Le condizioni politiche, socio-economiche e religiose nell’antica Lilybeo -Oracoli e credenze nel culto della Sibilla Cumana – Testo storico di Giovanni Teresi

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ILMIOLIBRO – giovanni.teresi:Biografia e Libri – 49361

 

                   l Mediterraneo degli antichi

 

 

E quale fu l’origine del viaggio?

Quale avventura li legava forte

come il ferro indomabile?”        (Pindaro, Pitica IV 70)

 

“ Troppo ardì chi per primo con nave fragile ruppe

i flutti malfidi,

chi lasciando alle spalle la terra affidò la vita

 al capriccio dei venti,

chi solcando il mare aperto con incerta rotta ebbe fiducia

 in un legno sottile,

confine troppo fragile tra le vie della vita e della morte”.  (Seneca, Medea 301-8)

 

Nel  V secolo a.C. il poeta greco Pindaro, celebrando la gloria di Arcesilao IV di Cirene, ricordava gli Argonauti, ai quali si attribuiva l’invenzione della navigazione. Nel I sec. d. C. il cordovano Seneca rifletteva pensoso sulla loro epopea.

Al di là dell’occasione celebrativa e della documentazione della permanenza del mito nell’arco di mezzo millennio in ambito mediterraneo, questi versi introducono nel cuore stesso la metodologia e la modalità di una storia del Mediterraneo.

Pindaro configura, certo, l’archetipo delle spedizioni coloniali greche ma, oltre che per i Greci, pone una domanda valida per tutti gli uomini mediterranei che presero ad andar per mare. Per Seneca, l’ardimento dell’impresa guidata da Giasone è nefasta rottura dell’ordine cosmico. Grazie a entrambi la pratica della navigazione  esce dall’ambito di ciò che è ovvio per venire restituita pienamente alla storia, al tentativo di descrivere i cambiamenti degli uomini e delle società nel corso del tempo.

L’eroismo dell’età antica non è nell’affrontare il mare; ha altri contenuti ed altri ambiti.

L’Ulisse omerico non ama affatto il mare, seguendo in questo la valutazione normale al suo tempo e fra la sua gente (e nella stragrande maggioranza dell’umanità storica) (Janni: 93).

Il poeta arcaico Alcamane evoca:

i mostri degli abissi del mare inquieto”; diversi secoli dopo Polibio ricorda che

nessuno naviga in mare aperto con il solo fine di attraversarlo, ma per l’utile o il piacere che pensa di ricavarne” (m. 4,10).

Dal punto di vista geografico il Mediterraneo costituì e costituisce un’unità, caratterizzata da fenomeni climatici, movimento delle correnti, morfologie del terreno, regimi idrici comuni. L’esistenza di sottoinsiemi  –  in termini generali, l’Occidente  l’Oriente che comunicano attraverso il canale di Sicilia, ma anche mari interni dalle spiccate caratteristiche proprie, come l’Adriatico, l’Egeo e il mar Nero – nulla toglie a questa coerenza geografica.

La geografia si proietta con tanta forza sull’immagine storica del Mediterraneo da farci apparire come un dato immediato dell’evidenza il fatto che esso sia sempre stato riferimento, gravitazione, attrazione.

Il predominio, appunto, della geografia sulla storia.

Però, l’ambito geografico mediterraneo divenne riferimento quando decisioni umane l’assunsero come tale. Al passaggio tra secondo e primo millennio a. C., dopo gli sconvolgimenti portati dai popoli del mare, la fine dei traffici minoici e il contenimento della marineria egizia, l’intuizione di utilizzare le possibilità di comunicazione offerte dal mare fu fatta propria prima dai Fenici e poi dai Greci.

Gli Etruschi si affiancarono; poi, più gradualmente, fecero propria questa dimensione altri gruppi, tra i quali i Romani che si distinsero per la capacità di cogliere le opportunità politiche ed economiche che il Mediterraneo apriva loro.

