La storia della Democrazia greca “Demokratia” -Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

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Storia della Democrazia in Grecia – Ricerca immagini tramite google

 

Quando Atene diventa potenza politica, la sua struttura sociale interna è positivamente funzionante: il demo, unità di base, che divide orizzontalmente: “generi sociali” e gerarchicamente i “ruoli politici”, agisce come fondamento incontrovertibile del bios socio-politico. E ciò può accadere grazie al sopravvento temistocleo di rendere l’identità della polis mediante la recinzione murale: cosa che determina non solo la solidificazione interna ma anche il traguardo dei limiti interni verso l’ulteriorità espansiva. In coincidenza nasce l’Impero. E quindi la ricchezza materiale e l’essor demografico, il quale trova sfogo nell’apertura coloniale.

Quando l’impero crolla e la polis vacilla sotto il tremendo colpo (404), si levano testimoni profetici che da una parte additano riforme utopico-sociali (Falea di Calcedone) e dall’altra si protendono polemicamente al prisco tempo definito eumonico avente il centro esemplare in Sparta (Senofonte: Costituzione degli Spartani; i Poroi). Insorge il degrado sociale: la controprova si trova nei riscontri grafici dell’epoca (IV sec.): Dionigi di Alicarnasso (frammento di oratoria assembleare rinvenuto nella raccolta lisiaca); “Costituzione degli Aristotele” contrappone il moderato Archino al democratico estremista Trasibulo); Isocrate (Archidomo) che fa dire al sovrano spartano che il popolo è ridotto alla medesima condizione di quello greco. Infatti la situazione è catastrofica, non solo per la massa dei coloni che premono, ma anche per la massa dei diseredati all’interno della polis stessa. Nei Poroi, appunto, Senofonte propone lo sfruttamento pubblico degli schiavi in vista dell’estrazione aurea nelle miniere del Laurion: “La mia proposta – scrive- è che la città, sull’esempio dei privati, acquisti anch’essa schiavi pubblici fino a raggiungere il numero di tre per ogni Ateniese” (cfr. L. Canfora, Il mondo di Atene, La Terza, p. 461).

Nel corso delle alterne vicende del demos, franato per parentesi storica dell’avvento della supremazia oligarchica, frange di cittadinanza sono state orgogliosamente marginalizzate: gli artigiani intramurali sono stati esclusi a preferenza del bracciantato agricolo (quest’ultimo ovviamente sotto l’spetto censitario e non manovalistico).

Il clima della seconda fase imperiale, la quale è il prodromo del crollo finale della polis internazionale, denota una maggiore discriminazione sociale mediante l’autochiusura del ceto possedente e dunque altamente censitario. Tale ripiegamento fortemente egoistico-classista è rinvenibile nell’osservazione demostenea (Sulle Simmorie) a proposito dei ricchi, i quali, se dovesse incombere sulla città il pericolo dei pericolo, cioè l’avvento persiano, non solo occulterebbero la loro ricchezza, ma dichiarerebbe di non averle affatto (Canfora, ibidem).

Nei migliori momenti dell’evoluzione politica della polis, e cioè nell’instaurazione dell’equilibrio sociale tra i ricchi e i poveri, il cumulo del capitale non era stato settoriale (così come nell’accusa marxiana), bensì finalizzato al potenziamento infrastrutturale urbano con alla base la distribuzione del valore economico usufruibile circolarmente.

Crollato per la seconda volta l’impero e sopravvenuta la frammentazione sociale, gli egoismi settoriali hanno libero corso, determinando a ricorso a soluzioni utopistiche (ut supra) o anche allo sfoltimento demografico sotto istanza eco-sistemica penosamente deficitaria (ghettizzazione o forzato esodo di strati sociali indesiderati). Historia vichianamente ripetitur.

In questo quadro storico si sviluppa la vis oratorum, il cui fondamento si articola sull’interrogatio: “ Quis loqui vult?”

