La tremenda guerra degli eroi Greci – Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

Racconti senza tempo – Ricerca tramite immagini google

 

Una flotta agilissima era ancorata in Aulide. Il comandante supremo, Agamennone, scrutava  impaziente il mare; invano aveva dato l’ordine di levare le ancore, le vele erano flosce, senza venti favorevoli alla navigazione. A prua della nave ammiraglia stava un nobile guerriero pensieroso: era il fratello di Agamennone, il re Menelào.

Già il suo pensiero era a Troia, ove si trovava Elena, la sua bellissima moglie, rapitagli dal principe Pàride, il più giovane dei figli del vecchio re Prìamo.

Menelào desiderava avere la sua donna e vendicare l’onta subita mettendo a ferro e a fuoco la città. La flotta rimaneva nel porto e non poteva salpare ostacolata da una divinità, Artèmide, adirata contro Agamennone che aveva ucciso, cacciando, una bellissima cerva a lei sacra. Nell’attesa ormai gli eroi greci, venuti a dare a Menelào il contributo della loro forza e del loro sangue, erano impazienti di sconfiggere i Troiani. Allora, s’interrogò un vate, Calcante, il quale dette un responso terribile:

Agamennone deve sacrificare al Artèmide la figlia Ifigènia!

Sarebbe avvenuto il sacrificio umano se la dea benigna e pietosa non avesse sostituito alla vittima una cerva e trasportata in Tàuride (Crimea) la fanciulla, facendola sua sacerdotessa con il nome di Ifianàssa.

Avendo compiuto il sacrificio,  la dea si placò; la bonaccia cedette il posto ai venti propizi; si stesero le vele e le carene cominciarono a scivolare sulle tranquille onde del mare. Ed appena all’orizzonte si profilarono le bianche sagome del naviglio dei Greci i comandanti troiani tennero assemblea: “Elena è troppo bella, vale la pena per lei soffrire mali e morte”. Così tutti appoggiarono il loro principe Pàride, preparandosi alla difesa.

La guerra si protrasse per dieci anni e moltissimi sono stati i combattimenti e in alcuni presero parte anche gli dei: Era ed Atena, ancora sdegnate con Pàride, perché assegnò ad Afrodìte la mela d’oro; ed Ares che accese guerriglie serrate e cruente.

Il furore di Achille era a stento contenuto dal mite Ettore: egli, infatti, con il suo saggio consiglio, riusciva a frenare quella spada omicida e spingeva i suoi commilitoni a resistere alle pressioni sempre più forti degli eroi greci.

Ma, ecco, al decimo anno di lotta una notizia dette animo agli assedianti: un’aspra contesa aveva reso discordi il re supremo Agamennone e il più forte e prode dell’esercito greco, Achille, il quale, ritornato sdegnato alle sue tende, negava ogni aiuto ai compagni d’armi. Da quel momento il fato è stato più propizio ai Troiani, che, imbaldanziti per l’assenza dalle file nemiche del più terribile guerriero, attaccavano a fondo i Greci, facendo frequenti sortite. In quei momenti un destino di gloria aleggiò sul capo dell’audace Ettore, che sfidava e combatteva i più forti avversari, riuscendo sempre vittorioso. I Greci preoccupati incominciarono a guardare le loro navi come unico mezzo di salvezza. Ettore furoreggiava e sotto la sua spada cadevano i nemici.

Achille intanto nella sua tenda gioiva per le sconfitte subite da Agamennone e pregava il diletto amico, Pàtroclo, di suonare e cantare insieme a lui. Ma il cuore di Pàtroclo era pieno d’angoscia per la sorte dei suoi infelici compagni e piangeva e pregava l’amico Achille di essere meno crudele:

 

Oh Achille

o degli dei fortissimo Pelide,

non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede

degli Achei l’empio Fato. Ohimè! che quanti

eran dianzi migliori, tutti alle navi

giaccion feriti, quale di saetta,

qual di fendente: di saetta il forte

Tidìde Diomede, e di fendente

l’inclito  Ulisse e Agamennon; trafitto

ei pur di freccia Eurìpilo a la coscia.

 

Ma Achille non si commuoveva: Agamennone gli aveva fatto un terribile affronto e lo doveva scontare; eppure una sottile pena entrava nel suo cuore nel vedere soffrire il dolce Pàtroclo. Avrebbe voluto accontentarlo almeno in uno dei suoi desideri: vestirsi delle sue armi ed a capo dei suoi guerrieri presentarsi nel campo di battaglia ed incutere terrore ai Troiani. Allora Pàtroclo si vestì delle armi di Achille e con i Mirmìdoni ritornò nel combattimento.

Achille è ritornato nel combattimento!” gridarono esterrefatti i Troiani.

Ettore, però, presto s’accorse dell’inganno e con il favore d’Apollo affrontò il giovanissimo guerriero: lo uccise e lo spogliò delle splendide armi. Giornata fausta per Ettore, nel suo campo brillava l’elmo d’Achille! Il troiano era troppo felice e non s’accorgeva che la nera Parca già allungava la mano per ghermirlo: Pàtroclo morendo aveva detto:

Tu cadrai sotto la destra dell’illustre Achille”.

Il figlio di Tètide si disperò per la morte di Pàtroclo e ritornò subito nel campo per uccidere chi lo aveva privato del su migliore amico; ma era senza armi.

Il giorno appresso l’amorosa ed infelice madre, Tètide, portò al figlio desideroso di guerra, nuove armi.

Achille era di nuovo in piena azione, uccideva spietatamente mentre andava in cerca di Ettore. Le porte della città vennero spalancate per dare rifugio ai Troiani, che retrocedevano; nella confusione Ettore rimase fuori le mura. Da lontano Achille lo scorse ed era gioioso, perché finalmente poteva affondare la sua spada nel cuore dell’uccisore di Pàtroclo. S’avvicinò. Ettore sebbene preso dal terrore, non dimentico delle parole dettegli dal morente Pàtroclo, lo attendeva. I due si trovarono a fronte. “Nessun patto!” gridava l’eroe greco ad Ettore “nessun patto può stabilirsi tra noi: solo odio e desiderio di vendetta”.

Terribile è stato il duello ove soccombette il meno forte: Ettore. Inumano lo strazio che fece Achille del corpo dell’eroe troiano:

 

Un guinzaglio

insertovi bovino, al cocchio il lega,

andar lasciando strascinato a terra

il suo capo …

lo straziato cadavere un nembo

sollevato di polvere; onde la sparta

nera chioma agitata e il volto tutto

bruttavasi, quel volto in pria sì bello

allor da Giove abbandonato all’ira

degli inimici della patria terra.

E lo lasciò in pasto alle belve.

 

Ma il cuore di un vecchio padre può tentare tutto, pur di dare sepoltura al migliore dei suoi figli: e Priamo osò: nella notte, mentre il campo greco era immerso nel sonno, egli, inerme vecchio e tremante, penetrò nelle tende dell’uccisore di suo figlio e riuscì ad ottenere il permesso di riportare la salma di Ettore a Troia.

Solenni funerali furono tributati all’eroe morto per la difesa della città.

Giovanni Teresi

 

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