La seconda guerra punica (219-201 a. C.) e la conquista romana della Spagna -Ricerca storica di Giovanni Teresi

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Il Mediterraneo al tempo della pace siglata al termine della seconda guerra punica (201 a.C.) – Ricerca immagine tramite google – Wikipedia

 

Delle perdite subite i Cartaginesi cercarono di rifarsi invadendo la Spagna. I Romani si allarmarono e per arrestare la marcia dei rivali fecero alleanza con Sagunto, florida città iberica, che si sentiva ogni giorno più minacciata dalle armi di Cartagine. La situazione si fece improvvisamente grave quando a capo dell’esercito cartaginese di Spagna fu posto un giovanissimo generale, Annibale, il quale per genialità e valore fu uno dei più grandi capitani del mondo antico. Si narra che suo padre Amilcare, anche egli comandante dell’esercito, abbia condotto il figlio, quasi ragazzino, davanti all’ara degli dei patrii e gli abbia fatto giurare odio eterno a Roma. Il giovinetto, cresciuto nell’avversione ai Romani, divenne poi per essi il più pericoloso nemico.

Così divampò violentissima la guerra. Annibale, appena assunto al supremo comando, investì la piazzaforte di Sagunto quasi per sfida ai Romani. Questi intimarono al duce cartaginese di levare l’assedio; Annibale, incurante delle minacce, lo proseguì: Sagunto fu presa e saccheggiata. Roma allora dichiarò la guerra a Cartagine. Incominciò la seconda guerra punica (219- 201 a. C.).

Annibale non indugiò. Varcati i Pirenei, entrò nelle Gallie e con audacia varcò le Alpi per passare in Italia: aveva con se 20.000 fanti, 6.000 cavalieri, una trentina di elefanti. Attraversò valichi impervii animando tutti con il suo esempio, in pochi giorni raggiunse la valle padana, dove sollevò i Galli che Roma aveva assoggettato da poco tempo. La fulminea impresa sconcertò i Romani. Essi tentarono di arrestare la marcia di Annibale alle rive del fiume Ticino, ma furono sconfitti. Costretti a sgombrare la valle padana, cercarono allora di precludergli la via attraverso l’Appennino e lo attesero sul fiume Trebbia. Nuovamente battuti, si concentrarono sulle sponde del Trasimeno per sbarrargli almeno la via di Roma: le legioni però, sorprese in una posizione in felicissima tra i monti e il lago, vennero circondate e distrutte. Alla notizia di tante disfatte un panico immenso si diffuse in Roma. Ormai era chiaro: Annibale, con i suoi agilissimi cavalieri, con i suoi africani, non si vinceva in campo aperto. Occorreva stare alla difesa. Fu eletto un dittatore, Fabio Massimo: uomo prudente, astuto, inseguì Annibale senza mai offrirgli battaglia; assalì le retroguardie senza impegnarsi con il grosso dell’esercito; devastò le messi per impedire il vettovagliamento del nemico. Questa tattica di Fabio Massimo durò sei mesi, e i Romani gli diedero il titolo di “Temporeggiatore”. Ma presto gli impazienti insorsero, sostenuti dai proprietari terrieri e dai commercianti, danneggiati da quei metodi di guerra; essi chiesero un’azione energica, un fatto d’arme risolutivo. Si fece avanti il nuovo console Terenzio Varrone, inesperto e pretensioso, il quale, raccolti 85.000 uomini, uscì spavaldamente dalla città e si addentrò nell’Apulia per affrontare Annibale che stava sollevando le popolazioni meridionali. Un cozzo tremendo fra i due eserciti avversari ebbe luogo nella pianura di Canne, non lontano dal fiume Ofanto. I Romani, posti in luogo sfavorevole, con il vento e la polvere negli occhi, mal diretti da Varrone, dopo un’eroica lotto furono sconfitti: rimasero sul campo 50.000 combattenti, tra i quali erano 80 senatori e 29 tributi militari (216 a.C.). Mai Roma aveva subito una disfatta così grave.

Annibale però non ha saputo approfittare della vittoria: invece di volgersi vero Roma, si arrestò a Capua.

Ma in Roma il momento critico era presto superato: quel popolo vigoroso si scosse e reagì con rinnovata energia. Siracusa, città amica, ha tradito e passò al nemico: occorse allora dare un esempio. La flotta romana, ancora intatta, uscì al largo e raggiunse il mare di Sicilia. Claudio Marcello, generale valentissimo, guidò la flotta e incominciò un assedio rimasto memorabile nella storia anche per le geniali invenzioni del matematico siracusano Archimede, che con grandi specchi tentò perfino di incendiare la flotta romana nel porto. Dopo parecchi mesi di duri combattimenti, Siracusa venne espugnata. Purtroppo nel trambusto scompare anche il grande scienziato, che il console aveva dato ordine di risparmiare.

Intanto Annibale, rimasto ormai con truppe scarse e stanche, chiese rinforzi a Cartagine e li attese dalla Spagna per via di terra. Ma prima che a lui, giunse ai Romani la notizia dell’arrivo dell’esercito cartaginese, condotto da Astrubale, fratello del generale. Subito si decise d’impedire ad ogni costo l’unione delle due armate nemiche, e mentre un console tenne a bada Annibale, l’altro accorse con un esercito, incontrò al fiume Metauro presso Senigallia,  i rinforzi cartaginesi, li assalì e li distrusse (207 a.C.).

La situazione di Annibale intanto s’aggravò ogni giorno per l’esiguità delle truppe, la difficoltà dei rifornimenti, la dubbia fede degli alleati. Il duce invincibile era ormai prigioniero della sua stessa conquista; l’Italia stava per divenire la sua tomba. Né le cose andarono meglio in Spagna, dove un giovane generale romano, Publio Cornelio Scipione, stava passando di vittoria in vittoria.

A Roma il clamore dei trionfi di Scipione aprì il cuore dei senatori alle più rosee speranze. A Scipione, non ancora trentenne, Roma affidò la rischiosa impresa. Le legioni romane riuscirono a sbarcare sul lido africano e iniziarono l’assalto decisivo  al nemico. Annibale, affannosamente richiamato in patria, giunse appena in tempo per prendere il comando dell’esercito cartaginese. A Zama i due eserciti rivali s’incontrarono per la prova suprema. Battaglia disperata. Per la prima volta Annibale fu sconfitto.

Cartagine, vinta e umiliata, dovette arrendersi a una durissima pace, cedendo a Roma la Spagna e tutti i propri possedimenti fuori dell’Africa, pagando un’enorme indennità e , cosa più grave, impegnarsi a non fare guerra ad alcuno senza il permesso di Roma (201 a. C.). Così terminò la seconda guerra punica. Publio Cornelio Scipione, accolto in Roma con un superbo trionfo, assunse il titolo glorioso di “Africano”.

 

Giovanni Teresi

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