La Grande Guerra 1915/1918 – Storia di un soldato del 74° reggimento, fanteria, Torre Bettino Giuseppe, salvato dagli austriaci, scritta dal figlio Carmine Torre. Ricerca storica di GIOVANNI TERESI

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La prima guerra mondiale 1915/18- ricerca immagini tramite google

 

Quella sera del 31 dicembre 1916 era molto freddo sull’altipiano di Asiago per il fante della III Armata – 74 reggimento Fanteria – Bettino Giuseppe Torre nato l’8 novembre 1896 in uno sperduto ma accogliente paesino in provincia di Salerno, denominato Bellosguardo per il caratteristico panorama.

Dai monti circostanti proveniva a tratti un vento gelido, impastato di pioggia sottile, che costringeva i poveri fanti a muoversi continuamente nell’angusta e umida trincea della prima linea, ove era acquartierata la compagnia. A parte il freddo pungente, il fante Torre era in complesso alquanto contento perché finalmente gli era stata concessa la sospirata licenza di 7 giorni, con decorrenza 1 gennaio 191, dopo circa due anni di dura vita in combattimento sul Carso e sulle rive dell’Isonzo.

Ebbe comunque modo di ascoltare le contraddittorie discussioni dei Superiori dell’Ufficio Comando del Battaglione dove era stato convocato per la formale consegna della licenza concessagli, che commentavano animatamente i resoconti dei combattimenti dei giorni precedenti, redatti dal Comando Supremo e stampati nei famosi bollettini quotidiani firmati dal Generale Cadorna.

Da una mia personale ricerca in detti bollettini per i giorni 29 e 30 dicembre 1916, si legge quanto segue:

28 dicembre 1916 . Lungo tutta la fronte le migliorate condizioni atmosferiche favorirono l’attività delle artiglierie, più intensa sul Carso. 29 dicembre 1916: sulla Fronte tridentina azioni prevalentemente di artiglierie e piccoli scontri nelle vicinanze di Sano (Valle d’Adige). Alla mezzanotte del 31 e nella giornata di ieri frequenti colpi delle batterie nemiche sulla città di Gorizia causarono solo danni materiali. Velivoli nemici tentarono incursioni sull’altopiano dei Sette Comuni, in Val Sugana e sul Carso … F.to Cadorna”

 

Tuttavia lo stato d’animo del fante Torre, malgrado le fosche previsioni circa gli imminenti combattimenti, restava alquanto sereno perché era riuscito a farsi cambiare la divisa sdrucita e consunta dopo ben due anni trascorsi nelle famose trincee.

Mentre era intento a pregustare il piacere intimo di poter rivedere i suoi familiari, anche se per pochi giorni, fu chiamato dal suo Superiore tenente Limongelli, anch’egli di origini salernitane, che gli ordinò di andare di vedetta per la notte del 31 dicembre 1916, assieme ad altri due commilitoni, nei pericolosissimi luoghi sotto le trincee nemiche, denominati piccoli avamposti.

Tentò anche di discutere l’ordine per lui ritenuto ingiusto, in quanto la mattina successiva doveva partire per usufruire dei giorni di licenza, ma il Superiore fu irremovibile e tale ordine ovviamente fu confermato.

Amareggiato e avvilito si unì agli altri due commilitoni, più anziani, e così al calar della notte si incamminarono verso le trincee austriache e precisamente in una località denominata Dosso Faiti sull’altopiano di Asiago.

La pioggia era cessata ma il vento gelido soffiava con più forza e i poveri fanti, oltrepassata la trincea italiana, si erano addentrati nel territorio occupato dagli austriaci e dopo aver divelto i reticolati, con mille difficoltà, cercavano di mimetizzarsi nell’oscurità sdraiandosi per terra.

Il commilitone più anziano esortava Bettino Torre a sdraiarsi per meglio mimetizzarsi, ma egli pur di non sporcare la divisa perché doveva partire la mattina successiva per l’agognata licenza, preferì nascondersi alla meglio su un mucchio di legna. I due compagni,  anche per darsi coraggio, ipotizzavano che forse quella notte, ricorrendo la fine dell’anno 1916, non ci sarebbe stato alcun combattimento.

