La famiglia e la vita privata nell’antica Roma – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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I Romani sentirono profondamente le attrattive e le gioie della vita domestica. La famiglia fu la fonte da cui essi attinsero la loro forza morale.

Capo della famiglia era il padre (paterfamilias): da cui dipendevano la moglie, i figli, gli schiavi; egli era come un re nella sua casa. La madre, soggetta al marito, era rispettata, amata; i figli la circondavano di tale riverenza, che nessun popolo forse può vantare figure così nobili di madri come quelle di Coriolano o dei Gracchi. Essa attendeva al governo della casa, educava i figlioli, sorvegliava il lavoro degli schiavi. I figli erano la gioia della famiglia; feste intime e gentili ne accompagnavano la nascita; ai bei tempi di Roma repubblicana non c’era gloria più ambita per i genitori che l’aver molti figlioli da dare alla patria.

Appena il bimbo era nato, i parenti per allontanare da lui il malaugurio gli mettevano al collo la bulla, piccolo astuccio d’oro, d’argento o di cuoio, in cui racchiudevano ogni sorta di amuleti.

Cresciuto in età, il fanciullo riceveva in casa la prima istruzione dai genitori o da un pedagogo; poche nozioni pratiche, come leggere, scrivere, fare i conti. Se il ragazzo era figlio di povera gente, tutta l’istruzione si fermava lì e spesso anche molto più indietro; l’analfabetismo nell’antichità era assai comune, specialmente fra le donne. Se invece apparteneva a famiglia facoltosa, andava a scuola presso un maestro privato e ,insieme con i compagni, imparava la grammatica e la retorica. I Romani all’inizio non attribuirono grande importanza alla scuola; ma dopo che ebbero conosciuto i Greci, apprezzarono la cultura e diedero ai giovani un’istruzione più accurata, pretendendo da essi anche la conoscenza del greco. Pochi però erano coloro che si dedicavano a studi superiori; mancavano in Roma istituti adeguati e i giovani andavano ad Atene, a Rodi, ad Alessandria, dove fiorivano scuole di filosofia, di critica, di eloquenza. Ai tempi floridi della Repubblica la gioventù si dedicava a studi giuridici per la magistratura e la vita pubblica. All’infuori delle discipline letterarie e giuridiche, i Romani non studiavano altro. Mancavano scuole per ingegneri, medici, fisici.

All’educazione dei giovani contribuivano anche gli esercizi ginnastici, coma la lotta, la corsa, il nuoto. I Romani però non aspiravano tanto a divenire atleti alla maniera dei Greci, quanto a farsi robusti per prepararsi alla milizia, occupazione principale di ogni cittadino.

A diciassette anni il giovane lasciava la bulla e gli abiti infantili e rivestiva la toga virile, cioè usciva dall’adolescenza, per cui veniva iscritto fra i cittadini, entrava a far parte dell’esercito, interveniva ai comizi e alle varie cerimonie della vita pubblica. La fanciulla passava a nozze in mezzo a feste e riti sacri, ed entrava nella casa dello sposo accompagnata dal corteo nuziale. Giunta alla porta, era sollevata sulle braccia dai parenti perché non toccasse la soglia, segno di malaugurio; dopo veniva accolta dallo sposo che la conduceva per la casa e le offriva l’acqua e il fuoco, simboli del suo nuovo focolare domestico.

Il legame che univa alla propria famiglia ogni persona era il nome. Gli antichi Romani portavano tre nomi: il primo era il prenome o nome personale, il secondo era il gentilizio, il terzo il cognome di famiglia. Per esempio, il nome completo di Cicerone era Marcus Tullius Cicero; Tullius indicava che Marco faceva parte della “gente Tullia”, cioè di un gruppo di famiglie discendenti da un comune capostipite. Più semplice era il nome con cui si chiamavano le donne: in genere esse usavano soltanto il gentilizio, come Tullia, Giulia, Cornelia, Cecilia, etc., e per evitare confusioni con le sorelle, adoperavano spesso i diminuitivi.

La famiglia romana si mantenne salda fin dopo le guerre puniche; ma quando i costumi e le corruzioni di altri popoli orientali entrarono in Roma, la famiglia cominciò a decadere. Scomparvero a poco a poco quelle figure nobilissime delle matrone, i vincoli familiari si allontanarono, si diffuse il divorzio. Augusto cercò di porre un argine alla decadenza della famiglia romana, ma con magri risultati: solamente il Cristianesimo riuscirà a restaurarla.

Vergogna e sventura della società romana furono in ogni tempo gli schiavi. Essi furono trattati assai duramente, venivano comprati come bestie in appositi mercati. Più tardi si diffuse un maggior senso di umanità; il padrone poteva dichiarare libero il suo schiavo, che non acquistava tutti i diritti civili, ma diventava un  liberto continuando a vivere nella vecchia casa padronale.

Giovanni Teresi

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