Le Idi di Marzo (15 marzo 44 a.C.): l’uccisione di Cesare – Caio Giulio Cesare Ottaviano e il Secondo Triumvirato (43 a.C.) – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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La morte di Cesare- Ricerca immagini tramite google

Quando sorge l’anno fatale (44 a.C.), Cesare, cinquantaseienne, è ancora nella pienezza delle sue forze fisiche e morali; egli lavora senza posa per la grandezza di Roma, per il benessere del popolo, dal quale è cordialmente amato. Ma l’opposizione aristocratica, che teme il consolidarsi di una dittatura, contraria alle tradizioni repubblicane, si agita segretamente e trascina con se tutti i malcontenti, i delusi, i desiderosi di novità.

La sorda opposizione sbocca in un complotto. Più di sessanta sono i congiurati: li guida Cassio, un pompeiano, a cui il perdono di Cesare non ha destato in cuore un palpito di gratitudine. Egli circuisce Marco Bruto, che il dittatore ama come suo figlio: costui è un sognatore e porta un nome fatale, quello del primo console che liberò Roma dalla tirannia di Tarquinio il Superbo. La torbida parola “tiranno”, che Cassio sussurra all’orecchio di Bruto, sconvolge l’animo del giovane, il quale, dmentico del suo protettore, aderisce alla congiura.

Sono prossimi gli Idi di Marzo. Il dittatore in quel giorno terrà la seduta nella Curia di Pompeo al Campo Marzio: è quello il momento di agire. Cesare, tuttora ignaro del complotto, passa l’ultima notte nella sede del Pontefice Massimo al Foro. Al mattino, non sentendosi bene, vuole rimandare la seduta; ma accorre uno dei congiurati, il suo antico luogotenente Decimo Bruto, che lo convince ad uscire: può Cesare pensare che un amico, tante volte favorito, lo conduca freddamente alla morte?

Lungo la via un ignoto porge a Cesare una carta: è la rivelazione della congiura; egli non ha nemmeno il tempo di guardarla e la consegna, ancora chiusa, al seguito.

Appena Cesare è entrato nella Curia di Pompeo, avviene un’insolita confusione. Il dittatore è come soffocato da una folla di senatori e di postulanti: fa per sedersi, ed ecco uno gli porge una supplica.

È il segnale. D’un tratto tutti gli sono addosso con i pugnali nudi e lo colpiscono all’impazzata. Cesare si difende come un leone ferito, grondando sangue da ogni parte. Ma quando scorge Bruto col pugnale alzato su di lui, esclama:

Tu pure, figli mio? E si lascia cadere coprendosi il viso con la toga. Il corpo, trapassato da ventitre ferite rotola ai piedi della statua di Pompeo: tutt’intorno urla di congiurati trambusto di fuggitivi(15 Marzo 44 a.C.)

Assassinato Cesare, i congiurati corrono nel Foro con i pugnali ancora insanguinati e tentano di sollevare la plebe al grido di libertà. Ma la rivoluzione non sorge; il popolo ama Cesare e invoca la vendetta quando il luogotenente di lui, Marco Antonio, legge in pubblico il testamento in cui il dittatore lascia generosamente una parte dei suoi beni alla plebe romana. I congiurati si vedono allora costretti ad allontanarsi rapidamente da Roma.

Ed ecco giungere dall’Epiro, dove ha atteso fino allora agli studi, il giovane Ottaviano, figlio di un nipote di Cesare, già adottato dal dittatore e da lui nominato erede: perciò egli assume il nome di Caio Giulio Cesare Ottaviano.

Non ha che diciotto anni ed ha l’ambizione, la prudenza, la tenacia di un uomo maturo. Antonio si accorge presto di avere in lui un temibile rivale, e cerca di isolarlo. Ma il giovane Ottaviano si attira subito la simpatia di molti. Ben presto gli antichi amici di Cesare vedono in lui il continuatore del grande scomparso, e accorrono ad offrirgli il braccio. Cicerone, che odia Antonio per i suoi enormi vizi e per la brutale ambizione, e non trova pericoloso alla Repubblica il mite giovane Ottaviano, si appoggia a lui per combattere Antonio, iniziando la serie delle sue Filippiche, terribili invettive con le quali, a imitazione di Demostene, nemico di Filippo re di Macedonia, attacca Antonio, ne smaschera  i delittuosi disegni.

Ma Ottaviano arde dal desiderio di vendicare la morte di Cesare: Bruto e Cassio hanno raccolto in Oriente un forte esercito, mentre Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, con una flotta numerosa domina i mari. Occorre dunque che gli antichi partigiani di Cesare riprendano le armi per uno sforzo supremo. Perciò Ottaviano, accordatosi con Marco Antonio e con Emilio Lepido, maestro della cavalleria, stringe con essi un patto. Si forma così il Secondo Triumvirato(43 a.C.), a cui questa volta si tenta di dare con una legge il carattere di vera magistratura.

Un’ondata di sangue scorre allora in Roma. Vengono affisse nel Foro le liste di proscrizione con i nomi degli assassini di Cesare e dei maggiori nemici dei triumveri. Ben 128 senatori e 2000 cavalieri periscono. Tra le vittime è anche Cicerone, che Ottaviano sacrifica alla vendetta di Antonio. Il vecchio oratore, mentre malato e quasi cieco, fugge in lettiga con pochi amici, presso Formia è sorpreso ed ucciso: la sua testa e le sue mani vengono esposte, per ordine di Antonio, sui Rostri del Foro, dai quali egli ha pronunciato le più infuocate Filippiche.

Intanto Bruto e Cassio tengono in loro possesso l’Oriente e non disperano della vittoria. Giungono Antonio e Ottaviano con i prodi veterani delle Gallie, e a Filippi in Macedonia, li attaccano (42 a.C.). in un primo scontro Cassio è sopraffatto da Antonio e si uccide; Bruto invece viene battuto il secondo giorno e disperato si getta sulla punta della sua spada e muore.

Dopo la battaglia di Filippi, Ottaviano torna in Italia, sconfigge la flotta di Sesto Pompeo, e distrugge gli ultimi avanzi del partito pompeiano. Quindi, poco soddisfatto di Lepido, gli toglie il comando delle truppe e, lasciatagli la sola carica di Pontefice Massimo, gli fa deporre l’ufficio di triumviro, rilegandolo in una villa della Campania. Il Triumvirato è sciolto. Arbitri del mondo romano restano in Oriente Antonio, in Occidente Ottaviano.

Giovanni Teresi

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