Tirèsia il cieco veggente -Ricerca mitologica di Giovanni Teresi

 

 

Ermes e Tiresia (Esopo) – Ricerca tramite immagine google –

 

Tebe era in rovina: la morte assaliva cupamente gli uomini; i campi, una volta fertili, divenivano aridi e deserti e le corolle erano sparse sul duro terreno. Inerti, nelle stalle i forti buoi giacevano senza forza, moribondi.

La moria e la carestia, che affiggevano Tebe, aveva detto l’oracolo d’Apollo, erano causa dell’impunita morte di Làio; il nuovo re aveva fatto un bando perché l’uccisore fosse scoperto e punito. S’interrogò pure un indovino, Tirèsia, i vegliardo cieco, che aveva presente ogni cosa, che conosceva tutti gli eventi ancor prima che accadessero. Egli era smarrito alla presenza di Edìpo: sapeva, taceva, voleva andar via.

Il re s’adirò per il suo comportamento e lo disprezzò, chiamandolo sdegnosamente cieco, e l’accusò della morte di Làio.

Tu con disprezzo, proruppe il vate, tu con disprezzo mi hai chiamato cieco. Tu che vedi la luce non vedrai che tenebre. Tu non sai d’avere ucciso Làio e di congiungerti con gente del tuo stesso sangue”.

Ma egli non prestò fede alle parole del vecchio, anzi pensò ad una congiura orditagli da Creònte. Giungeva, intanto, da Corinto un messaggero. Era proprio quel pastore Eufòrbio, che aveva raccolto Edìpo, appena nato, sul Citeròne:

E’ morto Pòlibo, gli disse, tu sei re di Corinto!

Rispose Edìpo:

Non tornerò mai alla casa di mia madre, temo che s’avveri l’oracolo”.

Replicò Eufòrbio:

Tra Pòlibo e te non c’è vincolo di sangue”.

Queste parole furono la catastrofe.

Nella reggia Giocàsta si uccise, impiccandosi ad una trave; Edìpo, strappate dalle vesti di quella i fermagli d’oro, se li affisse nelle pupille ed il sangue gli colava dagli occhi giù per le gote, simile a pioggia di nero sangue misto a grandine.

Tutto era chiaro ormai allo sventurato, che s’allontanava cieco da Tebe, guidato da Antìgone ed Ismene, che volle con sé. Antìgone fu la pietosa delle sue figlie che  volle sacrificare la sua esistenza per assistere il padre, che non abbandonò mai, finché fu in vita. Lo sventurato Edìpo morì a Colono, dove era re Tèseo, che lo accolse molto ospitalmente.

Intanto a Tebe altro sangue.

Etèocle e Polinìce, figli di Edìpo, che non ebbero nessuna pietà per il loro genitore, vennero a lotta, perché tra di loro non è stato rispettato l’impegno di regnare in Tebe un anno ciascuno. Etèocle, che per primo regnò, non volle cedere il trono al fratello. Polinìce s’allontanò dalla città e si rifugiò ad Argo, che allora era retta da Adràsto.

Qui meditò la vendetta contro il fratello usurpatore. Si alleò con Adràsto, Tideo, Partenopèo, Ippomedònte, Capanèo ed Anfiarào, un famoso vate (che non voleva partire più, perché  sapeva la triste fine della spedizione) e mosse contro Tebe.

Si combatté per sette anni dietro le mura costruite prodigiosamente da Anfìone e Zeto. Capàneo, il dispregiatore degli dei, riuscì a salire su quelle mura e sfidare da lassù non solo  i Tebani, ma anche gli stessi dei. S’udì un tuono lacerante, si vide il cielo solcato da un’intensa luce dai corruscanti bagliori: Zeus aveva punito il dileggiatore, il sacrilego Capàneo.

Si combatté e ad uno ad uno caddero i sette, che andarono contro Tebe.

La lotta si concluse in un duello rabbioso tra i due fratelli, Etèocle e Polinìce, al cospetto degli eserciti. La tensione era tremenda, le Erinni invasero le anime dei combattenti ed aumentò l’odio nei loro petti; grondarono sangue i corpi dell’uno e dell’altro; erano sfiniti:  infine cadde Etèocle. L’altro gridò vittoria e si avviò verso il fratello caduto, riversandosi sul suo corpo che non è stato un abbraccio.

La maledizione del padre, prima di allontanarsi da Tebe, pesò su di essi: erano morti entrambi. Anche da morti erano presi da un tremendo odio, tanto è vero, che quando l’amorevole Antìgone, pietosa sempre verso tutta quanta la sua in felicissima famiglia, portò sul rogo il corpo di Polinìce, che per decreto di Creònte non doveva avere sepoltura, perché era andato contro la patria, si videro due fiammate sprigionarsi, divergenti: il loro odio durava ancora dopo morti.

Antìgone, la più cara figura femminile di questa mestissima leggenda, fu condannata a morte, perché aveva trasgredito l’ordine del re. La morte di Antìgone indusse al suicidio suo figlio Emòne. Ma le mura di Tebe non potevano dirsi salve: dieci anni dopo i figli dei sette che andarono ostinatamente contro Tebe vendicarono i rispettivi padri: cadde Tebe e Tirèsia, il veggente cieco, trovò morte nella fuga e sua figlia Manto, che dal padre aveva appresa l’arte del vaticinio, riparò in Italia, in quel luogo che prende dal suo nome di Mantova.

Giovanni Teresi

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