Nel brano eschineo il legislatore invita alla tribuna tutti gli aventi diritto, specie i poveri e chi in famiglia non annovera alti dignitari (strateghi).

Così asserisce il Pericle tucidideo (Canf., ibid., p. 114). Tuttavia vindice della realtà non è tanto la storiografia quanto la commedia. Negli Arcanesi Aristofane presenta il suo personaggio, Diceopoli, in procinto di recarsi all’assemblea, con l’intenzione di “urlare, interrompere, insultare”.

Proprio perché è povero, campagnolo, deve urlare per farsi ascoltare: infatti i rhetores (i locutori professionisti), onde schermirsi da simili disturbatori, facevano anticipare il loro dire dai cosiddetti rhetores minori, i quali, a loro volta, urlavano, mettendo in soggezione coloro (i poveri) che si fossero avventurati in tale impresa. Tale situazione riflette la temperie nel quale è stato concepito l’opuscolo anonimo “Sul sistema politico ateniese”.

Morto Pericle, Cleone impone l’aspetto “triviale” e “volgare” dell’identità assembleare. Contro tale triviliatà si schierano i due interlocutori del piccolo trattato politico.

Avversari del demo, i due “tradizionalisti” contrappongono tuttavia opinioni diverse: mentre il primo, assolutamente oltranzista, si attesta su posizioni teognidee (il demo è bestiale e agnomon), l’altro, pur valorizzando l’ideale eumonico, si rende conto che la funzionalità del demo ha leggi proprie ed è strutturalmente (in sintonia con l’epoca) incontrovertibile.

D’altra parte, quest’ultimo, meno intransigente del primo, vanta il successo della propria attività marittima in connessione con gli artefici di esso (i nautae), i quali sono membri attivi del demo.

Da questo punto di vista Eschine non è, altrettanto di quanto non lo siano Demostene ed Esocrate, “laudator temporis acti”: “sognatore a tavolino dell’eunomia, dell’”ordine spartano” (Canf., ibid., p. 143), ma non estraneo al proprio ambito cittadino, da cui non rifugge anzi. Un altro tratatello (Peri Politeias), cronologicamente collocabile negli ultimi anni della guerra pelopponesiaca, parteggia per il regime filo spartano il cui perno è basato sull’oligarchia eumonico-selettiva. Eschie, si dice, fu filo macedone, e si attivò con particolare energia a secondare la politica incamerante di Filippo, non senza riceverne laute prebende.

D’altronde, in quel momento, chi no guardò oltre il recinto murale urbano in prospettiva “messianica”? anche Demostene è fra quelli che furono avvinti dal “sogno messianico”, ora avvicinandosi ora discostandosi dal Gran Re.

La tipicizzazione teti marchiana allusiva al cimento agonistico deve essere letta a contrario: non nel senso del deprezzamento, bensì nell’esaltazione dei “Kaloi Kagathoi”: “cresciuti in mezzo a danze, palestre e musieai” (canf., ibid., p. 139).

Semmai Timarco, uomo volgare, “dissacra” i valori praticati un tempo dai “Buoni” e  dai “belli”, Timarco appare come il Kinaidos che tenta di infangare l’autore del presente pamphlet. Ne ha tutte le caratteristiche: è spudorato, frenetico, vociante, dissoluto, arrivista. Non a caso Eschine presenta la “forma legis” sotto un duplice clivage: da un lato è intervenuta sulla posizione dei giovani (fanciulli, adolescenti) che “brattano” il proprio corpo; dall’altra insiste sulla “dignità” di chi è riconosciuto degno della “ekklesia” cittadina: non lo spergiuro, non il dileggiatore, non lo sfrontato, non il denigratore dei più alti sentimenti familiari.

Eschine, come Demostene e Isocrate, che Canfora definisce figli dell’industria”, nel senso che provengono dal ceto dinamico-attivo, è fauto della Legge, il cui valore fondativo è stato messo in evidenza da Platone nella Repubblica. Solone da un lato, Licurgo dall’altro avevano pur essi sottolineato il valore “prescrittivo” del nomos a fronte dell’”incognita imponderabile” che è il genere umano.

