggiandolo sulla spalla. Oltre che nei ludi era impiegato soprattutto in ambito militare, ma anche durante le cerimonie religiose, come i Baccanali, e nei funerali. Nei giochi il corno veniva suonato insieme all’organo, come risulta da diverse rappresentazioni musive.

Altri strumenti usati a scopi militari, ad esempio per dare segnali alle truppe, incitarle al combattimento o accompagnare imponenti marce trionfali erano il lituus e la bucina. Il lituus, di origine etrusca era costituito da un tubo bronzeo lungo e sottile, pressoché cilindrico e terminante in una sorta di cono ripiegato all’indietro. La buccina,era forse lo strumento di uso militare più difficile da interpretare e spesso confuso con il corno. Secondo studi recenti avrebbe una forma pressoché semicircolare e sarebbe distinto dal corno, oltre che per la mancanza della traversa, per il fatto di essere realizzato in corno bovino e non in bronzo.

Un altro strumento a fiato a carattere spiccatamente militare era la tuba, una tromba dritta conica generalmente realizzata in bronzo, con bocchino separabile in corno, che emetteva un suono aspro e tremendo. Il suo uso, anche in questo caso, non si limitava alla sola sfera della guerra dove veniva usata per dare i segnali di attacco, di incoraggiamento durante la battaglia e di ritirata, ma anche per dare l’ordine di accamparsi e veniva usato durato per i trionfi,  per le cerimonie religiose e rivestiva un ruolo importante nell’ambito dei ludi gladiatori. Rappresentazioni musive di giochi anfiteatrali fanno supporre che più musicisti associati in un’orchestra dovessero suonare in alcuni momenti ben precisi anche durante il combattimento. Le tubae erano al centro della cerimonia delTubilustrium con la quale si inaugurava la stagione dedicata alle campagne militari attraverso una purificazione delle trombe sacre, che si svolgeva due volte l’anno, a marzo e a maggio.

 

Nella storia della cultura occidentale, l’antichità greca ha rappresentato un concreto modello di classicità, specialmente per l’architettura, la scultura, la filosofia e la letteratura. Diverso è stato per la musica, arte altrettanto importante e praticata nel mondo classico, della quale, a differenza delle discipline precedentemente dette, ci sono rimasti solo pochi frammenti e di difficile interpretazione. L’elemento di continuità tra il mondo della civiltà musicale ellenica e quella dell’Occidente europeo è costituito principalmente dal sistema teorico greco, che fu assorbito dai romani e da essi fu trasmesso al Medioevo cristiano. Il sistema diatonico, con le scale di sette suoni e gli intervalli di tono e di semitono, che sono tuttora alla base del nostro linguaggio musicale e della nostra teoria, è l’erede e il continuatore del sistema musicale greco. Altri aspetti comuni alla musica greca e ai canti della liturgia cristiana dei primi secoli dopo Cristo furono il carattere rigorosamente monodico della musica e la sua stretta unione con le parole del testo.

                                 Giovanni Teresi

 Note:

Tale successione caratteristica non è univoca, ma può essere specificata in sette diverse combinazioni definite modi aventi la caratteristica che ognuna di queste può essere costruita a partire dalle altre, usando come prima nota (solitamente chiamata Tonica) una delle note intermedie delle altre.

La monodia (dal greco μονῳδία, composto di μονο, mono, «unico, solo» e ᾠδή, ode, «canto»), in musica è una composizione per una voce solista avente una sola linea melodica; in seguito, la monodia indicò anche una composizione in cui la linea melodica solista era accompagnata da uno o più strumenti.

  • Il termine monodia è contrapposto a quello di polifonia, parola che designa la musica a più voci che cantino simultaneamente (dal greco πολυ poli«molto, molteplice», e ϕωνή,fone, «suono»).

In Occidente, il canto monodico per eccellenza è il canto gregoriano. Nonostante la monodia sia presente pressoché in tutte le culture di ogni epoca, il termine è generalmente usato per le canzoni italiane dei primi anni del XVII secolo e indica indifferentemente sia lo stile che un singolo componimento. Il madrigale e il mottetto solistico furono sviluppati in forma monodica dopo il 1600.

