Gneo Nevio secondo poeta teatrale di Roma – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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Se agli Immortali piangere i mortali / Fosse concesso, certo piangerebbero /Le divine Camene il loro Nevio; /Chè da quando è nel regno dell’Averno /Parlar latino s’è obliato in Roma”.

Così si presenta a noi, nell’epigramma funebre posto sulla tomba, Gneo Nevio, il secondo poeta di Roma.

Cittadino romano, e non più uno schiavo liberato come Livio Andronìco, combatté nelle legioni di Roma durante la prima guerra punica; e ricordò egli stesso nel suo poema questa che era la sua gloria.

Nel 235, circa cinque anni dopo che Livio aveva portato sul teatro latino la prima opera poetica teatrale imitata dal greco, Nevio fece recitare il suo primo componimento teatrale; e scelse il teatro come libera tribuna per parlare di Roma:

Parleremo con libera parola /Nelle libere feste del dio Libero”, proclamava egli in un frammento di una sua commedia. E altrove:

La libertà sempre stimai moltissimo, /Immensamente più d’ogni ricchezza”.

Con tale spirito ardito, non è strano che egli abbia lanciato il suo cartello di sfida in una commedia alla più potente famiglia aristocratica del tempo, ai Metelli, con un suo senario, che restò famoso: “Fato Metelli Romae fiunt consules”.

Alla sfida i Metelli risposero, o fecero rispondere da un loro letterato, con un fiero saturnio: “Dabunt malum Metelli Naevio poetae” (Guai dà Metelli avrà il poeta Nevio).

La cosa non finì così: il troppo ardito poeta fu processato e messo in prigione.

In carcere Nevio avrebbe scritto, secondo la tradizione, due commedie: l’Hariolus (L’indovino)  e il Leon, nelle quali avrebbe fatta in qualche modo ammenda delle ingiurie lanciate contro i nobili suoi nemici; onde i tribuni della plebe intervennero e lo fecero liberare. Ma sembra che stare a Roma non gli giovasse; ed egli passò gli ultimi anni in Africa, e morì a Utica, probabilmente nel 201.

Poeta teatrale, Nevio si cimentò non solo nella commedia, ma anche nella tragedia. Delle sue tragedie sono rimasti una cinquantina di versi e sei titoli:

Aesiona, Danae, Equos Troianus, Hector proficiscens, Iphigenia, Lucurgus.

Come si vede, riprese alcuni temi già trattati da Livio Andronìco, e varie delle sue tragedie erano di argomento troiano.

Particolarmente interessante è che nel Licurgo abbia portato a Roma il dramma di mito dionisiaco. E il senso dionisiaco e romantico della natura appare poeticamente in qualche frammento di questa tragedia di Nevio, come, ad esempio, nella descrizione delle Baccanti in un paesaggio fluviale, in innocente grazia di libera vita naturale:

Scherzare le vedemmo lietamente, /Appresso al fiume, e da una fonte vivida/Attingevano l’acque con le coppe … /E, illese, serpi alto crestate recano”.

Nevio fu l’iniziatore in Roma di un genere tragico per cui i Greci avevano avuto poca simpatia, portati come erano dal loro ingegno a sentire nell’arte piuttosto la fantasiosa bellezza del mitico che l’austera realtà della storia. Ma a Roma, oltre che il poema storico e gli storici affreschi e bassorilievi, fiorì anche il dramma storico, di cui i primi esempi si debbono a Nevio; e che prese il nome di tragoedia praetextata o praetexta, perché in essa gli attori vestivano la romana toga praetexta.

Un tale dramma era particolarmente atto alle feste celebrative per un trionfo militare o per la solennità funebre in onore di un morto illustre. E la praetexta di Nivio, Clastidium,  fu recitata nei solenni ludi funebri di M. Claudio Marcello, nel 208. In essa Nivio, con ogni probabilità, esaltava la vittoria di Marcello, a Casteggio, sopra il duce dei Galli Viridomaro nel 222.

Alla leggenda di Romolo si riconnetteva l’altra praetexta di Nevio, il Romolo.

All’ingegno di Nevio, volto alla viva rappresentazione del reale e alla satira, si addiceva però meglio la commedia. Una trentina furono le sue commedie, a quanto sembra dai titoli.

Arguti i frammenti che ci conservano qualche battuta di dialogo, come questo:

Meglio è sposar la vergine o la vedova? – La vergine, s’è come il vino nuovo,/Fresca, frizzante”.

Nella  Tarantilla ( La donna di Taranto) appariva la vivacissima figura di una civettuola:

È come al gioco della palla: a tutti /Essa si porge, e un poco di sé dona/. Ammicca ad uno, mentre occhieggia a un altro; /Con questo fa all’amore, e un altro invesca; /Qui la mano occupata, e qui il piedino; /Ti fa ammirar l’anello, mentre a un altro /Manda un bacino; e mentre ch’essa canta /Insieme ad uno, a un altro parla a segni”.

Nevio  portò l’ardito suo spirito innovatore anche nell’epica.

Livio Andronìco aveva data a Roma la traduzione dell’Odissea; Nevio, più arditamente, volle dare una sua Iliade: un poema di guerra, ma di guerra romana, da lui stesso combattuta: la prima guerra punica: il suo Bellum Poenicum, che egli scrisse nella vecchiaia. Poema di storia contemporanea, consono all’orgoglioso spirito romano creatore di una nuova grande storia, ma che non rinunziava alla poesia del leggendario. La storia della guerra punica cominciava solo infatti nel terzo libro; nei primi due la poesia di Nevio si librava nel clima poetico della leggenda e creava una sua Eneide, narrando la partenza di Enea da Troia, il suo arrivo a Cartagine, sbattuto da una tempesta; e forse l’amore di Didone per lui, fondendo un’epica storica, guerresca con un romantico episodio d’amore.

Lo sfondo era religioso, sacro, come nel poema di Virgilio. Anchise era pure, romanamente, come in Virgilio, un re sacerdote, che leggeva nel futuro.

Narrare una guerra in un poema epico avevano già tentato i poeti greci; e fra essi, Riano e i due Cherili: Cherilo di Samo e Cherilo di Iaso. Mentre però quei poemi erano scritti in una lingua ricercata e omereggiante, il poema di Nevio era tutto romanamente pensato e scritto, con una arcaica, asciutta, ossuta forma latina che ricorda le iscrizioni delle tombe degli Scipioni.

Ma, in mezzo a questa asciuttezza, suonano pur tuttavia versi pieni di forza e di eroico spirito romano:

Seseque ei perire mavolunt ibidem/ Quam cum stupro redire ad suos populares

(Fermi al lor posto vogliono perire, /Più che tornare con l’obbrobrio in patri).

Duri saturnii, come dura era l’eroica pertinacia di quei soldati romani, che preferivano morire al loro posto di battaglia, piuttosto che disonorarsi capitolando.

Una personalità risoluta e romanamente conscia di sé ha questo epico poeta che non si nasconde, come Omero, dietro alla sua opera; ma nel suo poema parla di sé, e si gloria di aver partecipato a quell’eroica impresa di guerra che esalterà nella poesia.

Cicerone, che paragonò l’Odyssia di Livio ad una rigida statua di dedalo, paragona invece il Bellum Poenicum di Livio ad una artistica scultura di Mirone.

 

Giovanni Teresi

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