Dopo la mezzanotte invece si scatenò un acceso combattimento da ambo le parti e i poveri sventurati fanti si trovarono esposti a tutti i pericoli. Il Fante Torre, disteso sul mucchio di legna imbracciava il fucile per disporsi meglio, vide la testa di un suo compagno rotolare davanti ai suoi occhi e sentì l’altro commilitone più anziano che implorava aiuto con voce sempre più flebile mentre un lampo improvviso squarciò le tenebre con un forte boato per lo scoppio di una granata.

La deflagrazione gli strappò la bandoliera dal petto e il fucile dalle mani, lacerandogli il braccio sinistro e tutto il plesso bracciale. Svenne per il forte dolore e fortunatamente cadde con il peso del corpo sul braccio sanguinante, bloccando in tal modo l’emorragia. Appena rinvenne si trovò in un lago di sangue ed ebbe l’istinto di fuggire, ma continuando a sanguinare non individuò più la strada del ritorno inoltrandosi purtroppo verso le trincee austriache.

Avvertiva la spossatezza e sentiva che le forze residue gli venivano meno, inciampava cadendo ripetutamente. Mentre stava per perdere i sensi, sentì delle voci concitate degli austriaci ma non capì le loro parole; così, ebbe solo il tempo di esclamare: ferito … ferito …

Venne subito soccorso dalla squadra portaferiti nemica.

Immediatamente gli fu applicato, alla sommità del braccio sinistro, un dispositivo in gomma che bloccò subito l’emorragia salvandogli la vita. Dopo, sistemato su una barella, fu trasportato dai nemici ai posti di medicazione.

Purtroppo, mentre veniva trasportato sulla barella improvvisata da quattro soldati austriaci, il combattimento si inasprì violentemente e i poveri soccorritori decisero di abbandonarlo sul terreno scappando verso le loro trincee. Svenne di nuovo per il dolore insopportabile e anche per il sangue copiosamente uscito dall’enorme ferita. La pioggia durante la notte cessò e soggiunse una provvidenziale forte nevicata che bloccò miracolosamente l’emorragia.

Alle prime luci dell’alba, il povero ferito, raccolte le ultime forze rimastegli sforzandosi di alzarsi come Cristo sotto la Croce, cadde. Fortunatamente, facendosi coraggio, individuò il sentiero che aveva perso la serra precedente. Continuando a inciampare e a cadere ripetutamente, riuscì ad arrivare alla trincea italiana. Iniziò a implorare aiuto mentre alcuni colpi di fucili erano a lui diretti dalla trincea italiana. Miracolosamente schivò il fuoco ed udì una voce che gli chiedeva a squarciagola la parole d’ordine. Ma il Fante Bettino Torre ignorava la parola d’ordine che cambiava quotidianamente. Con un ultimo sospiro gridò con tutta la voce rimastagli:

FERITOOO!!!  e solo così miracolosamente fu soccorso e trasportato all’Ospedale da Campo, sull’altopiano di Asiago – Dosso Faiti, provincia di Vicenza; qui venne subito operato con l’amputazione totale del braccio sinistro. La diagnosi stilata dalla Commissione Medica per le pensioni di guerra era così descritta: “Amputazione del braccio sinistro, con moncone scarsamente sbozzato e in persistente stato di clono dolente per neuroma da amputazione”.

Dalla Commissione gli venne assegnata prima la terza, poi la seconda e infine la prima categoria d’invalidità. Dopo gli venne conferita la Croce di Guerra e la Medaglia d’Oro dell’Ordine di Vittorio Veneto.

Difficilmente raccontava questa sua esperienza, solo alla fine di ogni anno e precisamente la sera del 31 dicembre. E quando si brindava, notavo i suoi occhi lucidi accompagnati da profondi sospiri.

 

Salerno 30 novembre 2013 Carmine Torre

 

Giovanni Teresi

 

Bibliografia: Il Saggio  -mesile di cultura- anno XIX n. 215 febbraio 2014

 

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