Come Romani e Germani si conoscevano tra loro e reciprocamente si giudicavano – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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Tra gli scrittori latini parlarono dei Germani Cesare e Tacito, ambedue bene informati. Il primo attingeva alla propria esperienza, il secondo alle relazioni di ufficiali e di soldati, reduci dalla Germania, dove avevano conosciuto bene quelle genti. Così  tra Romani e Germani la distanza materiale poteva dirsi, in certo modo, eliminata; ciò che invece persisteva era la distanza spirituale tra questi due popoli diversissimi. Il Romano, erede di una civiltà evoluta, era di natura “cittadina” e faceva parte di un impero mondiale, cui si sentiva solidamente legato dalle norme del diritto. Il Germano, al contrario, viveva nello stato di natura, libero fra i campi, non legato che dai tenui vincoli della tribù. Il Romano era di schiatta meridionale, assai misto di sangue; il Germano era di razza  pura, scevro da contatti e da influenze estranee. Potevano dirsi virtù proprie dei Romani l’intelligenza, la riflessione matura, il calcolo freddo, l’esperienza politica; invece predominavano nei Germani il sentimento, l’impulsività, la violenza subitanea. Erano due mondi opposti destinati a venire l’uno a contatto dell’altro, ma senza fondersi mai: Germani e Romani rimasero estranei fra loro, anche quando la sorte li fece vivere spalla a spalla sullo stesso suolo.

Appunto perché così diversi, questi due popoli si guardavano fra loro con un senso di spontanea meraviglia. È indubitato che i Germani provavano un timore riverente di fronte ai Romani. Ne è prova quel Cimbro, che, incaricato di uccidere Mario, quando giunse alla sua presenza, non osò nemmeno toccarlo e fuggì gridando per lo spavento. Si narra che una tribù di Cimbri, ultimi superstiti delle antiche invasioni in territorio romano, inviasse un giorno in omaggio ad Augusto un bel vaso per i sacrifici, chiedendogli  perdono per quanto i Cimbri avevano fatto contro Roma. Di Tiberio si racconta che mentre egli con una flottiglia di barche risaliva l’Elba, un vecchio Germano, forse un capo tribù, si accostò su di una rozza imbarcazione, chiedendo di poter vedere Cesare. Gli fu concesso: il Germano, avvicinatosi a Tiberio, lo guardò a lungo in viso come se contemplasse una divinità, gli baciò le mani e, nell’andarsene, tenne sempre lo sguardo fisso su di lui con incantata ammirazione. È noto, del resto, che Arminio, quando mosse guerra ai Romani, stentò a persuadere i suoi che i Romani erano uomini come gli altri e potevano essere vinti in battaglia.

Anche i Romani guardavano i Germani con un certo senso di meravigliata curiosità. Scrittori, come Tacito, s’indugiano con evidente compiacenza a descrivere i costumi dei Germani, e a magnificarne le virtù. E Tacito non è prodigo di lodi. È ben vero che l’insigne storico mise in così bella luce le virtù germaniche per proporle in esempio ai corrotti Romani, ma che tali virtù non fossero un sogno di fantasia lo dimostra il fatto che i Romani, avendo conoscenza del mondo germanico, avrebbero potuto facilmente smentirle, onde le esortazioni morali dello storico avrebbero perduto ogni efficacia. Da una parte e dall’altra si riconosceva che l’avversario aveva pregi non comuni, davanti ai quali si doveva chinare il capo, volenti o nolenti. Così i Germani finirono per avere un concetto altissimo dell’intelligenza dei Romani, e questi ultimi non esitarono ad apprezzare le qualità di sentimento e d’impulso dei Germani, popoli che essi chiamavano “barbari” soltanto perché estranei alla parlata latina.

Giovanni Teresi

 

Bibliografia:  F.Stieve, Geschichte des Deutschen Volkes, Berlin 1938, cap. I, 3

 

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