Racconti d’amore e di morte: La baronessa di Carini e di Isabella Morra – Ricerca storica sulle leggende di Giovanni Teresi

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Castello di Carini – ricerca immagini tramite google

 

La Sicilia fu terra di baroni, che esercitarono il loro potere su borghi di poveri contadini.

Angherie e abusi si esercitarono anche a danno dei parenti del barone di turno, il quale aveva per sola legge la sua volontà.

Degli antichi signori e dei loro soprusi rimangono leggende e Castelli, segnati da simboli di varie civiltà. A Carini, in provincia di Palermo, sono i resti di una fortezza di età normanna, passata nel Quattrocento ai Baroni La Grua Talamanca, discendenti di un casato di origine catalana che nel 1622 ebbero il titolo di Principi di Carini.

Nel 1503 il Barone Cesare Lanza, barone di Trabia, uccise la figlia, per arbitrio e gelosia. L’accusava di una o più storie d’amore che il signore non condivideva.

L’omicidio avvenne all’interno del castello che domina il paese, la dimora della baronessa. Laura Lanza, a soli 14 anni era andata in sposa, per volere del padre, al barone di Carini, Vincenzo La Grua Talamanca. La leggenda narra che ad uccidere la baronessa e l’amante sia stato il padre della donna, Cesare Lanza, barone di Trabia e conte di Mussomeli, con il beneplacido del barone La Grua Talamanca.

Un’antica canzone popolare del Cinquecento narra la tragica vicenda della baronessa uccisa per motivi d’onore, per mano del padre di lei, nel castello di Carini, località a pochi chilometri da Palermo.
Sicilia 1812: la prima Costituzione liberale sta per mettere fine ai privilegi dei grandi feudatari. Luca Corbara è inviato dal ministro delle finanze a controllare le proprietà fondiarie. In seguito alla ballata udita da un cantastorie, comincia a sospettare che l’attuale feudo di Carini sia costituito da terre usurpate più di due secoli prima all’amante della baronessa uccisa. A ostacolarlo c’è il barone di Carini, Don Mariano d’Agrò, il quale cerca di sbarazzarsi di Luca Corbara accusandolo dell’assassinio del cantastorie Nele Carnazza. A sottrarlo dall’accusa contribuiscono l’intervento della misteriosa setta dei Beati Paoli, che vogliono vendicare i torti commessi dal barone, e l’aiuto di Laura, moglie di Don Mariano.

La ballata di Carini

Chiangi Palermu, chiangi Siracusa:
a Carini c’è lu luttu in ogni casa.
Attorno a lu Casteddu di Carini,
ci passa e spassa un beddu Cavaleri.
Lu Vernagallo di sangu gintili
ca di la giuvintù l’onuri teni.
Amuri chi mi teni a lu cumannu,
unni mi porti – duci – amuri unni?
Viu viniri la cavalleria.
Chistu è me patri chi veni pi mia,
tuttu vistutu alla cavallerizza.
Chistu è me patri chi mi veni ammazzari’.
Signuri patri chi venisti a fari?
Signora figghia, vi vegno ammazzari.
Lu primu corpu la donna cadiu,
l’appressu corpu la donna muriu.
Un corpu ‘nto cori, un corpu ‘ntra li rini,
povira Barunissa di Carini

 

La ballata di Carini

Piange Palermo, piange Siracusa:
a Carini c’è il lutto in ogni casa.
Attorno al Castello di Carini,
passa e ripassa un bel cavaliere.
Il Vernagallo è di sangue nobile
e tiene all’onore della gioventù.
Amore che mi tieni al comando,
dove mi porti – dolce amore, dove?
Vidi venire la cavalleria.
Questo è mio padre che viene per me,
tutto vestito da cavaliere.
Questo è mio padre che mi viene ad ammazzare.
Signor padre che sei venuto a fare?
Signora figlia, sono venuto ad ammazzarti.
Al primo colpo la donna cadde,
al colpo successivo la donna morì.
Un colpo al cuore, un altro alla schiena,
povera Baronessa di Carini.

