Ulisse uomo dal multiforme ingegno – Ricerca ed adattamento mitologico di Giovanni Teresi

 

Fuga di Ulisse – Luis Frederich Shuzenberger – Ricerca tramite immagini google

 

 

 

Il senso prepotente d’avventura, il desiderio insaziabile d’apprendere, l’uso dell’astuzia per trionfare sulla forza bruta, l’intelligenza che osa l’inosabile, che tenta ciò che non può essere tentato, l’amore per la patria e la famiglia, la bramosia di pace, tutto ciò si condensa, fondendosi in unità mirabile, nell’Itachese Ulisse, figlio di Laerte, marito di Penèlope, padre di Telèmaco.

Egli, con le sue avventurose peripezie, ha acceso la mente di sommi artisti; egli ha entusiasmato e sempre entusiasmerà i giovani privi d’esperienza ed anche i vecchi.

Ciò perché Ulisse è la più perfetta esaltazione dell’umana gagliardia che spinge l’uomo a imprese formidabili; infatti Ulisse varcò le “Colonne d’Ercole”, il limite supremo posto alla ragione. Una leggenda medievale altamente poetica narra come egli, il più audace degli audaci, dopo il ritorno in Itaca, spinto dal vivo e cordiale desiderio di conoscere, con una piccola ciurma si sia avventurato ancora una volta sul mare. Aveva deciso di superare le Colonne d’Ercole. E quando la sua barca giunse sul limite egli gridò ai suoi ardimentosi compagni:

 

Consederate la vostra semenza;

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza.

 

E queste parole resero ancora più viva l’impresa: l’uomo deve seguire virtute e conoscenza. Troppa, però, è stata la sua audacia. Agli uomini sono imposti ben precisi limiti: al di là di quelle “Colonne” risiede il mistero impenetrabile della vita futura; è follia tentare quei luoghi, perché essi sono oggetto di fede, non di raziocinio.

Un’altra montagna, bruna per la distanza, scorsero quegl’intrepidi naviganti; esultarono di gioia, ma è stato un breve istante; un vento turbinoso fece girare per tre volte su se stessa la navicella, che venne subito inghiottita dalle acque.

La città del vecchio Prìamo fumava ancora ridotta ad informe ammasso di macerie, quando Ulisse, l’ideatore del tremendo cavallo di legno, con dodici navi lasciò il litorale troiano.

Egli era felice di ritornare nella sua patria, alla reggia del vecchio Laerte che aveva lasciato da dieci anni. Egli, compiva il suo viaggio di ritorno.

Il mare era tranquillo ed un venticello gonfiava favorevolmente le vele. L’eroe sognava deliziose visioni di vita tranquilla nella sua reggia; l’affetto premuroso di Penèlope; l’allegria del figlio Telèmaco. E la sua mente ritornò ai ricordi della sua vita trascorso prima della guerra. Era felice della visione del suo arrivo in Itaca e non sapeva che per altri dieci anni doveva rimanere lontano dalla meta agognata e soffrire pene più tremende di  quelle sofferte da combattente all’assedio della città di Prìamo.

Il suo viaggio di ritorno ad Itaca fu durissimo: tempeste suscitate da divinità irate, amori di donne immortali, tentazioni d’ogni specie e pericoli resero laborioso quel ritorno, pieno di imprevisti e di lutti. Ma Ulisse, pur di ritornare nella sua terra, superò tutte quante le difficoltà; uomo astuto rifiutò financo l’eterna giovinezza, l’immortalità che gli concedeva la ninfa Calipso. Appunto per questa sua fermezza, per questo suo senno poté toccare la pietosa Itaca e riabbracciare i suoi cari. I suoi compagni perirono tutti e tutte le dodici le navi furono distrutte. Egli solo toccò la terra natale e con una nave che il re dei Feaci, Alcìnoo, mise a  sua disposizione.

Ebbene, anche questa nave non è stata risparmiata dall’ira di Posìdone, che, ancora irato con Ulisse per l’accecamento del figlio, il monòcolo gigante Polifemo, la trasformò in pietra.

Ma l’eroe era già sbarcato e si preparava al altra impresa: liberare la reggia dai Proci, che gozzovigliavano, dilapidando il suo patrimonio e pretendevano la mano di sua moglie Penèlope insidiando la vita di Telèmaco.

Non speravano e non credevano che Ulisse potesse ritornare; ma egli ritornò, e, sotto le mentite spoglie di mendico, fece strage di loro. Così Ulisse riprese dopo venti anni a vivere come aveva  vagheggiato in tutto il periodo di lotte, di sofferenze, di disavventure.

Giovanni Teresi

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