La storia del danaro presso i Romani – Ricerca storica di Giovanni Teresi

 

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  1. Il sistema del baratto.

 

Anche  i Romani, come tutti i popoli antichi, fecero dapprima i loro commercio con il sistema del baratto. Ma per la determinazione del valore si sentì presto il bisogno di una unità di misura, così si ricorse al bestiame grosso (buoi) o al bestiame piccolo (pecore). L’uso del bestiame come mezzo di scambio diede origine alla terminologia del danaro: dal latino pecus (bestiame) venne infatti la parola “pecunia”, cioè danaro; da peculium (bestiame minuto) il termine “peculio”; da peculatum (furto di bestiame) la parola “peculato” nel senso di concussione; da capita (capi di bestiame) il nome di “capitale”.

 

Dopo si cominciò a introdurre come misura negli scambi il metallo. Il metallo scelto fu il bronzo. Esso fu usato dapprima in forme grezze  (aes rude o infectum, cioè non lavato) e lo si valutava a peso. Di questa rudimentale tecnica degli scambi è rimasto un ricordo nelle parole derivate dal latino pendere (pesare) ed entrate nel nostro linguaggio come “spendere”, “stipendio”, “pensione” o i termini “stima”, “stimare” o “estimo”, che vengono dal latino aestimare e hanno la radice in aes (rame).

Quanto durasse questo sistema primitivo non sappiamo: probabilmente poco perché incomodo, data la necessità della pesatura. Si pensò allora di preparare pezzi di bronzo di peso uniforme: lo Stato, e in principio forse anche privati ed enti riconosciuti, facevano sul bronzo un’impronta (aes signatum). Si ebbero così metalli di bronzo oblunghi, ovoidali o rettangolari, con impronte di ancore, di tripodi o di animali, come il bove o il cavallo alato.

2. La monetazione dell’età repubblicana

 

Si attribuisce al saggio re Servio Tullio il merito di avere organizzato un regolare sistema di pesi e misure. Perciò non è improbabile che anche il sistema monetario romano debba a lui il suo primo ordinamento. Tuttavia nessuna moneta romana pervenuta fino a noi può assegnarsi con sicurezza all’età regia. Anche le più antiche sono certamente di epoca repubblicana.

Dapprima non si ebbero che monete di rame. La più nota era l’asse, del peso approssimativo di una libbra romana (327 gr.); era detto perciò aes librale o aes grave; aveva forma circolare, spessore lenticolare, e portava sul recto l’immagine di un dio (Giove o Giano bifronte), a tergo una prora di nave.

Moneta incomoda, perché troppo pesante, l’asse librale fu spesso sostituito dalle monete divisionali (semiasse o mezzo asse, triente o terzo di asse ecc.), tutte simili al librale, ma naturalmente di peso minore. Però non mancarono i multipli dell’asse ( dupondio ,tripondio ecc.) che erano ancora più incomodi dell’asse. Per i pezzi più grossi si usava la fusione, mentre soltanto per e monete più piccole fu introdotta la coniazione.

Intanto avevano cominciato a circolare in Roma e nel territorio le monete d’argento delle città greche dell’Italia meridionale, di tipo ellenico.

Ciò indusse Roma ad adottare la moneta d’argento: i primi esemplari apparvero in circolazione nel 268 a.C., all’indomani della vittoria su Pirro.

La moneta classica d’argento fu il denaro (nummus denarius) che valeva dieci asse: portava sul recto la testa galeata di Roma con la sigla X (dieci assi) e nel verso i Diòscuri a cavallo con la leggenda Roma. Erano monete divisionarie del denaro il quinario del valore di cinque assi e il sesterzio di due assi e mezzo, popolarissima moneta del diametro di appena un centimetro, che per la sua comodità divenne la moneta di conto per eccellenza.

Le tasse, le multe, le somme dei contratti si conteggiavano sempre in sesterzi.

Essendo piccolo il valore della moneta, nei calcoli si andava presto a migliaia e a milioni di sesterzi. E allora si passava ai talenti, grossa misura di conto di origine greca.

L’oro fu noto ai Romani dell’età repubblicana, ma lo si custodiva in verghe nel tesoro pubblico, e non lo si coniava. Circolavano però, come per l’argento, monete d’oro campane e siciliane, tutte di tipo greco, finché al tempo di Silla (87 a.C.) in Roma s’incominciarono a coniare monete d’oro: di esse la più nota era l’aureus di gr. 6,822, che valeva 100 sesterzi. Le monete d’oro costituivano però una rarità e spesso erano coniate da generali (Silla, Pompeo, Cesare), che per le spese di guerra ordinavano una coniazione temporanea dell’oro conservato in verghe nel tesoro pubblico.

Incostante fu poi il rapporto fra il rame, l’argento e l’oro: l’estendersi delle conquiste e la scoperta di nuove miniere contribuirono spesso ad abbassare il prezzo dei metalli preziosi. Come media, si può dire che l’oro stesse all’argento nella misura da I a II, l’argento al bronzo da I a 250; l’oro al bronzo da I a 2750.

La cura della fabbricazione e del controllo della moneta era affidata in Roma a speciali magistrati, i Triunviri monetales, così detti perché avevano il loro ufficio presso il tempio di Giunone Moneta, dove era depositato il pubblico erario. Questi tre magistrati avevano il diritto di apporre il loro nome nelle monete.

3. La monetazione dell’età imperiale

 

Durante l’età imperiale la monetazione romana mantenne l’ordinamento dell’età precedente. Le monete portarono però spesso l’immagine degli imperatori e delle imperatrici con il ricordo delle maggiori loro imprese in pace o in guerra. Augusto avocò a sé il diritto di coniazione dell’oro e dell’argento, lasciando al Senato quella del bronzo. Durante la decadenza avvenne il caratteristico fenomeno della svalutazione della moneta. Allora, si coniarono monete apparentemente d’argento, che in realtà erano monete di bronzo con un leggerissimo rivestimento di argento, per pagare i soldati. Questi denarii suberati  o pelliculati costituivano mediocri escogitati dallo Stato a danno soprattutto dei paesi conquistati. Esse però non intaccarono la solidità della valuta romana. Ciò non si può dire dei tempi della decadenza. Al disordine monetario cercò di porre riparo Diocleziano, che ritornò a metodi corretti e a leghe oneste. Ma fu un rimedio provvisorio, perché ormai la frisi monetaria non era che uno degli aspetti della formidabile crisi politico-econimica dell’Impero romano.

 

Giovanni Teresi

 

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