  • bis) ATELLANA.– Gli Osci della Campania usavano rappresentare una specie di farsa con personaggi fissi. I Romani, che la conobbero dopo le guerre sannitiche, la chiamarono fabula atellana, perché era stata portata a Roma da attori di Atella (v.), oppure perché si rappresentava in Atella nell’occasione di feste religiose: spiegazione più probabile, pur non escludendo la prima. L’atellana, da principio, era recitata a Roma in osco, e così rimase come parte di una festa romana fino all’età d’Augusto. Ma la gioventù di Roma si compiacque delle atellane e prese a improvvisarle in latino. Non si sa quando cominciassero precisamente queste rappresentazioni improvvisate, ma certo prima dell’età di Livio Andronico. Gli attori dilettanti delle atellane non erano colpiti d’infamia come gl’istrioni.

L’atellana divenne un genere letterario al tempo di Silla, quando dopo breve splendore cominciava a decadere la fabula togata. La sollevò a dignità letteraria L. Pomponio bolognese: accanto a esso gli scrittori latini ricordano Novio, che dovette essere suo contemporaneo. Nulla sappiamo della vita dei due poeti, solo titoli e frammenti ci restano delle loro opere: settanta titoli e quasi duecento versi di Pomponio, quarantaquattro titoli e un centinaio di versi di Novio.

L’atellana si rappresentava come exodium dopo una tragedia, secondo l’esempio del dramma satiresco dei Greci, che seguiva la trilogia tragica. Era perciò di breve estensione e di rapido svolgimento. Vi recitavano attori di professione, che portavano le maschere come i dilettanti, ma non ne conservavano i privilegi. Il suo carattere si desume, per quanto è possibile, dai titoli, dai frammenti e da poche notizie degli antichi. I frammenti sono di regola d’un verso o di due, e solo di un’atellana si possiedono dieci frammenti con quattordici versi. Essi sono stati conservati dai grammatici, e specialmente da Nonio, per qualche particolarità grammaticale o lessicale.

L’atellana riproduceva la vita del popolino e della gente di campagna in tutti i suoi aspetti.

 

De Musica in Romana  vetere civitate

 Romana in vetere civitate Ars Musicalis munere ingenti et vero significativo functa est. Momento quo nata est, in eam concurrerunt rationes Etruscae et Italicae (statim videtur se iungere modis typicis ut Atellanis (1) et Fescenninis (2), et, Graecia capta, modo fere maiore, rationes ipsius regionis coiverunt. E Graecis Romani praecipue deduxerunt instrumenta musicalia, quae apud secondos, etsi eandem identitatem ferentes, tamen nomen mutaverunt.

Si musica Graeca elegantiam et simplicitatem manifestabat, modi Romani, ex una parte ostentabant maiorem varietatem, ex altera propter hoc instrumentis potentioribus et maximos sonitus effundentibus utebantur.

Instrumenta haec canebant flatu, nervis, percussione, et, plerumque in orchestram collecta, ad varias occasiones apta reddebantur.

Romana in civitate Musicorum Ars usum maxime popularem manifestavit, quamquam necesse est discriminare hunc modum ab illo altiore, qui erat proprius nobilium ordinis. Ab origine Ars musicalis apud Romanos non eodem munere excelso functa est quam apud Graecos, qui virtutem et bonum harmonia sonorum animis instillare putaverunt.

Graeciae expugnatione peracta  II saeculo a.Ch.n. (LXLVI anno), Ars musicalis apud Romanos pretio et auctoritate augetur. Ad Urbem accedunt cantores, instrumentorum variorum periti, saltatores  e Syria et Aegypto venientes. Artis maximus usus fuit ultimis Rei Publicae decem annis et primis Imperii duobus saeculis augetur. Innumeri musici, tam homines quam feminae, accepti sunt apud patritiorum domus et post hoc Romani iidem Artem musicalem experiri voluerunt. Hoc studium enim Aulici curare inceperunt, inter quos Caligulam, Neronem, Adrianum, Commodum, Eliogabalum et Alexandrum Severum recordamur.

