L’unità italiana nell’era della borghesia (1815-1870) – “Sui moti carbonari del 1820 ’21 in Italia” testo storico di Giovanni Teresi citato nello scaffale della rivista “La conquista”

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Sui moti carbonari del 1820 ’21 in Italia – Testo storico di Giovanni Teresi – ricerca immagini tramite google

 

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Il «contagio» arriva in Italia

I fatti di Spagna e Portogallo ebbero immediate ripercussioni in Italia, diventando l’esempio cui rifarsi per le società segrete e i liberali della Penisola, al punto che la concessione della costituzione spagnola del 1812 fu assunto come obiettivo delle insurrezioni italiane del 1820- 21. Non casualmente i principali moti si ebbero nelle zone più arretrate del paese, in quegli stati che, per caratteristiche economiche e politiche, avevano degli elementi comuni con la situazione iberica. Analoghi furono anche le modalità, i protagonisti e l’epilogo delle rivoluzioni. L’Italia, dopo il congresso di Vienna, viveva una situazione di grande frammentazione politica cui faceva riscontro una sostanziale egemonia austriaca e un tessuto economico arretrato, con una borghesia commerciale e industriale ai suoi primi passi e ampie aree dominate da un’agricoltura arretrata, fondata sul latifondo. Inoltre i vari sovrani che erano a capo degli stati italiani – con l’eccezione del ducato di Toscana – erano accomunati da un forte senso della conservazione e da uno spirito anti-liberale e assolutista. Tuttavia l’eredità dell’esperienza napoleonica e le esigenze delle nascenti borghesie (soprattutto in Piemonte e Lombardia), risultavano una contraddizione per il mantenimento dello status-quo che i deboli governi locali potevano sopportare solo grazie all’appoggio politico e militare dell’Austria. Il regno delle due Sicilie di Ferdinando I fu il primo teatro della rivolta in Italia. Nel luglio 1820 l’ammutinamento di uno squadrone di cavalleria, su iniziativa di due ufficiali (Michele Morelli e Giuseppe Silvati) aderenti alla carboneria, diede il via a una rivoluzione che in pochi giorni si estese a tutto lo stato e costrinse il sovrano a concedere la Costituzione spagnola del 1812. Il movimento liberale napoletano era composto in larga parte da ufficiali che erano stati al servizio di Murat (come il generale Guglielmo Pepe che, spedito, dal re a sedare la rivoluzione, si unì ai rivoltosi) e trovava l’appoggio di quei ceti urbani scontenti dell’eccessivo accentramento politico e amministrativo del regno di Ferdinando I. Inoltre, sulla saldezza del regime assolutista borbonico pesavano sia lo scontento di gran parte dell’aristocrazia terriera (insoddisfatta per la fine dell’organizzazione feudale delle terre), sia le tendenze indipendentiste siciliane. Nell’isola viva era l’insofferenza per i scarsi margini d’autonomia amministrativa che da Napoli venivano concessi alla classe dirigente siciliana: soprattutto le baronie locali fomentavano la ribellione e pensavano all’indipendenza. Quando scoppiò la rivoluzione di luglio il separatismo siciliano tentò di cogliere l’occasione fornitagli dalla crisi di regime, dando vita a una rivolta repressa in seguito dall’esercito napoletano. Il nuovo assetto istituzionale del sud Italia non venne accettato dall’Austria che iniziò i preparativi per l’intervento militare; anche perché l’esempio napoletano poteva essere seguito da altri stati italiani, in particolare dalla borghesia urbana lombarda. L’estensione al nord del moto rivoluzionario avrebbe scardinato e messo in discussione tutto l’assetto geo-politico costruito a Vienna. Per l’Austria si trattò di muoversi anche contro il tempo e mentre a Milano i dirigenti carbonari (tra cui Silvio Pellico e Pietro Maroncelli) venivano arrestati, prima ancora che potessero passare all’azione, la diplomazia di Metternich si mise in moto per ottenere l’appoggio internazionale a un intervento militare diretto dell’Austria teso a restaurare l’assolutismo di Ferdinando di Borbone. Il sovrano aveva, nel frattempo, accettato il regime costituzionale rimanendo sul trono, pronto, alla prima occasione, a voltargli le spalle. Due congressi – quello di Troppau nell’ottobre del 1820 e quello di Lubiana nel gennaio del 1821 – diedero all’Austria, nonostante le perplessità francesi e inglesi, l’autorità per l’intervento militare: al congresso di Lubiana fu proprio Ferdinando I a richiedere esplicitamente l’intervento militare austriaco, nonostante avesse promesso al nuovo governo, alla sua partenza da Napoli, che mai avrebbe tradito la costituzione. Poco dopo, a