L’antico spirito religioso romano nell’arte e nella letteratura – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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Un altro dei caratteri indigeni che si rileva potente nella letteratura e nell’arte romana è l’elemento religioso. Scriveva infatti uno storico greco, Polibio: “I Romani son più religiosi degli stessi dei”. E altrove, esaminando le cagioni della vittoria di Roma e della sua conquista dell’impero: “Sembra a me che il fondamento più saldo della potenza dello Stato romano sia quella religiosità che altrove viene posta in dileggio”. Il divino infatti circonda il Romano nei tempi più antichi; domina la sua vita, ogni suo atto, ogni suo pensiero. Il detto di Talete: “Ogni cosa è piena di dei”, non potrebbe essere più vero che per la Roma primitiva. La casa, il campo, il bosco, la città; la pace, la guerra; l’infanzia, la giovinezza, la virilità; ogni luogo, ogni momento, ogni azione della vita, sono sotto il dominio di innumerevoli divinità misteriose, che prendono l’uomo sin dalla nascita e lo accompagnano per tutta la vita sino alla tomba. È appena nato il fanciullo che, secondo ci dice Varrone, Fabulinus presiede ai suoi primi balbettamenti; Cuba e Cunina proteggono i suoi sonni nella culla presso alla madre: tutta la sua vita sarà poi dominata da siffatti numina.

Per questa sua religiosità nessun popolo accolse con maggiore liberalità del popolo romano i culti e gli dei stranieri. Roma non è in maggior misura conquistatrice di reami e di regioni che di Numi. Dai popoli che essa assoggetta ama assumere gli dei, non meno che l’ager publicus, le statue, le ricchezze, “Era uso di Roma accogliere nel suo Stato le religioni delle città vinte, e dar loro un culto tra quelli patrii”, ci dice L. Cincio.

In una letteratura che sorge sotto influssi così profondi di una civiltà già matura e così perversa dallo scetticismo religioso, come la greca, è naturale che tracce di scetticismo, o almeno di critica religiosa, penetrino assai presto.

Mai il gran pubblico rimane pure sempre religioso. Nei momenti più gravi dello Stato romano, come durante la seconda guerra punica, grandi ondate di fervore religioso si sommuovono e invadono gli spiriti.

E fra le persone colte, anche quando declina la religione patria, ad essa, in qualche misura, si sostituisce la superstizione.

L’antico spirito religioso romano si impronta profondamente nell’arte e nella letteratura. L’arte plastica romana, anche quando non rappresenta scene di rito o del culto, ha quasi sempre un’impronta grave, solenne, austera, raccolta, su cui aleggia come un religioso spirito. Ma la scena del sacrificio si può dire non manchi quasi mai nei solenni monumenti civici dell’arte romana.

La lingua stessa di Roma, in più aspetti, ma soprattutto nelle parole che indicano la contemplazione e la riflessione, serba traccia del raccoglimento dello spirito religioso:  contemplari fu in origine un vocabolo della scienza augurale; e significò “vedere ciò che si scorge nello spazio celeste (il  templum) segnato dall’àugure”;  considerare, voleva dire origine interpretare le congiunzioni sideree degli astri.

I primi libri latini sono libri sacri. Tra i primi canti del popolo romano sono il carmen fratrum Arvalium, per la purificazione e la fecondazione dei campi, e il carmen Saliare: e tra i primi versi di cui si abbia memoria sono i versi oracolari del vate Marcio, di cui è ricordo in Livio e in altri scrittori. Tutta la natura, nel suo mistero cosmico, è assunta in Roma a un solenne culto religioso: si adora la valletta e la fonte d’Egeria, la spelonca di Fauno, ai piedi del Palatino; il bosco di Giunone Lucina; la selvetta di Silvano; quella dei Fratelli Arvali. I più belli fra i versi religiosi di Orazio ( e non solo i più belli fra quelli religiosi) sono quelli dell’ode per il Fauno e per la fonte Bandusia e l’inno ad Apollo e a Diana del Carme secolare. La  più bella lettera di Plinio il Giovane è dedicata alla descrizione delle fonti del Clitunno.

È il sentimento di una religiosa missione da compiere che dà altezza di poesia al poema della natura di Lucrezio, al poema virgiliano dei campi, ai momenti d’ispirata arte del poema astronomico di Manilio. Allora veramente l’artista, educato all’ammirazione dei Greci, si sente romano sacerdote. E il primo vocabolo che designò il poeta in Roma, è una parola italo-celtica vales, che indica “il creatore artista”, come il poietès greco, ma il divinamente ispirato.

Il romano antico, educato ad una religione senza fantasia, tutta interiore, chiuso in sé, sentì profondo il fascino della vita morale. La satira, questa interiorità d’anima, con le sue ombre melanconiche, sono i generi di poesia in cui il genio romano si esprime con più originalità. Lo spontaneo senso di una misteriosità soprannaturale, celata nel seno della natura e negli eventi della storia, dà alla letteratura latina un carattere grandioso che, come su di un piedistallo di religiosità, innalza l’epica di Ennio e di Virgilio e capolavori dei suoi storici. Quella religione romana antica, così poco brillante, non appagando la fantasia come la religione greca, divenne un più intimo bisogno dell’anima. Non potendo contemplarla come il greco, il romano deve viverla pienamente, interiormente, profondamente.

L’amore della patria, nella Roma dell’età più antica, è altrettanto civico quanto religioso. La patria è altrettanto Roma con il suo impero, il suo suolo, quanto i suoi dei.

Per questo suo antico di austerità religiosa, anche quando la religione in Roma va scomparendo, nella sua letteratura, nella sua arte, si sente pur sempre qualcosa di intimamente severo e grandioso, che ne forma l’elemento più originale. Per attingere questa sua forza appassionata, grave, solenne, austera, l’anima romana non ha che da esprimere il proprio sentimento più nativo, da scavare dentro di se stessa. Dal fondo della sua anima antica, non dall’imitazione, Roma trae questi robusti  accenti della sua arte e della sua letteratura.

 

Giovanni Teresi

 

 

Bibliografia – “Il libro della Letteratura Latina” – V.I° – Ediz. F. Le Monnier – Firenze -Scrittori Latini – “La Germania”- Cornelio Tacito – Società Editrice Internazionale

 

 

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