Le Neniae e Carmi Conviviali, le Laudationes Funebres – La teoria del Niebuhr circa un’epica primitiva di Roma – L’origine del camen – Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

Immagine correlata

– ENNIO – Ricerca immagine tramite google

 

 

Di carattere liturgico, e senza valore letterario, erano le neniae, che in un primo tempo dai familiari, e più tardi da una prefica, venivano cantate nel funerale al suono del flauto. Più interessanti sono per la storia della letteratura latina i Canti conviviali.

Scrive Cicerone nelle Tusculane: “ Catone, la cui testimonianza ha grandissimo valore, ci attesta che presso gli antichi questo era il costume dei banchetti, che i banchettanti, l’uno dopo l’altro, cantassero al suono del flauto le lodi e le virtù degli uomini più insigni”. E nel Bruto rimpiange che non si siano conservati quei canti che Catone diceva essere stati cantati nei banchetti in lode degli uomini di maggior valore. Ed è singolare che Cicerone, pure nel Bruto, si domandi quali potevano essere i canti che precedettero la poesia epica d’arte di Ennio, come quelli degli aedi, ricordati da Omero nell’Odissea, Demodoco e Femio, che dovettero precedere l’epica di Omero; e suppone siano i canti dei Fauni e dei vates, che Ennio nel suo poema diceva che lo avessero preceduto. Una poesia aedica dunque in Roma, di una specie di Omeridi prima di un Omero romano? Una epopea rapsodica, prima di Ennio che creò il suo poema storico emulando Omero?

Si comprende come questo problema abbia affascinato gli spiriti nell’età romantica, allorché si scoprivano o si riscoprivano le epopee delle letterature primitive.

Ѐ noto come quest’idea abbia data origine a tutta una teoria per opera di Niebuhr, il quale si propone (svolgendo un’intuizione già dal Perizonio presentata nelle Animadversiones historicae (1685) di divinare, attraverso alle leggende romane conservate dagli storici, quelle epiche ballate, che sarebbero perite per incuria dei posteri. Epiche ballate che “per la potenza e per lo splendore dell’immaginazione superavano tutto ciò che poi produssero i Romani nella poesia posteriore dell’età letteraria”. e quei canti che il Niebuhr cercava di ricostruire con lo studio filologico dei testi, il Macaulay si propose di ricreare poeticamente nelle sue Ballate dell’antica Roma. Ma la critica si esercitò ben presto per combattere la costruzione romantica di Niebuhr. Come mai una letteratura così ricca di canti epici sarebbe andata interamente perduta? Come mai nessun verso ne è ricordato dagli antichi? Per di più non si tardò a scorgere in leggende che parevano sorte dall’ingenuo e spontaneo genio di Roma dei rapporti e delle influenze della letteratura dell’arte, della stessa storiografia greca classica o ellenistica. Quelle leggende antichissime sarebbero state dunque per alcuni, come per il Pais, delle posteriori dotte creazioni romane sul modello delle greche.

Pur tuttavia le critiche rivolte alla dottrina del Niebuhr, si riconosce generalmente ora dai più prudenti, non provano che una simile poesia non sia esistita e che da essa non abbiano potuto avere origine leggende che poi presero parte nella storia delle origini di Roma: piuttosto, tali critiche hanno valore contro la presunzione che quelle ballate avessero siffatto splendore di poesia da oscurare tutto quello che poi produsse la poesia latina. Del resto è singolare che di un ciclo leggendario romano-etrusco, che diede origine ad una specie di epopea pittorica in Etruria, si siano trovate le prove nelle pitture etrusche della tomba François, in Vulci, ove è l’orizzonte delle figure di Aulo Vibenna e di Gneo Tarquinio, come pure di Mastarna, il romano Servio Tullio. Ma se per il Niebuhr Ennio aveva corrotto quella antica ispirazione, prendendo per modelli Omero e i grandi poeti greci, noi che siamo liberi dalle illusioni del romanticismo sulla poesia inconscia, romanticamente vergine di influssi stranieri e perciò dotata di una primitiva divina bellezza, riconosciamo in Ennio, nella sua epopea romana, la vera fioritura d’arte di quell’antico spirito epico del popolo romano, che, come creò con il proprio valore una grande storia, così seppe creare una grande poesia storica, a cui l’imitazione straniera (che è comune a tutte le letterature, e soprattutto alle moderne) non tolse di rappresentare lo spirito romano, se non nella grezza materia, nello spirito con cui l’animò.

