Lo spirito politico del popolo romano – Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

 

Cesare Augusto – Ricerca immagine tramite google –

 

 

Animeranno forse altri con tocco più morbido il bronzo,/ Volti spiranti la vita altri meglio trarranno dal marmo;/ Con più eloquente parola sapran perorare le cause,/ E ogni plaga del cielo descrivere meglio l’arte,/ E presagir, lo concedo, degli atri l’albi perenni; / Tu, col tuo impero, o Romano, ricorda di regger le genti/ (Queste saran le arti), e norma d’imporre alla pace, / Esser coi vinti clemente, fiaccare con l’armi i superbi”.

 

Così, nell’Eneide di Virgilio, Anchise, dall’Eliso, profetizza i destini di Roma. E da allora in poi nell’amministrazione e nel riconoscimento dei vinti, nelle pagine dei suoi scrittori, nelle vottorie delle sue legioni, nelle opere civili dei suoi architetti, nella saggezza dei suoi legislatori, romanità significò sempre dominio spirituale e civile sui popoli; sapienza e saldezza politica.

Un uomo romano antico, nato da una famiglia illustre, non ha altra occupazione veramente degna, se non l’attività politica. Dice Scipione nella Repubblica di Cicerone:

Da i miei maggiori a me nessun altro retaggio fu lasciato, se non questo di occuparmi del reggimento dello Stato”.

Questo spirito della stirpe e della civiltà romana si scorge impresso a caratteri incancellabili nella sua arte. Di tutte le arti romane la più precoce è l’architettura: arte sociale, politica, per eccellenza. E fra tutte le arti plastiche è quella in cui i Romani si dimostrarono meglio creatori, oltre che assimilatori. Con uno stile veramente romano di volontà, di forza, di dominio, di sfida del tempo, di realtà, di grandiosità;  che nei suoi edifici, anche quando sono ridotti a ruderi, ci ritrae indimenticabile il volto di Roma. Là dove è veramente grande, l’architettura romana è in funzione civile: mira al popolo, alla religione. E vie, cloache, ponti, fòri, archi e colonne trionfali e terme e teatri, sono i segni della sua conquista e della sua civiltà, dovunque giunge il suo impero.

Anche il ritratto, pure nel suo carattere intimo, personale, serve allo Stato: con i ritratti conservati negli archivi familiari, con le statue onorifiche per rievocare i grandi antenati. E nella pittura, il genere che in Roma ha più favore e più antica storia è l’affresco storico.

Al destino di Roma i poeti e i prosatori latini sentono sempre legata in dissolutamente la loro gloria e la fortuna della loro arte. Orazio augura che la sua fama fiorisca “Sino che al Capidoglio,/ Insieme alla tacita vergine,/ Salga ancora il pontefice”. Virgilio ha fede che gli eroi cantati nel suo poema avranno fama “Sin che del Capidoglio sui massi immoti si levi/ Di Enea la casa, ed il padre di Roma protegga l’impero”.

Le Georgiche di Virgilio sono il poema dell’Italia, “Terra per armi possente, per suolo fecondo di vite”; l’Eneide è il poema di Roma; di tutta Roma, della Roma di tutti i tempi; di quella della leggenda e di quella della storia; della Roma dei re, dei consoli e dell’impero. La fede di Roma e nel valore politico del suo destino si rivela nei due più grandi poemi dell’impero, l’Eneide e la Farsalia, non meno di quanto viva sempre presente negli Annali, il poema storico di Ennio, negli inizi della sua letteratura, il poema dei grandi spiriti a cui Roma dovette la sua prima grandezza. Il poema storico, e soprattutto il poema storico di guerra, così raro in Grecia, è del resto una particolare passione dei poeti romani.

La tragedia storica, che non ebbe fortuna nella Grecia, amante della poesia idealizzatrice del mito, è un genere di poesia in cui Roma ama dimostrare la sua originalità.

E l’eloquenza, che è l’arte politica per eccellenza, in Roma è regina. Carattere oratorio di tutta la letteratura romana che è sua forza e suo difetto; onde parlò sempre a popoli diversissimi, persuadendo con la sua umanità, con la sua comunicazione calda, vasta, dominatrice; per il suo grande stile oratorio di sentimento e di pensiero; ma che spesso, nella sua magnanimità, cela il vizio delle sue virtù; una compiacenza eccessiva per la parola troppo in luce, per la frase, il ritmo, il periodo, troppo ampi, numerosi, solenni. Ma in compenso ne è derivata la virtù romana delle idee precise, semplici, immediate, animate dalla passione; il maestoso movimento della frase, che non impedisce gli slanci impreveduti e imperiosi; la molteplicità dei concetti dominati da una classica mente ordinatrice, abituata al dominio sulle idee non meno che sui popoli e sugli eventi; una larghezza di argomentazione che ci serra, ci stringe, e a poco a poco, senza che ci riesca di sfuggire, ci domina; la ragione che diviene sentimento, ce vince l’assenso.

Persuadere, farsi comprendere da tutti, questo fu l’ideale e la forza della letteratura latina; questo spiega la sua diffusione, la sua resistenza al tempo; la sua universalità nell’impero come nei secoli più oscuri del medioevo e nei più aristocratici dell’età moderna.

 Giovanni Teresi

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...