Al tempo di Eschine (IV sec.) lo sfaldamento istituzionale è evidente (il demo tende più alla ybris che all’enkratia); la concezione dilagante. Col denaro si compra tutto e per il denaro ci si prostituisce.

Come si sa, dall’”akklesia” erano esclusi i non aventi diritto (xenoi, donne, schiavi), ma per parteciparvi si doveva acquisire il diritto se non per via spregiudicata. Massimo esempio di ciò Alcibiade.

Già in Platone è raffigurato come “adescatore” nei confronti di Socrate; oltre a ciò è noto come dileggiatore di cose sacre (vedasi il su comportamento in Sicilia); infine si presenta come apatride, scegliendo l’autoesilio a Sparta.

Ma come si fece strada pervenendo ai massimi vertici dello Stato se non con estrema spregiudicatezza?

Amante delle orge, dei cavalli, delle gare agonistiche ove la sua nudità era lanciata come sfida autoesaltantesi, Alcibianto è alter Timarco, ovvero lo sfrontato e spudorato Kinaidos.

E tuttavia in Tucidide troviamo il suo autoritratto difensivo sotto forma apologetica: Alcibiade fa il resoconto del suo passato e soprattutto della scelta per il regime democratico. Nel suo discorso apologetico egli fa la distinzione tra demo e democrazia: l’uno è stato necessario in quanto oppositore della tirannide (oligarchica), l’altra è la degenerescenza del demo.

Nel discorso pronunciato a Sparta, Alcibiade pone il demo contro la tirannide come barriera protettiva. Quando però questa barriera viene meno e la moderazione del demo si muta il Kratos e orghè, allora sceglie l’esilio.

Fin quando il demo è regolato dall’isonomia, la quale equilibra il potere tra gli aventi diritto (coloro che sanno parlare e scrivere), favorendo il ceto meno abbiente, le istituzioni politiche attuano (Aeoropago, Boulé e tribune dialogiche) una politica di convivenza (regime misto).

Quando la demo-Kratia, la cui fusione terminologia si attua specialmente dopo la scomparsa perielea dalla scena politica e l’avvento di Cleone arrogante, invece prende il sopravvento, si ha violenza, deligittimazione, squilibrio, ybris.

Il Pericle tucidideo, mantenendosi nell’axioma e attuando l’axiosis, dichiara di condurre ma non di lasciasi condurre dal demo.

Nel dioalogo senofonteo tra il vecchio Pericle e il giovane Alcibiade, emerge (da parte di quest’ultimo) l’idea che la supremazia legiferante della massa è sempre violenza, in quanto prevarica sul governo oligarchico.

Il pletos è l’indice di governabilità, e Platone nel Menesseno dice che la forma politica propria di Atene è stata da sempre l’aristocrazia che “alcuni chiamano democrazia, altri altrimenti, di fatto è un governo dei migliori con l’approvazione della massa” (i Canf., ibid., p.155).

La prevaricazione e smodatezza di Timarco (diverso da Alcibiade, che essendo già ricco, realizzava l’axiosis “mettendosi in mostra” è il segno dei tempi corrotti: tempi di iloti e di teti.

Ma tale conclusione è estranea ad Echine che dice: “Eu iste, o Atenaoi, oti t amen tn demokra τoumevon Kai ten politeni oi vonoi sozousi” : “sapete bene, Ateniesi, che la democrazia e la città sono “salvate” dalle leggi. Dunque le leggi sono il fondamento  della demo-krazia”.

 

Giovanni Teresi

 

Bibliografia:

1)Canfora, Il mondo di Atene, La Terza

 

2) Platone – Menesseno (Canf., ibid., p.155)

 

3) The Athenian Assembly . Oxford, pp. 37-39

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