La prima età della Letteratura d’arte di Roma – Lucio Livio Andronìco -Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

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“La Musa con audace ala fulminea/ Balzò nella guerra punica / Fra il guerresco di Roma asprigno popolo”

Così Porcio Lìcino, in animosi versi, segnava la data del sorgere in Roma di un’alta poesia d’arte che si proponeva di emulare la greca. E di fatto la prima rappresentazione di un’opera di poesia drammatica, latina, da parte di Livio Andronìco, cade nel 240, l’anno seguente alla vittoria in Cartagine nella prima guerra punica; e l’opera artistica di Livio e di Nevio, che fu a lui presso a poco contemporaneo, si estende per la massima parte della seconda guerra cartaginese; durante la quale si svolge il primo glorioso periodo della carriera letteraria di Plauto, e si inizia quella di Ennio. Gli anni precedenti erano stati troppo intensamente dominati dalle continue guerre, perché Roma potesse pensare a questa più tranquilla gioia di spirito. Dall’inizio della prima guerra sannitica al 241, la fine della prima punica, corrono lunghi decenni di continue asprissime campagne militari, senza tregua; in cui Roma combatte una lotta a morte contro i sanniti e gli Etruschi, contro Pirro e i cartaginesi, sempre armata, sempre in pericolo di soccombere, sempre, alla fine, vittoriosa. E al termine di queste lotte, come da un primo culmine di una grande giogaia di monti, uno sguardo orgoglioso sul dominio conquistato, sulla promessa dell’avvenire che si annunzia. La maggior parte dell’Italia in suo potere, e un primo balzo più oltre, che ha condotto al possesso della Sicilia; aperta così la via alla conquista dell’Europa, dell’Africa, dell’Asia, dell’intero mondo civile. Roma sta per  divenire la più grande potenza, e tra poco anzi l’unica grande potenza mondiale.

Accanto a queste conquiste nel mondo della politica, quelle del mondo dello spirito. Roma non conquista solo nuove terre, ma sempre nuove anime al suo dominio spirituale. La letteratura di quegli anni gloriosi è tutta opera di non romani, che la creano per Roma, nell’ideale di Roma, per la grandezza di Roma.

Livio Andronìco è un greco di Taranto; Nevio, con ogni probabilità, un campano; Ennio un greco o un semigreco di Rudie; Plauto un umbro: Stazio Cecilio un celtico della Gallia transpadana; Terenzio un africano di Cartagine.

E tutte le classi sociali vi sono rappresentate, tutte lavorano per la grandezza spirituale di Roma: Livio Andronìco, Stazio Cecilio e Terenzio sono degli schiavi di origine; Nevio un orgoglioso cittadino latino; Plauto un oscuro artigiano delle opere teatrali; Ennio combatte per Roma nella guerra annibalica e si conquista con la sua arte la cittadinanza romana; Catone appartiene, benché homo novus, alla classe dirigente che regge le sorti di Roma.

Roma non ha così solamente creato un nuovo impero, ma una nuova storia.

Però alla supremazia mondiale politica di Roma tutto un grande impero spirituale manca ancora: l’arte, la scienza, la letteratura; e la Grecia, quella Grecia che sta per divenire dominio romano, lo possiede incontrastato, questo impero, in quella sua arte, in quella sua letteratura, in quella sua filosofia, in quella sua scienza, a cui essa nell’ennelismo ha dato impronta e spirito mondiale, prima ancora che Roma crei la mondialità della storia. Attraverso ai riflessi etruschi prima, nei contatti con la Magna

Grecia più tardi, nella ellenizzata Sicilia durante la prima guerra punica, Roma ha appreso a conoscere questo ricchissimo tesoro letterario e artistico greco, che è l’unico mezzo di possedere durevolmente quell’impero che Roma si è conquistato o sta per conquistarsi; perché un popolo di inferiore cultura non ha mai durevolmente dominato sopra un vasto impero di popoli più colti. E Roma anche di questo mezzo di dominio vuole impadronirsi. Il motto famoso di Orazio: Graecia capta ferum victorem cepit, è solo vero per metà: Roma, ancora più che essere conquistata dalla cultura greca, mosse alla sua conquista, quando si accorse che senza di essa le sue precedenti conquiste sarebbero state sterili.

 

Lucio Livio Andronìco

 

Primo mediatore fra Roma e la Grecia, in questa ardita opera di assimilazione, fu un greco di Taranto, uno schiavo liberato dal suo patrono romano, Lucio Livio Andronìco.

Grazie a Cicerone, della sua vita conosciamo solo la data (il 240) della sua prima opera drammatica; e da altri quella (il 207) dell’incarico avuto dal collegio dei Decemviri sacris faciundis di comporre un inno propiziatorio da cantarsi da un coro di ventisette vergini in onore di Giunone. Ma quando Livio sia venuto a Roma da Taranto, schiavo nella famiglia di un Livio Salinatore che gli affidò l’educazione dei suoi figli e più tardi lo liberò, non sappiamo.

Livio fu anzitutto poeta comico e tragico. Attinse per le sue tragedie (di cui, come delle opere di Nevio e di Ennio, non ci sono giunti frammenti) largamente al tesoro della letteratura tragica della Grecia. Nel suo Aiace flagellifero suonano questi animosi versi: “Lode al valore diam; ma ben più labile / Di brine a primavera si dilegua”.