Furono queste decisioni, le abilità tecniche e le ingegnosità dal punto di vista storico la base geografica.

Il viaggiatore doveva mettere in conto la possibilità che:

… errando sui flutti, lo pigliassero

i Traci coi capelli legati in su

sul Salmidesso, nudo bruco,

e qui mangiasse il pane dello schiavo

toccando il fondo della sofferenza”.    (Ipponatte)

 

Platone riteneva che una città in vicinanza del mare, se godeva di indubbie facilitazioni, fosse comunque destinata ad accogliere in sé “una varietà disordinata di costumi cattivi” (IV 704 d.)

Nel II secolo a. C. Polibio collegava l’arrivo della corruzione a Roma con le guerre d’oltremare (XXIII 35,1) e nel I secolo d.C. per l’ebreo ellenizzato Giuseppe Flavio :

il mare è sorgente di pericolo per il deterioramento dei costumi e la pirateria”.

(Ap. I 60-68).

Il Mediterraneo, tuttavia, conteneva potenzialità più forti di differenza e paura.

Data la distribuzione diseguale delle risorse naturali, l’Occidente possedeva le maggiori ricchezze minerarie (Nat. Hist. XXXIII-XXXIV); alcune aree divennero grandi produttrici di grano, altre d’olio e vino.

Le grandi città del Levante, di Grecia, Magna Grecia e dell’Etruria, Cartagine e poi Roma richiedevano grano e materie prime, ricercate del resto anche dalle burocrazie statali. Il mercato dei prodotti di lusso aveva i suoi gangli nevralgici negli empori fioriti sulle coste del Levante. Luoghi di scambio fondati e controllati dai poteri che governavano il retroterra; essi fungevano da stazione d’interscambio per i traffici commerciali a lunga distanza attraverso le carovaniere dell’Arabia e di Persia, e le vie d’acqua del mar Rosso e dell’Oceano Indiano, aprendo la prospettiva di altri protagonismi mediterranei.

Percorrere il mare consentì arricchimenti favolosi: ricorda Erodoto che nessuno poteva competere con Sostrato di Egina, che fece la sua fortuna trafficando in Etruria (IV 152).

L’esistenza dei traffici alimentava la pirateria: proverbiale quella dei Cretesi, degli Illici e degli abitanti della Cilicia.

La conservazione di elementi punici sotto la presenza romana dimostra l’attestazione, pur sporadica, dell’inumazione oppure il sacrificio di carattere punico, ma soprattutto la presenza di monete di Ebusus in tombe della seconda metà del II secolo a.C. (De Gasperi, T. 58).

I contatti con Ibiza sembrarono riempire il vuoto degli scambi creatosi in seguito alla distruzione di Cartagine nel 146 a.C. e collocarsi nel contesto dell’antica tradizione di scambi commerciali di Lilybeo con il mondo punico e mediterraneo in genere. La moneta massaliota rimanda forse alle medesime rotte commerciali. Questi elementi si possono spiegare soltanto con il fatto che i contatti con il mondo punico continuarono. Venivano facilitati dalla vocazione marittima di Lilybeo e probabilmente anche dalla presenza di negotiatores romani, garantendo in questo modo una continuità della tradizionale apertura internazionale della città.

Possiamo definire la prima metà del II sec. a.C. come fase di crescita che appartenne a un periodo di benessere moderato.

L’influenza stabilizzante di Roma, basata su un apparato amministrativo ben funzionante, giocò un ruolo determinante nello sviluppo, ma anche per l’istituzione di zecche locali, atte a emettere le grandi quantità di moneta spicciola.

Giovanni Teresi

(Le necropoli di Lilybeo – B. Bechtold pag. 414).

Dettagli del libro

Genere
Narrativa / Letterature – Narrativa classica (prima del 1945)
ISBN Libro:
9788892321007
Edizione:
1
Anno pubblicazione:
2016
Formato:
15×23
Foliazione:
228
Copertina:
cartonato
Interno:
bn
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