Suetonius narrat quomodo Nero captus Musarum dono esset, cum discipulus Terpni, Graeci citharoedi, fuisset, et, amore erga Musas pulsus, certamina musicalia (Neronia), quorum particeps idem fuit, institueret in Italia et Graecia.

Romana in vetere societate de maxima consideratione musici gaudebant et ingentem mercedem ab iis quos erudiebant de arte sua vel quibus spectaculum praebebent petebant. Haec aucta praecipue sunt Romana civitate moriente.

Et cum eo momento Ars musicalis iungeretur ritibus paganis, actibus immoralibus, spectaculis cruentis, Ecclesiae Patres priores christianos fideles vetuerunt ad similia adire. Religionis adventu statuto Christianae er Rei religione facta Publicae, Theodosii gratia anno CCCXCI, Ars musicalis magis magisque innumeros fideles allexit, quae, sub hoc aspectu, cito mutata est in modum christianum, modis Graeco-Romanis vix acquisitis. Haec mutatio acta iam est occasu Imperii Occidentalis iam peracto, anno CCCCLXXVI.

Saecula euntia, Ars progrediens spatium magis magisque maiorem occupavit quibuslibet momentis cum inesset. Modi musici ubicumque ita institerunt in ritibus, triumphis, spectaculis ut pantomimis vel ludis gladiatoriis, pompas has praecedentibus, ludis circensibus et scaenicis, saltatione, poësi, ludicris, conviviis, venatione, funeribus et pugna.

Permulta sunt testimonia historica litterariaque de hac re (apud Varronem, Ciceronem, Pseudo-Plutarchum, Suetonium, Quintilianum, Augustinum), sed pro dolor nullum documentum integrum ad nos numquam pervenit, ut nobis auxilio sit ad modos reconstruendos. Aliter habemus imagines instrumentorum pictas in sarcophagis, numismatibus, musivis, prostyponibus.

Introducere in spectacula modos musicos fuit vera innovatio in Romana arte scaenica.

In Latinis tragoedia et comoedia chorus minore munere fungebatur quam in scaena Graeca, cantus succedebant recitationibus, et tibia, instrumentum simile illius Graeci, cavis praeditum, ligneum vel arundineum vel eburneum, cum sit anceps vel e simplici capite constet, ad comitandum, sustinendum, aliquando cantum introducendum musici utebantur. Effectio, brevis aut longa, sonum conficiebat graviorem vel acutiorem, aptum ad scaenas iucundas aut serias. Usus modorum musicurom in scaena effecit, ut spectatores, antequam spectaculum incipiebat, iam cognoscebant res quae ibi facturae sint. Musicus manebat plerumque cum actoribus donec repraesentatio scaenica acta sit, et etiam movebatur cum eis.

Saltationem modi musici sustinebant.

Instrumenta, quae eam comitabantur, ex argilla, eburneo, ligno facta, percussione sonabat, et crotala, haud secus ac illa quae hodie cognoscimus, et cymbalum, duplici clipeo praeditum ex aere facto, altero contra alterum sonans, appellabantur.

Praeter ea erant sistrum,  e laminis metallicis constructum tinnitum edentibus cum agitabantur, cuius usus ab initio fuit proprius sacerdotum Isidis deae; tympanum,  e circulo insructum aeneo aut ligneo super quem ponebatur corium asini vel bovis, quod manibus percutiebatur; scabellum, quod tempus saltatoribus metiebatur et spectaculi finem indicabat, e duplici tabella lignea superposita constabat et sub pede dextro collocabatur, adeo ut facies itriusque tabellae pedem percutiens sonum emitteret.

Si in spectaculis publicis numquam mulieres inveniebantur, nihilominus spectaculis privatis aderant; testimonia huius presentiae sunt semper imagines pictae quae ostentant mulieres psalterio, pandura, fistula, lyra, cithara utentes, quod signum vitae nobilis elegantisque erat.

