Cornelia, madre dei Gracchi – La tragica fine di Tiberio Gracco – Le crudeli proscrizioni di Silla – Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

 

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Cornelia, madre dei Gracchi

 

Cornelia, madre dei Gracchi, era figlia di Scipione l’Africano, il vincitore d’Annibale a Zama. Donna di alta intelligenza e di grande animo, rimasta vedova, ricusò decorosamente nozze per dedicarsi all’educazione dei figli Tiberio e Caio, nei quali ripose tutto l’orgoglio di una madre romana.

Si narra che un giorno, essendo una gentildonna di Capua venuta a farle visita in casa sua per mostrarle certi suoi rarissimi gioielli, dei quali molto si compiaceva, Cornelia, che altro adornamento non portava se non la sua semplice modestia, trattenne in discorsi l’amica finché, di ritorno dalla scuola, non entrarono i suoi due figli. Allora, presentandoli alla dama disse : “Questi sono i miei gioielli”. Di essi infatti era fierissima, avendoli educati alla virtù e al sapere. E per esortarli a grande cose, ella soleva dire loro che nulla tanto le dispiaceva quando l’essere universalmente conosciuta piuttosto come figlia di Scipione che come madre dei Gracchi.

(Plutarco e Valerio Massimo – riduzione)

 

La tragica fine di Tiberio Gracco

 

Essendosi Tiberio presentato in Campidoglio a chiedere il tribunato per il secondo anno, molti amici suoi accorsero, e, mescolati alla turba acclamante, provocarono una grandissima confusione. Un senatore, amico di Tiberio Flavo Flacco, volendo mettere sull’avviso il tribuno, a stento nella calca si accostò a lui per dirgli che i senatori erano in procinto di farlo arrestare.

Allora Tiberio e i suoi amici si avvolsero al braccio le toghe e brandirono bastoni come per prepararsi alla difesa. Il popolo, per la distanza, non capiva nulla di quanto avveniva, così Tiberio, non potendo farsi sentire a causa anche del gran tumulto, si toccò il capo con la mano per avvertire che la sua vita era in pericolo. Subito uno dei suoi nemici si recò in Senato per riferire che Tiberio aveva chiesto al popolo la corona reale. Il senatore Scipione Nasica, che era allora anche Pontefice Massimo, si levò intimando al console Scevola di arrestare il tribuno. Il console rifiutandosi, Nasica lo accusò di tradimento, e, rivoltosi ai colleghi, li esortò ad uscire con lui. Tiratasi poi sul capo la toga, come in atto di sacrificare, e accompagnato da u gruppo di senatori inferociti, si avviò al Campidoglio, costringendo tutti, per il rispetto che veniva dalla sua dignità sacerdotale, a cedergli il passo. Il panico prese la moltitudine, e fra strida e imprecazioni iniziò un fuggi fuggi generale. I senatori, strappando i bastoni dalle mani dei fuggenti, brandendo i pezzi degli scanni infranti nella ressa, salivano le scalinate del Campidoglio, abbattendo chiunque si opponesse loro. Lo stesso Tiberio, travolto dalla fuga, inciampò nei gradini del tempio di Giove Capitolino e cadde. Subito gli fu sopra Publio Satireio, che gli assestò sul capo un gran colpo; Lucio Rufo, poi, con un’altra più grave percossa lo finì. Degli altri morirono più di trecento; i loro cadaveri, con quello di Tiberio, furono gettati nel Tevere.

 

(Plutarco, Tiberio e Caio Gracco – riduzione)

 

Le crudeli proscrizioni di Silla

 

Divenuto dittatore, Silla riempì di lutti la città, facendo uccidere i suoi nemici. Essendo divenute continue le uccisioni, il giovane Caio Metello ebbe il coraggio di chiedere a Silla in Senato quando mai sarebbe venuta la fine di tanti mali, e disse:

Noi non intercediamo già per coloro che tu hai deciso di punire; chiediamo solamente che tu tragga dall’ansietà coloro che hai deliberato di risparmiare”.

Al che Silla avendo risposto di non sapere ancora chi avrebbe lasciato vivere, il giovane riprese: “Rivelaci almeno i nomi di coloro che tu vuoi sopprimere”. Silla rispose che lo avrebbe fatto. Infatti pubblicò subito una prima lista di proscrizione con i nomi di ottanta cittadini, da lui condannati a morte senza alcuna consultazione con i magistrati. Per Roma si diffuse uno sdegno represso ma grave. E Silla, lasciando scorrere tutto indifferentemente, pubblicò ben duecentoventi proscrizioni; e poi, per la terza volta, altrettanti. Dopo di che, parlando in pubblico, disse che aveva proscritti tutti coloro che gli erano venuti a memoria. In tanta strage però quelli che venivano soppressi per odio e per inimicizia non erano se non una piccola parte, rispetto a quelli che venivano uccisi per le loro ricchezze. Quinto Aurelio, personaggio che non s’ingeriva in alcuna faccenda, recatosi una volta al Foro, leggeva la serie dei proscritti, e avendovi trovato anche l suo nome, disse: “ O me misero! È il podere mio in Albano che mi perseguita!”. Quindi, poco per la strada inoltratosi, fu trucidato da uno che l’inseguiva.

(Plutarco, Cornelio Silla riduzione)

 Giovanni Teresi

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