marzo (proprio mentre aveva inizio il tentativo rivoluzionario in Piemonte), le truppe austriache sconfiggevano quelle napoletane guidate da Guglielmo Pepe e ripristinavano l’assolutismo di Ferdinando I che poteva rientrare a Napoli il 23 marzo del 1821, per iniziare una nuova fase di repressione politica talmente dura da indurre le stesse autorità austriache a invitarlo a una maggior moderazione. Trovava così attuazione il patto stipulato a Vienna sul diritto delle grandi potenze a intervenire negli affari interni degli stati europei in nome dell’ordine e della tradizione. Ancor più rapido epilogo ebbero le vicende piemontesi. Anche qui la restaurazione di casa Ducato di Modena e nello Stato della Chiesa, che si risolsero in processi e condanne a morte. L’Italia ne usciva con un rafforzato predominio austriaco, rappresentato anche dall’insediamento di truppe imperiali nel napoletano e in Piemonte. La prima stagione delle organizzazioni segrete e della logica delle congiure si concludeva dimostrando la debolezza del liberalismo italiano e il suo sostanziale isolamento dalla maggioranza della popolazione, rimasta muta spettatrice durante tutti gli eventi. Da questi fallimenti trarranno spunto le riflessioni del successivo liberalismo e nazionalismo italiano, quello «popolare e repubblicano» di Mazzini, e quello «aristocratico e statale» di Cavour. Savoia aveva dato vita a un regime retrivo e oscurantista che si poneva come concreto ostacolo per lo sviluppo del paese: in particolare la vecchia classe dirigente restaurata da Vittorio Emanuele I era decisamente inadeguata rispetto alle esigenze di un’economia alle soglie dell’industrializzazione, con la nascita delle prime industrie tessili e un’agricoltura bisognosa di innovazioni tecnologiche e strutturali. La rivoluzione piemontese assunse così un carattere prettamente «riformista» proponendosi il rinnovamento amministrativo e politico dello stato: i suoi protagonisti appartenevano ai ranghi intermedi dell’esercito, a una parte dell’aristocrazia e alla borghesia urbana. Il loro obiettivo era la concessione di una costituzione simile a quella spagnola e l’intervento dell’esercito piemontese in Lombardia, dove avrebbe dovuto unirsi all’insurrezione delle locali sette segrete. Per attuarlo pensavano di coinvolgere l’erede al trono Carlo Alberto, che ritenevano di tendenze liberali. L’insurrezione fu così un misto di una congiura di palazzo e di un pronunciamento militare: partito dall’ammutinamento della guarnigione d’Alessandria (10 marzo 1821) il moto si estese a Torino dove fu proclamata la costituzione. Ai congiurati piemontesi (tra cui il conte Santorre di Santarosa, il marchese di San Marzano e il conte Provana di Collegno) venne però meno l’appoggio istituzionale: infatti Vittorio Emanuele abdicò nominando principe reggente proprio Carlo Alberto, ma il presunto alleato dei cospiratori mantenne un atteggiamento ambiguo (concedendo la costituzione ma con riserva) fino a fuggire, pochi giorni dopo, a Novara per unirsi alle truppe lealiste e agli austriaci che in due settimane sconfissero i costituzionalis. Il biennio 1820-21 conobbe altri preparativi rivoluzionari, nel Ducato di Modena e nello Stato della Chiesa, che si risolsero in processi e condanne a morte. L’Italia ne usciva con un rafforzato predominio austriaco, rappresentato anche dall’insediamento di truppe imperiali nel napoletano e in Piemonte. La prima stagione delle organizzazioni segrete e della logica delle congiure si concludeva dimostrando la debolezza del liberalismo italiano e il suo sostanziale isolamento dalla maggioranza della popolazione, rimasta muta spettatrice durante tutti gli eventi. Da questi fallimenti trarranno spunto le riflessioni del successivo liberalismo e nazionalismo italiano, quello «popolare e repubblicano» di Mazzini, e quello «aristocratico e statale» di Cavour.

SCAFFALI Sui moti italiano del 1820-21: F. Meinecke, «Cosmopolitismo e stati nazionali» (La Nuova Italia, 1975), R.Aubert, «Il pontificato di Pio IX» (Saie, 1969), R Romeo, «Dal Piemonte sabaudo allo stato liberale» (Einaudi, 1963), N. Raponi, «Dagli stati pre-unitari d’antico regime all’unificazione» (Il Mulino, 1981), AA.VV. «L’età della Restaurazione e i moti del 1821» (L’Artistica, 1992), G. Teresi, «I moti carbonari del 1820-21 in Italia», (Bastogi, 2007), E. Ohnmeiss, «Dai moti carbonari a Ciro Menotti, 1820-1831» (Vaccari, 1991). (pag. 9 della Rivista La conquista- Rivoluzioni -Il manifesto)

Giovanni Teresi

Bibliografia: La conquista -Rivoluzioni 1815/1870 – Il manifesto

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