Altrove, nell’Egisto, con qualche preziosità, ma non senza poetico sentimento della natura, si descriveva il ritorno della flotta dei Greci da Troia, tra balzare di delfini, amici della musica, al suono del canto: “Ed il camuso gregge allor di Nèreo, / Balzando al canto, in vista dei navigli / Guizzò gioioso …”.

I miti che in queste tragedie trattò Livio erano, per la massima parte, tolti dalla leggenda troiana (la più cara ai Romani), come è indicato dai titoli: Achille, Egisto, Aiace, il Cavallo troiano. Ma altri titoli, come Andròmeda (bella giovane offerta in preda al mostro e liberata da Perseo), Danae (l’amata da Giove, abbandonata sulle onde dell’oceano con il figlio Perseo e salvata dal dio), Tereo (ove si rievocava la leggenda di Procne e di Filomela, mutate in rosignolo ed in rondine), ci dicono come anche le più romanzesche storie di amore e di dolore della poesia greca fossero portate sulla scena romana da questo primo suo poeta.

Livio fu anche poeta comico; autore di commedie imitate dal greco e dette perciò palliate, dal pallium, il vestito greco indossato dagli attori.

Delle sue commedie non conosciamo che tre titoli, di cui uno solo sicuro nel senso e nella forma:  Gladiolus (Lo spadino), e due altri titoli incerti nella forma e nel senso: Ludius o Lydius (L’istrione o il Lidio), e Virgo (La vergine) o Vargus (Lo storipio).

La prima doveva mettere in scena un soldato fanfarone. Da un frammento si vede che un altro personaggio, sentendo da quello smargiasso esaltare le stragi che aveva fatto. Gli domandava maliziosamente: “Dì su; di pulci, di pidocchi o cimici?”.

Poeta, Livio visse di poesia, componendo opere drammatiche per le scene latine, e leggendo e interpretando ai suoi discepoli opere letterarie greche e i suo stessi versi, a quanto ci dice Svetonio. Per i suoi discepoli e per i Romani incolti tradusse in versi saturnii l’Odissea.

Questa impresa riuscì però a Livio, per quanto possiamo giudicare dai frammenti rimastici, meno felicemente di quella di dare a Roma un teatro drammatico imitato o liberamente tradotto dal greco. una difficoltà venne certo dalla natura diversa, e così inferiore, del saturnio, in confronto con il meraviglioso strumento d’arte che era l’esametro di Omero, così musicale in ogni sua fibra. Ce lo dice sin dall’inizio il verso con cui Livio tentò di rendere il principio del poema d’Omero: “Virum mihi, Camena, invece versutum”. Saturnio che rende in latino una parte ritmicamente compiuta del primo esametro dell’Odissea di quattro dattili staccati dal resto del verso per mezzo della dieresi bucolica.

Nel ritmo di Livio, invece, tutto è breve respiro, come a singhiozzi; inceppati i suoni, rudi, inarmonici. Con fine senso critico questa Odissea fu da Cicerone paragonata alle statue di dedalo; agli antichi idoli di legno (gli xoana) della prima alba della statutaria greca. Tutto quanto è più alato nella poesia di Omero riesce infatti intraducibile a questo poeta romano che tenta le nuove vie della poesia. Ma quando deve rendere un effetto di gravezza aspra e dolorosa, allora il romano di adozione si risveglia in lui; e sia pure con rude intensità, e accentuando i tocchi dell’originale, egli riesce a suo modo efficace, come nei versi del fr.20 sgg.: “Namque nullum peius macerat omone / Quamde mare saevom: vires cui sunt magnae / topper  “et hunc”  confringent importunae undae”.

La sua scelta dell’Odissea, piuttosto che dell’Iliade, come poema da tradurre, rivela il suo gusto e la sua educazione di poeta ellenistico. Livio fu iniziatore anche della lirica. Nel 207, allorché Astrubale valica le Alpi per portare un nuovo esercito in aiuto del fratello Annibale, i decemviri stabilirono che per propiziare gli dei alla suprema impresa di Roma si dovesse ricorrere ad un rituale greco di grande solennità e bellezza. Ventisette vergini danzarono e cantarono un inno solenne. Poeta di questo religioso partenio fu Livio Andronìco. Pochi mesi dopo Astrubale era vinto ed ucciso al Metauro, e il console vittorioso ad Annibale ne dava l’annunzio, facendo gettare la testa del fratello nel campo cartaginese.

Lo Stato romano, per riconoscenza verso Livio, assegnò all’associazione degli scribae  e degli histriones (quelli che si occupavano della poesia e del teatro) una augusta sede religiosa nel tempio di Minerva sull’Aventino, ove potessero adunarsi e porre le loro offerte religiose.

Così questo greco adottato da Roma diviene il patrono degli scrittori romani; e ancora Orazio dal suo maestro Orbilio imparò a suon di vergate i primi elementi dell’antica poesia latina nei versi di Livio.

 

Giovanni Teresi

Bibliografia: Scrittori Latini “Cornelio Tacito” – La Germania . Società Editrice Internazionale Torino

 

 

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