Adnumeremus oportet varia instrumenta typica Romanorum modorum musicorum.

Psalterium, veniens e regionibus Orientalibus, apud Romanos et Graecos ostentabat formam triangularem et nervis spissis et plus vel minus longis praeditum erat. Pandura, cuius usus erat proprius mulierum, instruebatur e capsa modulante formam habente paene conglobatam et manubrio longo et curvo in cuius extremitate superiore erant cuneoli quibus nervi haerebant.

Fistula, lyra, cithara comitabantur spectacula, certamina, recitationes poëticas.

Fistula vel Syrinx, dei Panis propria, de quorum coniunctione Ovidius et Vergilius narrant, parvulum instrumentum flatu sonans et organum praenuntians, ex harumdinibus decrescentibus et collocatis secundum longitudinem constabat.

Harundines conglutinabantur resticulis et obstruebantur in extremitate inferiore cera. Cum harundinem inflaret quamque, musicus sonum obtinebat varium et consonantem.

Lyra et cithara a Graecis praecipue colebantur. Utraque  ex capsa modulante instruebatur et bracchis cornua imitantibus detorta, quae de capsa proficiscientia ad extremum superius ibant, ubi ligno tranverso finiebantur ad libellam directo.

Super bracchia collocabantur nervi, qui, digitis tactis, sonos modulatos emittebant. Lyrae usus, cuius capsa modulans e testudinis involucro veniebat, superfuit per tempora citharae usui, cuius materia lignea cavitatem sonantem bene configurabat.

Ceterum lyrae figura repraesentabat formam priscam  ab Hermete inventa, et, etsi ad exemplaria posteriora conficienda ligno artifex utebatur, semper forma et cavitatis configuratio involucri prioris applicabantur.

Notissimus  organi usus fuit apud Romanos, et valdissime Imperii aetate praevaluit, adeo ut ex variis Romanis instrumentis illum (organum) electurum sit aetatibus posterioribus (post Christi adventum).

Quod pertinent ad organum, distinguitur organum  e folle  constructum ab organo hydraulico.  Prior, iam notus aetate imperiali ineunte, levis erat et facilis ductu, dum aer intus comprimebatur follibus: celeberrima est Organi refectio Aquinci, cuius reliqua pars inventa est in Hungara urbe quadam anno MCMXXXI.

Secundus confectus est dimidia III saeculi parte a. Ch.n. a Clesibio Alexandrino (machinatore et aniliae inventore organique), qui collocavit in machina machinationem hydraulicam efficientem, ut aer compressus in illam par momentum haberet. Uxor eius, cui nomen Thais fuit, eo uti ita didicit, ut fieret prior instrumenti ex peritis per tempora subsequentibus. Nescimus vere momentum quo instrumentum hoc Romae nosci incepit sed dimidia I saeculi parte post Ch.n. eius usus frequentissimus fit tam in scaenis quam in ludis circensibus, adeo ut, sicut dicit Suetonius, Nero fieret rei diligentissimus cultor.

Modi musici, igitur, inveniuntur ubicumque: varia instrumenta, et, praecipue, percussione sonantia, velut tympana, metiebantur singula momenta, vel potius acutiora, ludorum certaminumque.

Antequam ludi vel certamina incipiebant, cornu, instrumento flatu sonante, ex aere facto vel ab origine derivato ex animali cornu, e tubo cylindrato super se curbato et  tabella, quae collocabatur super humerum, instructo musici utebantur.

Praeter militares pompas, tympani usus consuetus erat in caerimoniis religiosis, velut Bacchanaliis, et funeribus.

In ludis, sicut diximus, cornu cum organo, quae apparent in scaenis musivis, adhibebatur. Instrumenta, ad usum militarem apta, quae destinabantur ad signa militibus danda, vel ad pugnam impendendam, vel ad sumptuosas pompas sustinendas, erant  lituus et bucina.

