La Costituzione politica e sociale di Roma al tempo dei sette re – Ricerca storica di Giovanni Teresi

Storia della letteratura Latina (31 a. C.) Ricerca tramite immagine google

 

Al primo sviluppo di Roma contribuirono i due popoli più civili d’Italia, gli Etruschi e i Greci. I primi non solo fecero sentire la loro influenza al tempo dei Tarquini, ma quasi certamente dominarono Roma e il Lazio, quando tra il VI e il V secolo a.C. occuparono la Campania, alla quale ben difficilmente poterono giungere senza aver sottomesso le regioni intermedie. Di questa dominazione etrusca è forse un ricordo la leggenda di Porsenna. Certamente però gli Etruschi non rimasero a lungo in Roma, che riprese la sua schietta fisionomia latina. Quanto ai Greci, essi iniziarono presto a dare a Roma qualche cosa della loro civiltà. I primi ad arrivare nella zona del Tevere sono stati probabilmente i Calcidesi di Cuma, i quali introdussero tra i Latini il loro alfabeto; poi vennero i Dori della Sicilia, sì che Roma ebbe presto misure greche, divinità greche, leggi di provenienza greca. Attraverso il racconto leggendario si possono discernere le linee maestre della Costituzione politica e sociale di Roma nel periodo monarchico. Era a capo dello Stato il re (rex) che dava ordini, comandava l’esercito, celebrava il sacrificio a nome di tutto il popolo; egli però non somigliava affatto ai re assoluti dell’antico oriente, poiché la sua attività era sottoposta al volere dei cittadini, dei quali, più che il signore, era il rappresentante. Se la guerra era imminente, il re non poteva dichiararla senza interpellare i cittadini, né senza il loro consenso poteva concludere la pace; se si conquistavano con le armi la terra dei nemici, essa non apparteneva al re ma allo Stato; quando il re moriva, non vi era diritto di successione che poteva aprire ad alcuno la via del trono: di esso erano arbitri i cittadini. Di fronte ad un re di così limitati poteri, primeggiava per la sua potenza la casta dei nobili, i patrizi, grandi proprietari di terre, i soli che potevano prendere parte alla vita pubblica. Essi erano potenti perché ricchi e perché strettamente uniti dai vincoli di parentela. Tra i capi delle famiglie più nobili Romolo scelse i primi cento con i quali costituì il Senato, che era il vero corpo legislativo di Roma. Più tardi i Senatori (detti anche Patres) divennero trecento.

Con il crescere dello Stato crebbe l’importanza del Senato. Per i casi di maggiore interesse rimaneva però sempre l’uso di convocare i Comizi, cioè l’assemblea dei cittadini. Questi, divisi in curie secondo vincoli di parentela, si radunavano nei Comizi curiali, che erano le più antiche assemblee cittadine di Roma.

Accanto al patriziato esisteva una classe intermedia, i clienti, persone assunte in protezione dai apatrizi che prestavano aiuto e appoggio al loro signore (patronus = padrone), lo seguivano in guerra, lo accompagnavano al Comizio. Più in basso stavano i plebei, cioè i non patrizi, cittadini a quel tempo non avevano alcuna parte nell’amministrazione dello Stato: erano uomini liberi, piccoli artigiani e commercianti di città oppure abitanti di campagna e agricoltori, generalmente poveri. Tra essi e i patrizi esisteva una separazione profonda di casta, sì che perfino il matrimonio tra i patrizi e plebei era vietato.  Pochi erano nel periodo regio gli schiavi, quasi sempre prigionieri di guerra, adibiti ai lavori dei campi.

La vita civile in quei tempi era dominata dall’istituto della famiglia. Il padre di famiglia era il signore assoluto nella sua casa, giudicava inappellabilmente i familiari e disponeva dei loro beni. La donna non era schiava in casa sua; anzi dal marito e dai figli era rispettata e venerata, sì che di nobili matrone ricorre frequente il ricordo negli annali dell’antica storia di Roma.

Povera era in quei tempi la vita economica. Il commercio era organizzato sul sistema primitivo del baratto; soltanto più tardi è stata istituita la moneta sotto forma di lastre rettangolari di bronzo su cui era impresa l’immagine di un bove o qualche simbolo religioso e civile (aes signatum). Molti si dedicavano all’agricoltura e alla pastorizia.

La religione dei primitivi Romani era molto prosaica, ispirata unicamente alle quotidiane esigenze della loro vita familiare e del lavoro nei campi o tra il gregge. La loro divinità più antica era Giano, dalla doppia faccia barbuta, egli vigilava sull’uscio di casa, sui limiti dei campi, sui confini del territorio patrio. Il suo tempio sorgeva nella piazza principale della città; le porte di esso si aprivano quando scoppiava la guerra. Anche Vesta, la dea del focolare, protettrice della famiglia, veniva venerata. A lei veniva eretto un tempio, in cui le sacerdotesse (Vestali) custodivano, perpetuamente acceso, un fuoco, che era il simbolo focolare della città. Marte e Quirino proteggevano i campi dalle razzie dei nemici e venivano considerati gli dei della guerra. Altre divinità campestri erano Flora  che faceva sbocciare i fiori, Pomona che maturava i frutti, Saturno che presiedeva alla seminagione, Cerere che faceva maturare il grano. Solamente più tardi, con l’influenza degli Etruschi, entrò in Roma il solenne culto di Giove, di Giunone, di Minerva, tre divinità alle quali venne consacrato un tempio famoso sul Campidoglio.

Per il culto, esistevano in Roma fino dai tempi di Numa i Collegi di sacerdoti, i quali dipendevano dal Pontefice Massimo capo della religione romana. Speciale importanza avevano gli Arùspici, sacri ministri addetti all’esame dei visceri delle vittime, e gli Auguri che interpretavano la volontà dei numi osservando il volo degli uccelli.

Giovanni Teresi

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