L’origine del teatro romano: gli influssi oschi “L’Atellana” e i “Fescennini” Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

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Il Teatro Greco e il teatro Romano – Ricerca immagini tramite google

 

Il verismo e l’intimità, lo spirito realistico, trionfano nella greca poesia siciliana, nella commedia di Epicarmo, nei mimi di Sòfrone, di Senarco, di Teòcrito. Per queste ragioni la cultura greca poté facilmente fondersi con lo spirito romano e italico, e fiorire con caratteri nuovi; e la letteratura latina essere, anziché una espressione parassitaria, una continuazione e un nuovo vigoroso virgulto della grande pianta dell’unica cultura classica antica.

Lo stesso carattere realistico, la stessa tendenza alla comicità spassosa, troviamo nell’unico popolo italico, l’osco, che ebbe, se non una vera letteratura, almeno una lingua di cultura largamente diffusa, la quale nel secolo IV s estendeva dalla estremità della regione dei Peligni, nell’Abruzzo odierno, sino alla stretto di Messina e alla penisola Salentina.

Dagli oschi venne infatti a Roma l’atellana , che prese il suo nome da Atella, città osca della Campania, dove questo genere comico dovette prendere origine.

L’atellana primitiva era un genere di azione scenica assai simile alla italiana “commedia d’arte” dell’età moderna; ed è significativo che dallo stesso genio italico questa libera creazione estemporanea sia fiorita; e in tempo si sia estesa dalla nazione osca a Roma; ed in tempo moderno, quando le comunicazioni fra i popoli erano ben più facili, dall’Italia in tutta l’Europa, sino alla lontana Russia.

Comuni alla commedia dell’arte e all’Atellana furono sia l’improvvisazione sia i tipi convenzionali comici, le “maschere”, che esse ponevano in scena.

Le antiche maschere dell’Atellana ci sono note; esse sono: Maccus, Pappus, Bucco, Dossennus. Ma non sono però i nomi primitivi oschi; sappiamo infatti che il nome osco corrisponde a quello di Pappus era Casnar, parola della stessa radice dei vocaboli latini  canus (da casnos), cascus, designati l’uno “colui che ha i capelli bianchi, canuti”, l’altro “il vecchio”. E di fatti Casnar osco voleva dire appunto “vecchio”; e come Pappus, che lo sostituì nell’atellana latina, indicava il vecchio barbogio, scioccone; una figura non molto dissimile a quella del nostro Pantalone.

Nell’atellana, Maccus appariva quale rustico ghiottone e scimunito. Bucco deriva il suo nome da bucca, nome volgare latino invece di os, “Bocca”. Era un personaggio farsesco dalle guance gonfie, un chiacchierone. Dossennus si riconnette alla espressione popolare dossus (cfr. dorsus usato in Plauto, invece del classico tergum, da schiavi) e indica il gobbo malizioso.

Anche tra questo popolo italico affine ai Latini, tra gli Oschi si manifestava dunque come elemento nativo il carattere comune italico del realismo arguto, della facilità all’osservazione incisiva, che ama cogliere il lato comico della vita e degli avvenimenti.

Da questo comune genio sorse non solo quanto vi è di più spontaneo nella commedia romana, che tanto prese dal greco, rifondendolo nella propria intuizione della vita; ma anche ciò che vi è di più vivido nella poesia lirica latina, nella satira e nella stessa drammaticità dell’arte dei maggiori storici di Roma.

Ma mentre l’atellana osca non si sollevò mai a vera creazione letteraria, e rimase sempre un genere di improvvisazione estemporanea, Roma l’accolse prima come un genere di azione scenica farsesca rappresentata da attori dilettanti mascherati, e più tardi ne trasse, come vedremo, un genere artistico di commedia, di pretto carattere italico, in cui si provarono poeti di grido, come Novio e Pomponio.

Carattere realistico, mordace, con libertà licenziosa di scherzi, avevano pure altri canti di origine popolare, i Fescennini, che presero il nome di Fescennium, città del territorio falisco, e che si cantavano in Roma, particolarmente in occasione delle nozze.

Dell’origine di questi canti ci dice Orazio:

I campagnoli antichi, gagliardi e contenti del poco,/ Dopo raccolte le messi, a tempo di festa, ristoro/ Quando dal molto travaglio all’animo davano e al corpo, …/ Coi loro agresti compagni, i bimbi e la sposa fedele, / Propiziavan la Terra, immolandole un verro; e Silvano / Con dolci coppe di latte; con vino, con mazzi di fiori / Propiziavano il Genio che l’ore fuggenti rammenta. / La fescennina licenza di qui ebbe origine prima,/ Di qui gli agresti contrasti, i versi a botta e risposta”.

Che queste fossero tra le più schiette espressioni dell’anima antica latina ci dimostra Catullo, il quale, quando vuole per le nozze di un amico comporre non più un’epitalamio letterario come quello (c. LXII) che scrisse ad imitazione di Saffo, ma un vero inno di nozze romano, da cantarsi nella romana cerimonia nuziale (c. LXI), ad accompagnamento della sposa, ricreò il vero canto fescennino.

Affine fu l’origine dei primi spettacoli scenici, ci dice infatti Livio che nel 364 a. C., in occasione di una cerimonia espiatoria per una pestilenza, furono stabiliti degli spettacoli scenici, per opera dello Stato; e in essi dei ludiones, specie  di danzatori etruschi, danzavano a suono di flauto: donde poi i giovani romani presero ad imitarli, e si lanciavano dei frizzi a botta e risposta, in versi simili agli antichi Fescennini, improvvisati e rudi. Ma anche questa forma embrionale drammatica si perfezionò per  opera di attori più raffinati; e si ebbero componimenti scenici ricchi di ritmi variati, ai quali si diede il nome di satura. Questo  sarebbe stato il primo tipo di rappresentazione drammatica; a cui Livio Andronìco sostituì la regolare commedia di tipo greco.

Questi primi generi di arte popolaresca appartengono però piuttosto alla storia del costume della cultura che a quella della letteratura; ma le notizie che ne abbiamo sono preziose per quel che ci dicono del comune spirito italico che Roma fece suo, e a cui darà più tardi una espressione degna del suo genio.

Giovanni Teresi

 

Bibliografia: “Il libro della Letteratura Latina” volume I “La Letteratura dell’età della Repubblica” Firenze F. Le Monnier

 

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