Lituus, ex Etruria veniens, e tubo aeneo longo et subtili, paene cylindrato et in extremum superius presentante fere conum retro curbatum, constabat.

Bucina propria esse putatur rerum militarium et cum cornu saepe confundebatur. Secundum studia recentiora, haec formam paene rotundam habere putatur potuisse et a cornu distingui debuisse, tabellae defectus causa, e cornu bubulo et non ex aere cum conficeretur.

Instrumentum vero militare tuba erat. Recta et cylindrata, ex aere facta, bucca mobili praedita, qua sonus gravis exoriebatur, tuba destinabatur ad usus varios: ad indicia danda, ad belli initium vel incitamentum ciendum vel ad castra ponenda aut tollenda.

Idem usus in caerimoniis religiosis vel triumphalibus et in ludis variis agebatur.

Ludorum picturae musivae scaenicorum monstrant quomodo musici in orchestram congregati sonare deberent aliquibus sollemnibus momentis, non pugnae occasionibus exceptis.

Sicut scimus, momentum vero sollemne fuit Tubilustrium, quo, antequam belli initium incipiebat, tubae sacrae purgabantur bis in anno, martio maioque mensibus.

 

Johannes Teresi

 

Adnotationes

 (1)

Si consideramus res litterarias Occidentales aetas Graeca exemplum semper fuit eruditis viris, praecipue in campo architectonico, sculpturali, philosophico, litterario.

Non de eadem re possumus dicere si loquimur de Arte musicali, campo tam aequaliter significativo et ingenti quam alis supra memoratis. Infeliciter huius disciplinae pauca vel perpauca manent nobis fragmenta et etiam difficilia interpretatu. Quod commune est inter aetatem Graecam et nostram, vidilicet Europaeam, nisi ordo theoricus Graecus, qui, conctus a Romanis, ab eis transmissus est ad Aetatem Mediam christianam. Hic ordo diatonicus, scalas praesentans septem sonorum et intervalla toni et dimidi toni, qui constituunt adhuc modum musicum  nostrum, nisi est haeres illius ordinis musicali Graeci.

Aliud momentum commune cum musica Graeca est aspectus monodicus (3) et eius coniunctio cum texti verbis.

Scala diatonica dicitur scala musicalis septem et duodecim notis constituta elementis scalam cromaticam formantibus, quae subsequuntur secundum definitam septem intervallorum successionem, i.e. quinque tonorum et duorum dimidiorum tonorum.

Haec successio non est univoca, sed potest dividi in septem dissimiles consociationes definitas  modos quorum proprietas quaeque obtinetur cum incipiatur ab aliis (notis) et cum utatur ut priore nota (dicta Tonica) una ex notis intermediis aliarum (notarum).

Monodica  (ex verbo Graeco composito μουω οδῆ ) in musica est compositio ad unicam vocem destinatam quae habeat solam lineam melodicam. Postea, monodica etiam indicavit compositionem ubi unum vel pluria instrumenta hanc lineam melodicam comitabantur.

Monodia opponitur polyphoniae , ubi complures voces una cum cantum proferunt (ex verbo Graeco πολῦ et φωυή).

In Occidentali regione, cantus monodicus per excellentiam est cantus Gregorianus.

Quamquam hic modus exstat omnibus in moribus orbis, et aetate quaque, verbi usus proprius est saeculi XVII et indicat cantum Italicum unica compositione et modali- tate structum. Post saeculum decimum sextum compositiones quaedam, quae sub forma monodica ostentabantur, appellate sunt  “madrigalis” et “mottettum solipsisticum”.

Atellana comoedia.

Osci, qui Campaniam habitabant, iocularia repraesentare solebant, ubi actores fixi erant. Romani, bellis contra Sannium peractis ea appellaverunt Atellanam fabulam, quod Atellae ab actoribus duceretur, vel potius quod in Atellana civitate repraesentaretur festis religiosis, cuius rei interpretatio potest accipi, non exclusa illa priore. Atellana fabula, imprimis, recitata est Romae Osco sermone, et hic modus permansit usque ad Augusteam aetatem. At Romana iuventus eam diligere incepit et Latino sermone eam proferre voluit. Cum essent improvisationes, ignoratur momentum quo nascerentur. Pro certo habemus eas nasci ante Livii Andronici aetatem. Certum est Atellanarum actores non sperni sicut comunes histriones.

