NERONE CANTORE – Ricerca storica di giovanni Teresi

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Colosseo che brucia – Nerone – Ricerca immagini tramite google

 

Nerone apprese fino dai più teneri anni la musica. Divenendo imperatore, tenne al suo fianco il citareda Terpno, allora celebre fra tutti, e lo faceva cantare ogni sera dopo la cena, sedendogli accanto, fino a notte inoltrata. A poco a poco cominciò egli stesso a provarsi nel comporre e nel cantare. Perciò non volle trascurare alcuna di quelle precauzioni che i maestri di quell’arte usano: supino, si poneva sul petto piastre di piombo, si asteneva dalla frutta e dai cibi aspri, e si compiaceva dei progressi che faceva. Benché avesse voce debole e un po’ rauca, si sentì gran voglia di prodursi in pubblico, perché la musica è un’arte che non è ammirata in casa propria. Si presentò dunque per la prima volta in teatro a Napoli, e sebbene durante lo spettacolo venisse una scossa di terremoto, egli non si ritrasse se non dopo che ebbe finita la canzone incominciata. Qui cantò poi due volte, riposandosi anche per ristorare la voce.

Ardendo dal desiderio di cantare a Roma, anticipò i giuochi neroniani.

Durante questi giuochi, levandosi dalla folla suppliche perché egli facesse sentire la sua voce divina, disse (fingendo di schermirsi) che avrebbe cantato privatamente nel suo giardino, accogliendo chiunque volesse entrare. Ma insistendo il popolo e i soldati di guardia, parve accondiscendere a mala pena, e permise che il suo nome venisse posto nel cartellone con quello degli altri mimi e citaredi.

Venuto il suo turno, avanzò sul proscenio, reggendogli la cetra i prefetti del pretorio e circondandolo i tribuni dei soldati e gli amici più intimi. Fermatosi, dopo un breve preludio fece annunciare da Cluvio Rufo, uomo consolare, che avrebbe cantato un pezzo intitolato Niobe: cantò infatti fino alla decima ora, ma non volle ricevere la corona, rimandandone la  cerimonia all’anno seguente per aver così più occasioni di prodursi ancora.

Quando Nerone cantava, a nessuno era permesso di uscire dal teatro: si disse che taluni, non potendo più restare per il gran tedio e trovando chiuse le porte del teatro, si calassero dai muri esterni giù nella via; si raccontò perfino che alcuno, non avendo altro mezzo per uscire, si finse morto perché lo portassero fuori nel cataletto. Ѐ incredibile come Nerone fosse trepidante nello spettacolo, come si rivelasse invidioso degli artisti di valore, come fosse diffidente dei giudici che dovevano assegnare i premi. Accarezzava gli avversari con mille moine, come se fossero suoi pari, per dirne poi male in segreto; se poi qualcuno rischiava di superarlo, con danaro cercava di corromperlo. Piaggiava i giudici, confessando di aver fatto il possibile per educarsi nel canto, ma che il successo era di frequente opera del caso, così essi non dovevano badare ai capricci della fortuna, ma premiare il merito. E quelli lo consolavano di buone parole, che egli accoglieva non senza trepidazione.

 

Giovanni Teresi

Bibliografia: Suetonio, Nerone

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