La religione romana dopo le grandi conquiste mediterranee – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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La religione romana – i Collegi sacerdotali – ricerca immagine tramite google

 

Venuti a contatto con il mondo ideale dei Greci, i Romani non poterono mantenersi a lungo fedeli alla rozza religione primitiva, così cara al buon Numa. La mitologia ellenica, ricca, fantastica, pittoresca, invase trionfalmente il mondo religioso di Roma; le vecchie divinità del Lazio s’ingentilirono e si identificarono con gli dei dell’Olimpo greco. Così il Jupiter romano si fuse con lo Zeus ellenico, Giunone latina con Era, Minerva con Atena, Quirino con Ares (Marte); ebbero in Roma templi e sacerdoti Apollo, Venere (Afrodite), Bacco (Dionisio), Nettuno (Poesidone), Mercurio (Ares). Assai presto giunsero a Roma anche i culti e le cerimonie delle divinità orientali: dall’Asia Minore venne il rito orgiastico della dea Cibèle, dalla Siria il culto di Adone; arrivarono dall’Egitto le segrete iniziazioni di Iside.

Con l’affluire di divinità e di culti da ogni parte del mondo, i Romani persero la loro fede semplice e primitiva: come se ne rammaricava Catone il Censore, scorgendo in tutte queste novità il decadere dell’ideale romano. Il popolino finì per attaccarsi sempre più alla superstizione, iniziò a credere alla magia, al malocchio, alle streghe, e cercò di propiziarsi gli dei avversi con i riti puerili; le persone della società elevata o s’incuriosirono dei culti orientali o si abbandonarono allo scetticismo e all’indifferenza. ciò che rimase in vita fu il complesso delle cerimonie religiose tradizionali, a cui era ancora legata tanta parte della storia di Roma. Custode e regolatore di queste cerimonie era lo Stato, il quale vedeva in esse non tanto un atto di fede religiosa, quanto una manifestazione di lealtà politica. Svuotata così di ogni valore spirituale, la religione romana finì per divenire semplicemente un dovere di carattere civile, al pari dell’ossequio dovuto ai magistrati o del pagamento delle imposte. Per regolare il culto lo Stato manteneva appositi Collegi sacerdotali, sotto la direzione del Pontefice Massimo, la maggiore autorità religiosa di Roma. Questa carica era elettiva, a vita, e poteva essere assunta anche da uomini politici: Cesare stesso fu Pontefice Massimo. Un corpo consultivo, il Collegio dei Pontifici, stava intorno al Pontefice Massimo, dava pareri in materia religiosa, compilava il calendario ufficiale delle feste, redigeva le cronache e custodiva i Fasti consolari, vale a dire l’elenco dei consoli che serviva al computo degli anni. Le singole divinità avevano i propri sacerdoti, detti Flàmini. In un grado inferiore stavano gli Auguri, che scrutando il volo degli uccelli, predicevano l’avvenire, aiutati in questo difficile compito dagli Arùspici, cui spettava d’indovinare il futuro esaminando le viscere delle vittime nei sacrifici. Proclivi alla superstizione, i Romani non davano mai battaglia né intraprendevano qualcosa d’importante se non dopo aver consultato àuguri ed arùspici. L’imbroglio e il trucco in queste faccende erano però così frequenti, che il buon Cicerone si meravigliava se un aruspice, incontrando per via un altro aruspice, non scoppiasse a ridere. I Romani ebbero anche i Vestali, sacerdotesse che custodivano il fuoco sacro nel tempio di Vesta al Fòro.

Il tempio romano, come quello greco, era di semplicissima struttura: una piccola cella per la statua del nume; intorno, all’esterno, vasti porticati e scale; davanti alla facciata, l’ara. Le solenni cerimonie del culto si facevano al di fuori del tempio, mentre la folla assisteva dalla piazza. Nulla dunque che somigliasse all’ampiezza maestosa delle nostre cattedrali, piene di moltitudini devote; nulla che inducesse lo spirito a quel mistico raccoglimento che aleggia nelle nostre antiche chiese romaniche o gotiche. Il culto romano era anzi un complesso di cerimonie, che richiedevano il sole, l’aria aperta, il clamore della folla. Tra i riti il più importante era il sacrificio, che coronava quasi sempre una processione solenne, una festa, un trionfo, e terminava poi con il banchetto dei sacerdoti. Le vittime offerte erano costituite da bovi, pecore, maiali, oppure, se gli offerenti erano poveri, da una gallina, da un’oca, da una colomba.

I Romani ebbero in grande onore la religione dei morti: nelle case delle famiglie agiate non mancava mai un sacello o un’ara sacra ai Mani. Il morto veniva esposto in casa su di un cataletto; poi, giunti i parenti e gli amici, si faceva il funerale con un corteo, nel quale femmine prezzolate, per simboleggiare il dolore, piangevano, urlavano, si strappavano i capelli. Quasi tutti i Romani si facevano cremare; solamente alcune famiglie di antica nobiltà, come gli Scipioni, usarono inumare i cadaveri. Dopo il rogo, le ceneri venivano raccolte e racchiuse in urne, che poi si deponevano in sepolcri, spesso lussuosi, eretti fuori della città, lungo le vie consolari, di cui costituivano un singolare, se pure triste, ornamento. E’ noto che la Via Appia era, in tutto il mondo antico, la più bella “Via dei Sepolcri”. I poveri, che non potevano comprare le aree sepolcrali e costruire monumenti, facevano seppellire le ceneri dei loro cari in sepolcri comuni, detti “Colombari”, dove ciascuno acquistava un’urna facendovi poi incidere il nome del defunto. La fede nell’al di là era generalmente sentita dal popolo romano, ma in una forma vaga, indefinita, coma appare dalle iscrizioni funebri, in cui, oltre al nome e alle solite frasi, è molto difficile trovare una sola parola che sia l’eco di una dolce speranza.

Giovanni Teresi

 

 

 

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