“Lezione sulla Costituzione Italiana” – Racconto breve di Giovanni Teresi

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All’inizio degli anni ’60 i programmi ministeriali della Scuola Media Statale davano largo spazio alle discipline umanistiche. Si studiava il latino, la letteratura italiana, la lingua straniera (inglese o francese) e le altre discipline scientifiche.

La Bibbia, il De Bello Gallico, l’Iliade e l’Odissea nonché alcuni canti della Divina Commedia di Dante erano insegnati con dovizia di particolari.

Ricordo ancora una lezione interessante tenuta dall’insegnante di lettere sulla Costituzione Italiana, i cui primi articoli si dovevano sapere a memoria come i Dieci Comandamenti.

“… La storia costituzionale del nostro Paese risale allo Statuto Albertino, che fu concesso dal re Carlo Alberto nel 1848 ai sudditi del regno di Sardegna e che fu esteso nel 1861 a tutta l’Italia unificata. Restò in vigore fino all’emanazione dell’attuale Costituzione repubblicana.

Lo Statuto era una carta “ottriata”, concessa cioè dal re, e flessibile, vale a dire modificabile da parte degli organi legislativi ordinari senza particolari procedure (di tale sua natura approfittò poi il fascismo che lo svuotò di ogni suo contenuto democratico).

Era una Costituzione breve, non perché era composta di soli 81 articoli, ma perché elencava semplicemente i diritti di libertà e delineava i poteri del re.

Lo Statuto formalmente fu il primo atto di autolimitazione delle proprie prerogative da parte del sovrano: costituì un compromesso tra il potere monarchico e i nuovi principi di libertà e democrazia.

Lo Statuto era già una costituzione liberale, infatti, veniva incontro alle esigenze liberali in quanto riconosceva le libertà civili sancite dalla Dichiarazione dei Diritti del 1789, pur non prevedendo l’intervento dello Stato per rendere effettivi tali diritti.

La caduta del fascismo (1943) e la nascita della Repubblica (1946) ponevano grossi problemi di riassetto istituzionale. Si sentiva la necessità di stendere una nuova carta costituzionale.

A tal fine il luogotenente del regno, Umberto di Savoia, stabilì che, a liberazione avvenuta di tutto il territorio nazionale, si procedesse alla nomina, a suffragio universale, di un’Assemblea Costituente che preparasse la nuova Costituzione.

Il 2 giugno 1946 il popolo fu chiamato a votare con un referendum la scelta tra la forma repubblicana e la monarchia e per la nomina dell’Assemblea Costituente. Gli italiani scelsero la Repubblica.

Gli anni dal 1946 al 1948 furono caratterizzati dai lavori preparatori dell’Assemblea Costituente per la redazione della Costituzione da porre alla base della nuova Repubblica. L’assemblea elesse Enrico De Nicola Capo provvisorio dello Stato e nominò una commissione di 75 deputati, eletti in seno all’assemblea, che approntò un progetto di Costituzione da presentare all’assemblea stessa per l’approvazione.

A lungo discussa, in quanto le forze politiche rappresentate (Partito comunista, Partito socialista, Democrazia cristiana, Partito d’azione ecc.) erano varie e fra loro in contrasto su molti connotati da imprimere alla nascente repubblica, la Costituzione fu definitivamente approvata il 1947.

Fu promulgata dal Capo dello Stato il 27 dicembre 1947 ed entrò in vigore il primo gennaio 1948, dopo un secolo dalla concessione dello Statuto Albertino.

La Costituzione è composta da 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali.

Nei primi 12 articoli sono raccolti i principi generali e, per primo, la definizione fondamentale: “L’Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro”.

Vi si proclamano inoltre solennemente la dignità della persona, il diritto al lavoro, le autonomie delle comunità locali, l’eguaglianza nella libertà di tutte le confessioni religiose, i particolari rapporti con la chiesa cattolica, il ripudio della guerra e l’accettazione delle limitazioni alla sovranità nazionale per forme internazionali e sopranazionali. I principi fondamentali della Costituzione si chiudono con la descrizione della bandiera nazionale: “Il tricolore Verde, Bianco, Rosso”, simbolo ideale dell’unità di tutto il popolo.

La Costituzione italiana è divisa in due parti, la prima sui “diritti e doveri dei cittadini” e la seconda sullo “ordinamento della Repubblica”.

A questo punto, il professore esclamò quasi commosso: “Quant’è bella la nostra bandiera!”, e diede subito delle spiegazioni della sua origine.

“Dopo la caduta di Napoleone il tricolore fece la sua apparizione soltanto nei fugaci tentativi insurrezionali contro i regimi assoluti: in Piemonte nei moti del 1821 e 1831, a Napoli nel 1832 e 1833, a Catania e Siracusa nel 1837. Ma il simbolo della nostra Patria fu sempre tenuto anche chiuso nelle case o sventolato solamente nelle adunanze segrete. Finalmente l’11 aprile 1848 Carlo Alberto proclamava il tricolore – Verde , Bianco, Rosso – bandiera italiana, di tutta l’Italia, sostituendolo al vessillo sabaudo”.

Dopo, asciugatosi sulla fronte il sudore, continuò: “il tricolore ispirò diversi poeti. Ecco ad esempio i versi di Felice Cavallotti:

 

Oh, com’è bella, nei suoi tre colori,

la regina dei fiori e degli amori!

Sono i colori della terra natia,

sono i colori dell’anima mia!

C’è il verde, emblema di dolce speranza,

onde il fior germogliò della costanza;

c’è il bianco della fede, per tant’anni

temprata nelle prove e negli affanni;

c’è il rosso della fiamma del mio core

ch’arde, brilla, consuma, ma non more.

 Petali bianchi e rossi e verde stelo,

che non v’incolga mai brina né gelo:

siete i color della terra natia

siete i color dell’Italia mia!

 

Questa poesia, poi, fu recitata nel 1963 al saggio ginnico di fine anno presso l’Istituto Salesiano di Marsala davanti alle autorità cittadine. Seguì l’inno nazionale e il fragore di un grosso applauso.

Giovanni Teresi

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