I buoi di Gerione nell’isola di Erizia ( Decima fatica di Eracle) – I pomi d’oro del giardino delle Esperidi (Undicesima fatica). L’intrigante storia mitologica; ricerca di Giovanni Teresi

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Le dodici fatiche di Eracle – ricerca immagini tramite google

 

L’isola di Erizia  si trova vicina alla corrente d’Oceano, e il suo nome attuale è Gadira. L’isola era abitata da Gerione, figlio di Crisaore e di Calliroe, a sua volta figlia di Oceano. Il suo corpo era come quello di tre uomini cresciuti insieme, unito in uno all’altezza della vita, ma poi separato in tre dai fianchi e dalle cosce in su. Aveva dei buoi fulvi, il cui mandriano era Eurizione: e i custode era Orto, il cane a due teste nato da Echidna e Tifone. Attraversando l’Europa per catturare i buoi di Gerione, Eracle uccise molte bestie feroci; passò dalla Libia e arrivò a Tartesso: qui, come segno del suo passaggio, eresse due colonne, una di fronte all’altra, a confine tra l’Europa e la Libia. Poiché durante il suo tragitto il Sole lo bruciava, Eracle minacciò il dio con il suo arco: e il Sole, pieno d’ammirazione per il coraggio di quest’ uomo, gli diede la sua coppa d’oro per attraversare l’Oceano. Giunto a Erizia, Eracle salì sul monte Abante. Ma il cane, accortosi della sua presenza, si precipitò su di lui: Eracle allora lo colpì con la sua clava, e poi uccise anche il mandriano Eurizione, accorso in aiuto del cane. Menete, che pascolava lì vicino le mandrie di Ade, riferì  a Gerione l’accaduto: e Girione si scontrò con Eracle presso il fiume Antemo, mentre l’eroe già stava portando via il bestiame. Vennero a battaglia, ma Girione fu colpito e morì. Eracle imbarcò il bestiame nella coppa del Sole, e arrivò a Tartesso, dove la riconsegnò al dio.

Dopo esser passato dal territorio di Abdera, Eracle giunse in Liguria, dove Ialebione e Dercino, due figli di Posidone, cercavano di rubargli il bestiame; ma l’eroe li uccise, poi scese lungo la costa tirrenica. A Reggio, un toro si staccò dalla mandria, corse a gettarsi in mare e nuotò fino in Sicilia; attraversò quella regione, e giunse infine nel regno di Erice, il sovrano degli Elimi, figlio di Posidone, che unì il toro alle sue mandrie. Eracle affidò il bestiame a Efesto, si lanciò alla ricerca del toro, e lo trovò in mezzo alle mandrie di Erice. Il re disse che glielo avrebbe restituito solo se Eracle fosse riuscito a vincerlo in un combattimento di pugilato: l’eroe vinse in tre riprese, uccise Erice in combattimento, recuperò il toro e si rimise in viaggio con la mandria verso lo Ionio. Ma quando arrivarono alle insenature del mare, Era mandò un tafano a tormentare le vacche, e quelle si dispersero verso i monti della Tracia. Eracle  le inseguì, riuscì a radunarne la maggior parte, e le guidò verso l’Ellesponto; quelle che non poté trovare, invece, tornarono allo stato selvaggio. Con la sua mandria così faticosamente riunita, Eracle si trovò di fronte il fiume Strimone, e ne fu contrariato: allora riempì di massi la sua corrente, e da navigabile che era la rese non più navigabile. Infine portò i buoi a Euristeo, e questi li sacrificò a Era. Ma Euristeo, non avendo ritenute valide le fatiche dell’Idra e delle stalle di Augia, impose a Eracle ancora una fatica, l’undicesima: l’eroe avrebbe dovuto portargli i pomi d’oro del giardino delle Esperidi. Questo si trovava non , come alcuni hanno detto, in Libia, bensì sul monte di Atlante, nel paese degli Iperborei, ed era il dono di nozze offerto da Gea a Zeus ed Era. Lo custodiva un drago immortale, figlio di Tifone e di Echidna, che aveva cento teste e sapeva parlare con le voci più diverse e variegate. Ance le ninfe Esperidi facevano la guardia: Egle, Eritia, Esperia e Aretusa. Lungo il cammino, Eracle arrivò al fiume Echedoro, dove Cicno, figlio di Ares e Pirene, lo sfidò a duello; lo stesso Ares prese le parti di Cicno, e sovrintese alla sfida. Ma una folgore si abbatté in mezzo a loro, e il duello venne interrotto. Eracle proseguì la sua strada attraverso il paese degli Illiri, finché giunse al fiume Eridano, dove trovò le ninfe figlie di Zeus e Themis. Esse gli indicarono il luogo dove Nereo giaceva addormentato: Eracle lo afferrò nel sonno e lo legò, anche se Nereo continuava a trasformarsi in mille aspetti diversi, e non lo lasciò andare finché questi non gli ebbe rilevato dove trovare  i pomi delle Esperidi. Così l’eroe si incamminò verso la Libia. In quel tempo regnava sul paese Anteo, figlio di Posidone, che aveva l’abitudine di costringere a una gara di lotta tutti gli stranieri per ucciderli. Così, obbligò a combattere anche Eracle: ma l’eroe lo abbrancò, lo sollevò in alto, gli spezzò e ossa e lo uccise. Ogni volta che toccava terra, infatti, Anteo diventava sempre più forte, perché era figlio della Terra stessa.

Giovanni Teresi

Bibliografia: I Classici Greci e Latini – Il libro dei miti – Oscar Mondadori

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