Anniversario dell’imperatore Elio Adriano ( 117-138 d.C.); i suoi viaggi – Ricerca storica di Giovanni Teresi

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L’uomo che Traiano aveva adottato perché succedesse nel governo dell’Impero, benché suo parente e compaesano, differiva in tutto da lui. Elio Adriano era un bell’uomo, dal viso dolce, dallo sguardo sereno, con una barba accurata, alla maniera dei filosofi greci. E greco veramente sembrava per il suo gusto nelle arti e nelle lettere: disegnava, dipingeva, scolpiva, poetava; sapeva di musica, di geometria, di medicina. Curioso di ogni cosa interessante, passò gran parte del suo regno viaggiando per le provincie, visitando i monumenti più famosi, raccogliendo a piene mani cariche onorifiche, sacerdozi, magistrature locali, costruendo città, templi, archi, strade. Instancabile sempre, dopo avere ispezionato la Gallia e la Britannia, andò in Africa, poi in Egitto, dove passò giornate serene in mezzo ai ricordi dell’antica civiltà dei Faraoni; percorse l’Asia e la Siria, e più volte soggiornò a lungo in Grecia, ad Atene soprattutto, la città del suo cuore.

Eppure questo principe, che parve forse leggero e superficiale, aveva la tempra di un eccellente uomo di governo.

E bene lo compresero le provincie, dove egli non si limitò ad ammirare i più insigni capolavori d’arte, ma volle ispezionare opere pubbliche e bilanci, controllare l’amministrazione della giustizia, sindacare il contegno degli esattori: più di un magistrato, ch’era andato incontro al sovrano per fargli omaggio, si vide di colpo destituito e processato e per soprusi e ruberie, che l’imperatore da Roma difficilmente avrebbe potuto conoscere.

Adriano non era un grande generale come Traiano; fautore di pace, preferì accomodarsi con i Parti e rinunciare ad altre conquiste. Ma pochi come lui curarono l’esercito; pochissimi fecero tanto per consolidare i confini dell’impero: a lui si deve probabilmente la sistemazione definitiva degli  Agri decumates, un territorio posto al di là del Reno e del Danubio, che saldava il confine dell’Impero tre le sorgenti dei due fiumi; a lui spetta l’idea della grandiosa muraglia di difesa (Vallum Hadriani), eretta in Britannia contro le incursioni dei Caledoni. In Oriente, avendo voluto ricostruire Gerusalemme per farne una città pagana con il nome di Aelia Capitolina, suscitò una rivolta degli Ebrei, che dovette reprimere con la forza delle armi.

Nel suo grande amore per le arti, Adriano fu naturalmente anche un appassionato costruttore. A lui Roma dovette l’edificio sacro più colossale, quel Tempio di Venere e Roma, che giganteggiava con superbi colonnati presso l’Arco di Tito. E una tomba grandiosa si costruì al di là del Tevere, unendola con un ponte alla città: quella tomba è oggi Castel Sant’Angelo, il ponte esiste tuttora.

Sentendosi invecchiare, Adriano si ritirò a Tivoli, dove aveva fatto costruire una villa immensa, riproducendovi gli edifici che più gli erano piaciuti nei suoi viaggi. Là visse gli ultimi anni come un esteta stanco. Morì nel 138 d.C., dopo aver adottato Antonino Pio.

 

Ecco come viene descritto Adriano nel testo ( F. Gregorovius, Der Kaiser Hadrian, Stuttgart 1884, cap. VII):

Adriano percorre le provincie dell’immenso Impero romano dai confini della Caledonia alle rive del Mar Rosso, dalle Colonie d’Ercole, sulle porte dell’Oceano Atlantico, fino all’oasi di Palmira, sperduta fra le sabbie del deserto siriaco. E dappertutto egli passa come messaggero di pace e di benessere. A un cenno della sua mano imperiale, ecco sorgere nuove città, ecco rinnovarsi le antiche. Molte prendono il suo nome e si chiamano pomposamente Adriana, Elia.

Da lui antiche usanze attendono un ordine per rivivere, mentre di nuove iniziative pullula il suolo dell’Impero. C’è  in Adriano qualcosa che ricorda gli uomini del Rinascimento, con quel suo amore entusiastico per l’ellenismo, con quel suo insonne desiderio di vedere ogni cosa, di scoprire ogni mistero. Il suo biografo, Sparziano, dice che la sua grande smania era di vedere con gli occhi suoi quello che aveva letto sui libri di Strabone e di Plinio. Il cristiano Tertulliano, parlando per incidenza di lui, lo definisce “esploratore di tutte le curiosità”.

Questa passione di conoscere luoghi e popoli lo sospingeva di continuo da un luogo all’altro; la coscienza poi che tutto quel mondo pittoresco gli apparteneva come a sovrano, gli doveva dare una compiacenza squisita.

C’è in lui qualcosa del turista moderno quando s’inerpica su montagne altissime per godere il levar del sole o la bellezza di un panorama. Se naviga lungo il Nilo, non c’è meraviglia del tempo dei Faraoni che egli non voglia vedere. Giunto ai piedi della statua di Memnone, vi scolpisce il proprio nome, come farebbe un viaggiatore sentimentale. Davanti ai templi più celebri dell’Ellade e dell’Asia, si esalta entusiasticamente; se li vede cadenti di vecchiezza, li fa restaurare con amore, li riedifica con imperiale munificenza. In Ilio visita devotamente le tombe degli eroi troiani; a Pelusio si arresta a meditare sul sepolcro di Pompeo; in Grecia sosta pensoso davanti ai mausolei di Alcibiade, di Milziade, di Epaminonda.

Con fine e spiritosa ironia osserva i costumi delle genti tra cui passa; ne studia le religioni, e volentieri discute su questioni grammaticali e filosofiche con i dotti di Atene, di Smirne, di Alessandria. Ma intanto non dimentica di essere l’imperatore del più vasto Stato del mondo: perciò esamina con l’occhio esperto del capitano romano gli stanziamenti delle legioni ai confini, ordina la costruzione di formidabili baluardi e di stabili fortezze, rinforza la disciplina dei soldati.

Dappertutto Adriano esercita anche le sue funzioni di giudice supremo e d’ispettore delle pubbliche finanze, e senza lasciarsi ingannare da vane apparenze, va fino al fondo delle indagini e punisce con rigore i colpevoli.

Riordinate le finanze di una provincia, provvede alla costruzione di strade, al riassetto dei ponti, e si occupa del risveglio del commercio, della protezione delle arti, dell’incoraggiamento delle scienze. Così la curiosità del viaggiatore si unisce al senso del dovere, che Adriano coltiva nel suo animo di grande sovrano. Disgraziatamente sono andati perduti gli appunti che l’imperatore prendeva durante i suoi viaggi; né la sorte è stata più benigna per le memorie da lui scritte, che il tempo ha disperse.

Certamente i giudizi sul mondo e sugli uomini di questo principe geniale sarebbero oggi assai più interessanti di tutta la letteratura dei sofisti di quel tempo.

Giovanni Teresi

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