 

La storia è quasi uguale a tanti altri racconti d’amore e di morte, che le leggende ambientano nei saloni e nelle segrete di molti Castelli d’Europa, ma qui ci sono più toni di poetica melanconia.

Il caso è in parte simile alla drammatica storia di Isabella Morra, che negli stessi anni trovò l’amore e la morte nel Castello di Valsinni. La tristezza della giovane Baronessa, segregata in una solitaria e isolata fortezza ne fa comprendere i sogni e i desideri di una vita diversa. Fa da sfondo alla nostra vicenda la guerra franco-spagnola. Il periodo è la metà del Cinquecento.

Nel Castello di Valsinni, la Baronessa Isabella Morra fu uccisa dai fratelli, incapaci di tollerare la relazione, letteraria o amorosa, che la nobildonna intratteneva con il nobile spagnolo Diego Sandovàl de Castro. I signori di Valsinni erano di parte francese ed ancor più soffrirono delle voci che riguardavano la vita sentimentale della sorella, legata ad un cavaliere della fazione opposta. Per sdegno e per onore, uccisero il maestro di letteratura che Isabella riceveva. Questo le portava lettere di Diego, e gliele consegnava di nascosto. Subito dopo pugnalarono Isabella. Infine tesero un’imboscata a Diego Sandoval in un bosco. Dopo una notte di attesa lo ammazzarono.

Non si sa se questa delicata storia, fatta di sentimenti gentili e scambiata sul filo della poesia e delle rime petrarchesche in cui Diego e Isabella si cimentavano, avesse veramente forti significati amorosi.

Certamente Isabella soffriva di solitudine in quel luogo distante dai luoghi di cortigiani e cantori. La baronessa era ottima poetessa, come anche affermò Benedetto Croce, e stupisce che ella riuscisse a tenere lo stile letterario del tempo senza contatti con accademie e salotti letterari.

I versi di Isabella sono tristi e talvolta alludono alla morte, che la giovane vede vicina.

In una poesia chiede al fiume Sinni di ripetere il suo lamento, quando lei non ci sarà più. E il Sinni risponde alla poesia, con un lamento, in una notte di febbraio, scorrendo ai piedi del Castello dei Morra.

Torbido Siri, del mio mal superbo,
or ch’io sento da presso il fin amaro,
fa’ tu noto il mio duolo al Padre caro,
se mai qui ’l torna il suo destino acerbo.

Dilli come, morendo, disacerbo
l’aspra Fortuna e lo mio fato avaro
e, con esempio miserando e raro,
nome infelice a le tue onde serbo.

Tosto ch’ei giunga a la sassosa riva
(a che pensar m’adduci, o fiera stella,
come d’ogni mio ben son cassa e priva!),

inqueta l’onde con crudel procella
e di’: – Me accreber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

Il corpo di Isabella non fu mai ritrovato e chissà in quale anfratto recondito delle valli lucane sarà sepolto da cinque secoli. Le sue poesie invece furono ritrovate durante una perquisizione nel castello ordinata dal viceré di Napoli, messe agli atti dell’inchiesta sulla morte di Diego Sandoval, da lì finite prima sugli scaffali di una libreria di Napoli, poi in una antologia di rime di «diversi illustri signori napoletani» per arrivare integre fino a noi grazie anche al lavoro di Benedetto Croce che nel 1928 si arrampicò fino al borgo, ricostruì la storia maledetta che poi diventò un libro pubblicato prima da Laterza e poi da Sellerio.

A Valsinni resta il castello, passato però di proprietà e quindi non visitabile interamente, e la leggenda di «donna Isabella» che aleggia tra i vicoli e che crea turismo. Resta la terrazza affacciata sulla valle con i suoi tramonti rosso fuoco, restano gli angoli dove la giovane poetessa sognava di andar via, lontana dalla sua «adeversa e dispietata stella». E forse, tra le fronde del vecchio mandorlo, resta persino il fantasma di quella donna che pagò con la vita la sua voglia di libertà.

                                                                        Giovanni Teresi

 

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