I Penati di Troia – Ricerca ed adattamento mitologico di Giovanni Teresi

Enea ed Anchìse in fuga da Troia in fiamme – Galleria opere: Fondazione Zeri/Catalogo – Ricerca immagini tramite google

 

 

Ad Enea, figlio d’Afrodite ed Anchise, erano stati affidati da Ettore, l’amoroso difensore della sua patria, i Penati di Troia.

Enea dormiva e non poteva immaginare che la sua città fosse preda delle fiamme per l’inganno operato dai Greci, ma nel sogno gli apparve Ettore che lo esortava a fuggire e a portare in salvo gli dei Penati.

Svegliatosi di soprassalto, ad Enea si presentò una visione spaventosa: le tenebre della notte erano squarciate da rossastri bagliori di fiamma, che divorava gli alti palazzi; il silenzio della notte era spezzato dalle voci dei guerrieri, che percorrevano le vie della città, lanciando fiaccole, per appiccare il fuoco alle case.

Enea era terrificato, ma non c’era più tempo da perdere, tutto senza misericordia bruciava. I nemici si erano impossessati di tutta la città, della roccaforte, del palazzo reale; Prìamo era stato ucciso. Tutto ormai era perduto, per Troia non c’era più speranza di salvezza.

Enea era atterrito e riapparve nella sua tormenta immaginazione l’ombra dolente di Ettore che lo esortava a dare altra sede ai geni dello stato e della famiglia di Troia, un’altra sede che fosse degna della distrutta città. Il desiderio di Ettore era volontà del Fato e divenne volontà di Enea.

Già il Fato aveva deciso un futuro glorioso ad una nuova città, a Roma, che è stata signora di tutte le genti affratellandoli con la potenza delle sue armi e con la vigoria delle sue leggi.

Allora, Enea lasciò la sua terra con la speranza di offrire ai Penati una città ancora più forte e potente di quella che avevano tutelato.

Ma il suo viaggio  non fu tranquillo, perché la saturnia Era non cessò il suo odio contro i Troiani e non poteva sopportare che la stirpe troiana continuasse a sopravvivere in altra regione. Varie sono state le vicende ed i tormenti di quel viaggio. Tuttavia, Enea sopportò qualsiasi traversia pur di portare a termine la gloriosa impresa. Fondò dapprima una città Pallantèa, nell’Asia Minore, ma non era quello il traguardo a lui assegnato; è stato pure battuto dalle tempeste sulle coste libiche, dove era in costruzione Cartagine,  città che rimase rivale implacabile di Roma, fino a quando essa non la distrusse .

Lì Enea conobbe la regina Didone, che voleva dividere con lui il regno. Il Fato additava all’eroe l’Italia, così egli lasciò obbediente le coste africane.

Finalmente, Enea giunse in Italia e venne accolto da Evandro. Questa era la terra  promessa ai Penati, la terra tutta feconda. Ma Turno, il re dei Rùtuli, contrastò l’arrivo degli Eneadi e la permanenza dei Penati di Enea. Turno non sapeva quanto il Fato aveva  previsto.

Ad Enea erano riservati giorni tristi, ma, scesa dall’alto Olimpo, la madre dell’eroe confortò il figlio: “Vincerai: là, appese ai rami di quella quercia vi sono armi costruite per te da Vulcano, combatti!

Ed il combattimento iniziò, il cielo del Lazio salutò con il suo azzurro la vittoria d’Enea ed accolse i suoi Penati. Così cantarono i poeti, così cantò Virgilio che volle che Roma, ormai potente dopo la battaglia di Azio, avesse origini gloriose e divine.

Giovanni Teresi

 

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