Atellana fabula tempore Sillae genus litterarium facta est, cum iam Fabula Togata dilaberetur, brevissimo splendore habito. Qui ad dignitatem litterariam tollit Atellana fabula fuerunt L. Pomponius et Novius, qui vixerunt eo temporis momento. Nihil proh dolor scimus de vita auctorum, quorum nobis manent tituli et fragmenta: septuaginta tituli et fere ducenti versus Pomponii, quadraginta quattuor tituli et paene centum versus Novii.

Atellana ut exodium praesentabatur post tragoediam, secundum Graeci exemplum dramatis satirici, quod trilogiam Graecam sequabatur. Actus erat igitur brevissimo tempore et brevissima effectione structus. Non solum actores qui munere solito fungebantur sed etiam improvisatores se in scaena agebant: uterque personas induebat. Praeterea, privilegia non habebant improvisatores sicut actrores qui munere consueto fungebantur. Fabulae proprietas e fragmentis, titulis, notitiis perpaucis Antiquorum deducitur. Fragmenta unum aut duos versus ostentant. Solum unius Atellanae decem fragmenta cum quattuordecim versibus habemus. Servata sunt rhetoribus viris, inter quos Nonius adnumeratur, singularitatis causa rhetoricae vel lexicalis.

Atellana fabula plebis vitam repraesentat vel plebis ruralis sub totis aspectibus. Hi sunt tituli qui plerumque attinent ad varias laboris condiciones:

(Pomponii): Aeditumus, Aruspex, Auctoratus, Augur, Citharista, Decuma, Fullones, Leno, Medicus, Pictores, Piscatores, Pistor, Praeco Posterior.

(Nonii): Fullones, Fullones feriati, Fullonicum, Optio.

Tituli ad animalia vel rustica opera attinentes apud Pomponium: Asina, Capella, Maialis, Porcetra, Rusticus, Sarcularia, Vacca, Verres aegrotus et V. salvos.

Apud Novium: Agricola, Asinus, Bubulcus cerdo, Ficitor, Gallinaria, Vindemiatores.

Tituli ad festa attinentes apud Pomponium: Kalemdae Martiae, Nuptiae, Quinquatrus.

(2)

Fescennini versus sunt Romana prisca opera letteraria, cuius argumentum tractat de plebis vita et vetustissima dramatis forma considerari potest.

Configuratio haec scaenica vulgabatur II saeculo a.Ch. n. et nota erat in finibus inter Latium et Etruriam.

Ex Etruria veniens, numquam versa est in veram repraesentationem scaenicam, sed  e contrario principium dedit Latinae dramaticae Arti.

Oratius dicit:

Fescinnina per hunc inventa licentia morem/versibus alternis opprobria rustica fudit”.

Secundum rhetorem Festum, fescenninum verbum hanc originem habere potuisset: venire videtur ex urbe, quae Fescennium appellatur, inter Etruriam Latiumque sita, ubi rustica festa celebrabantur copia messis obtenta. Occasione qua cives solebant sibi dicere et proferre “opprobria” “versibus alternis” in divinitatis phallicae honorem.

(3)

Poësis lyrica distinguitur in melicam monodicam, si una vox canit, coralem vel chorodicam, si chorus interest. Praeterea, potest dici citharedica, si cithara eam comitatur cum cantu; citaristica, si sola cithara interest.

Denique appellatur aulodica, si fistula adest cum cantu; auletica, si sola fistula eam comitatur (e verbo Graeco αυλο).

 

                                                      Johannes Teresi

 

http://www.alcuinus.net/ephemeris/scientiae.php?id=1416

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1 commento su “La musica nell’antica Roma – Relazione in italiano e latino di Giovanni Teresi”

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