 

Il “carmen Nelei” e il “Carmen Priami”

 

Né più vicini certamente a quegli antichi canti conviviali ci conducono (non ostante le opinioni di qualcuno) gli insignificanti frammenti di un Carmen Nelei, che il grammatico Carisio ci dice essere stato dell’età di Livio Andronìco. Carmen che, per essere in senari giambici, secondo che appare dai pochissimi frammenti pervenutici, dovette essere una tragedia, come quelle di Livio Andronìco e di Nevio, imitata dal greco. E di fatto, dal titolo e da quanto si può dedurre dai frammenti, si comprende che dovette essere, con probabilità, una imitazione della Tiro di Sofocle, in cui i due figli gemelli di Tiro, esposti fanciulli e divenuti pastori, riescono poi a vendicare la madre. Certamente più vicino spiritualmente a quei canti doveva essere invece Ennio, che negli Annali prese per argomento, in un episodio assai ampio del suo poema, il mito romano di Romolo; e Nevio, che dal mito di Romolo trasse una tragedia storica, una praetexta.

Della stessa età dovette essere un Carmen Priami, di cui Varrone ci ha conservato un solo verso saturnio: “Veteres Casmenas cascam rem volo profari (Voglio tramandin le Camene antiche/Un vetusto racconto …)”.

Verso che non ci dice nulla di questo componimento  poetico; il quale per attestarci la vita delle antiche leggende epiche greche in Roma non ha maggior valore certamente della parte riguardante il mito di Enea  nel  Bellum Poenicum di Neveo, poeta presso a poco contemporaneo a Livio Adronìco.

Accanto al verso, noi troviamo nella Roma antica un’altra forma di espressione artistica; una prosa ritmica, che dovette essere comune agli Italici, perché si ritrova anche in qualche misura nelle tavole eugubine, ampie iscrizioni umbre, di argomento sacrale; e che è pure, in qualche misura, simile alla prosa d’arte portata in grande favore greco-siculo Gorgia di Lentini. Carmen nella Roma antica designava una formula ritmica, specialmente religiosa o giuridica. Sentenze, trattati, preghiere, dichiarazioni di guerra, formule di giuramento; tutte queste espressioni solenni del pensiero potevano dirsi carmina; e di fatto prendevano questa primitiva forma artistica, che spiegherà poi molti usi della poesia e della prosa d’arte romana. in questi carmina appariva la divisione della frase in membri, con corrispondenze ritmiche, di due otre termini (dicola o  tricola), che si alternano; l’allitterazione, ossia la ripetizione in varie parole della medesima lettera, iniziale o no; le assonanze, le rime, le annominazioni, cioè la ripetizione della stessa parte essenziale della parola in due termini accostati ( per esempio: felix faustus; voce vocare; dono dare; voto vovit). Si veda, per esempio, la parte centrale della preghiera a Marte riferita da Catone:

Uti tu morbos visos invisosque                    Perché tu i mali visibili e invisibili

Viduertatem vastitudinemque                      Sciagura – desolazione

Calamitates intemperiasque                        Calamità – intemperie

Prohibessis difenda averruncesque …        Impedisca difenda e allontani …

 

 

Le “Laudationes funebres”

 

Come nell’antica Roma fosse strettamente unito il senso e il culto della personalità a quello dello Stato provano le Laudationes funebres. In Roma, quando moriva un cittadino illustre, se ne facevano le pubbliche esequie, nel foro, ai Rostri. Tra l’accolta del popolo, il figlio, o uno dei parenti più prossimi, saliva sulla tribuna e faceva l’elogio del defunto, ricordandone le imprese. “In tal modo (osserva Polibio) la gloria dei grandi spiriti della patria sempre si rinnova, e rivive e diviene immortale; e di generazione in generazione passa il loro ricordo e attraverso alle generazioni si eterna”. Queste orazioni venivano poi conservate negli archivi delle famiglie e divenivano monumento familiare. Storia delle famiglie illustri, che no di rado si trasformava in leggenda; onde Cicerone e Livio lamentano che da queste pie funzioni anche la storia civile venisse falsata, passando queste leggende nell’annalistica romana.

 

Teresi Giovanni

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...