Uno stralcio della lettera di Cicerone ad Attico del 20 Gennaio del 60 a.C. è un esempio di stile epistolare – Commento di Giovanni Teresi

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Marco Tullio Cicerone – Ricerca immagini tramite google

 

Nihil mihi nunc scito tam deesse quam hominem eum quorum omnia quae me cura aliqua adficiunt uno communicem, qui me amet, qui sapiat, quicum ego cum loquar, nihil fingam, nihil dissimŭlem, nihil obtěgam. Tu autem qui saepissime curam et angŏrem animi mei sermŏne et consilio levasti tuo, qui mihi et in pubblica re socius et in privatis omnibus conscius et omnium meorum sermŏnum et consiliorum particeps esse soles, ubĭnam es? Ita sum ab omnibus destitutus ut tantum requietis habeam quantum cum uxore et filiola et mellĭto Cicerone consumĭtur. Nam illae ambitiosae nostrae fucosaeque amicitiae sunt in quodam splendore forensi, fructum domesticum non habent. Itaque cum bene completa domus est tempore matutino, cum ad forum stipati gregibus amico rum descendimus, reperire ex magna turba nemĭnem possŭmus quorum iocari liběre aut suspirare familiariter possimus. Quare te expectamus, te desideramus, te iam etiam arcessĭmus. Multa sunt enim quae me sollicitant anguntque; quae mihi viděor aures nactus tuas unius ambulationis sermone exhaurire posse”

È semplicemente un esempio delle straordinarie risorse stilistiche ciceroniane, liberamente messe al servizio di contenuti particolarmente sentiti (la crisi della repubblica e la crisi personale dell’autore) e, dunque, bisognosi di un coerente apparato retorico per risultare altrettanto “sentiti” al destinatario.

Emblematica soprattutto è l’oscillazione sia sul piano dei contenuti sia sul piano dello stile, fra dimensione pubblica e dimensione privata: fra il Cicerone “personaggio” e il Cicerone “uomo”, fra il console, l’oratore, lo scrittore, l’intellettuale, da un lato, il marito, il padre, il privato cittadino, dall’altro; fra un linguaggio che si apre alle esigenze pratiche della comunicazione quotidiana, e uno che, allo stesso tempo, non sa rinunciare alle raffinatezze oratorie e tocca addirittura, in certi punti, le corde della liricità. Si guardi per prima cosa al piano lessicale: ci sono due veri e propri campi semantici, uno del privato (cummunicem, amet, sapiat, loquar, privatis, particeps, requietis, uxore, filiota, mellito Cicerone, fructum domesticum, domus, iocari, libere, suspirare, familiariter, ecc) e uno del pubblico (fingam, dissimulem, obtegam, publicare, socius, ambitiosae, fucosae amicitiae, splendore forensi, forum, gregibus amico rum, turba, ecc.).

Si guardi poi al disegno sintattico; non si può dire che sia privo di ricercata armonia e che rinunci a qualcosa del gusto architettonico consueto in Cicerone; eppure ha una fluidità e una chiarezza di connessioni che lo rendono immediatamente fluibile.

Si guardi infine al piano dell’ornatus in generale e delle figure in particolare: si è quasi ai livelli dello stile sublime (d’altronde il fine di questa lettera non è quello di mověre, di commuovere l’Attico?). simmetrie di vario genere, climax, anafore, parallelismi, allitterazioni, omoteleuti, paronomasie, endiadi, interrogazioni  retoriche, clausole, ecc.;tutta la pagina è uno zampillare di espedienti retorici.

 

Giovanni Teresi

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