Influsso del realismo nell’arte e nella letteratura romana per il valore dato alla personalità – Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

Busto di Adriano, Musei capitolini – ricerca immagini tramite google

 

Non meno interessante prova del carattere realistico e arguto dei Romani, e della facilità a cogliere la comicità più cruda, è l’uso di concedere nei trionfi la libertà ai soldati di unire, nei carmina triumphalia, alle ovazioni e all’esaltazione del generale, motti salaci e satirici, come quelli che, tra gli altri, ricorda Svetonio essere stati cantati nel trionfo di Cesare: “Attenzione alle mogli, o cittadini; / Conduciamo in trionfo un calvo adultero”.

Ma l’importanza di gran lunga maggiore di questa tendenza al realismo, e tale che domina tutta le letteratura e l’arte romana, si rivela nel valore dato alla personalità. Gli storici  greci ci parlano di un uso – di cui essi pongono in rilievo il carattere prettamente romano, in confronto con il costume greco – di onorare nei funerali i grandi defunti con elogi oratorii nel foro, esponendo il corpo del defunto; e di trarne una immagine quanto più simile, nell’aspetto e nel colore, all’origine, la cui maschera veniva modellata, come ci dice anche Plinio sul cadavere stesso.

Il culto romano degli antenati, unito ad un senso di realismo tutto italico, conferiva così una vivente immortalità agli uomini illustri, e una sacra eterna presenza agli avi nel seno delle famiglie e nel perenne rinnovellarsi delle generazioni.

Tutta l’arte romana è profondamente impressa da questo valore dato alla personalità. Il ritratto realistico è il genere d’arte in cui la scultura romana manifesta primieramente e meglio la sua originalità. Il ritratto romano non è relegato nella tomba, come il ritratto egiziano, o sul monumento funebre, come il ritratto etrusco; ma rivive nella casa, trionfa nelle vie, nei fori, nelle basiliche, negli anfiteatri, sulle scalee dei templi cittadini.

Nella letteratura romana, sino dai primi inizi, la figura dell’uomo, con la sua personalità imperiosa, campeggia sovrana.

I primi poeti, Nevio ed Ennio, cantano imprese da loro compiute, parlano di sé, magnificano la loro opera. Gli Annuali di Ennio erano una solenne galleria epica di grandi figure romane. L’intensità maggiore del loro genio posta dai Romani nella letteratura è rivolta massimamente al mondo interiore dell’anima.

I mondi dell’anima, piuttosto che quelli della fantasia, sono quelli che essa ha meglio esplorati. Nei lirici, nei satirici, la poesia è in primis uno studio dell’uomo. La poesia delle Giorgiche  di Virgilio anche alla inconscia natura dà una vita; e all’ignaro mondo animale un’anima. La filosofia romana è tutta una filosofia umanistica; studia i problemi dell’uomo, ne dirige la vita, ne medica l’anima: “ I medicamenti dell’anima son già stati ritrovati, dirà Seneca; a noi non resta se non sapere come applicarli ”. e in questa arte di direzione intima, di penetrazione nei meandri più riposti delle anime, lo stoicismo romano ha una flessuosità, un’intimità di analisi che raramente si è poi rinnovata uguale.

Storia di anime eroiche è soprattutto la storia di Livio; penetrazione di anime misteriose è massimamente la drammaticità della storia di Tacito. In Catullo, in Tibullo, nelle poesie più cocenti di passione di Properzio, nella stessa dolente melanconia di Tibullo, voi sentite tutta la forza del temperamento romano, in quella intensità interiore che ne crea un intimo dramma. Ed appunto per tale loro intimità romantica, la loro poesia è cara.

Quando Foscolo volle rendere uno dei momenti più romantici della sua ventenne giovinezza, devastata dalla passione, nel suo drammatico inizio di sonetto:

Non son chi fui; perì di noi gran parte; / Questo che avanza è sol languore e pianto”; non ebbe che da tradurre un distico di un tardo poeta latino dell’età di Boezio, Massimiliano Etrusco, in cui la romantica passionalità romana manda ancora i suoi ultimi bagliori: “Non sum qui fueram; periit pars maxima nostri;/ Hoc quoque quod superest languor et horror habet.

 

Giovanni Teresi

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