Il buon uso della sessualità delle Ninfe – analisi mitologica di Giovanni Teresi

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Ninfa dei boschi e del fiume – ricerca immagini tramite google

 

 

Nuotava supina la diva girando attorno il laghetto. Un albero di fico che protendeva i suoi rami fino a un punto della sponda, fece cadere una foglia per coprire la nudità della ninfa, che il Sole gaudente baciava. Apollo, sconfitto, ritrasse, allora, i suoi raggi infuocati tra la gioia indicibile d’Alfèo. Costui era il fanciullo, cui Aretusa aveva affidato le sue perfette membra divine. Poi, il silenzio assoluto avvinse tutta la natura. Aretusa capì che qualcuno stava violando quel luogo. Presa da paura, uscì dal fiume alla ricerca della sua veste che trovò tra i cespugli. La sua veste divenne un tutt’uno col drappo, che evidenziava con malizia il corpo della ninfa. La figlia di Nereo, spaventata a morte da quei prolungati sussurri, fuggì tra la boscaglia come una veloce gazzella.

Alfèo, che in cuor suo pretendeva la ninfa, con voce roca le gridò dietro:

Dove corri? Fermati, Aretusa!”

La voce del dio di quelle acque accelerò la corsa della giovane, che sembrava avere le ali d’Ermete ai piedi. La fuga di Aretusa costrinse Alfèo ad uscire dal letto del fiume e a correrle dietro. Ma l’età non consentiva ad Arfèo di raggiungere Aretusa.

La giovane attraversò Orcomeno, Psofide, Cillene e poi l’amatissima e splendida regione di Lenamaria nell’Elide, ove ella era nata, ed ancora le valli ove governava la graziosissima regina Marilena ed il gelido Erimando.

Arfèo sapeva che prima o poi l’avrebbe raggiunta. Quando la poveretta comprese che la sua corso estenuante era inutile, si rivolse alla cara Artemide, esclamando con quel poco fiato che le restava:

Sono presa, aiutami!”

Le toccanti parole accorate della ninfa raggiunsero la dea della luna e della caccia ma soprattutto della castità delle fanciulle, commovendola. Febea prese una delle sue dense nubi, ricche d’acqua, v’avvolse Aretusa, celandola agli occhi  dello spasimante Alfèo. La ninfa non fiatava.

Il dio del fiume girò due volte attorno la nuvola, gridando:

“Aretusa! Aretusa!”

Quindi con passo celere s’avviò verso meridione alla ricerca della sua amata. Artemide, con mossa fulminea, soffiò intensamente contro la nube che avvolgeva Aretusa, invitandola in direzione della Sicilia. Aretusa viene nascosta, infatti, dentro a una coltre di nebbia, cosa che dapprincipio sortisce l’effetto voluto perché fa sì che Alfeo le giri intorno senza riuscire a scorgerla.

La scomparsa della ninfa aveva addolorato Alfèo, che disperato si rivolse, con implorante aiuto, al padre Oceano. Le sue preghiere non rimasero inascoltate. Oceano aprì le acque salate dell’Ionio per farvi scorrere Alfèo, che poté così raggiungere l’isola siracusana d’Ortigia.

Aretusa, nel contempo, a causa della lunga corsa, non cessava di sudare. Dal  suo corpo continuavano a cadere cerulee gocce. Non trascorse molto tempo ed Aretusa si tramutò in fonte.

Alfèo riconobbe le acque tanto amate e, deposta la sua forma umana che aveva assunto per fare innamorare Aretusa, si convertì nelle usuali acque, per mescolarsi con quelle della fonte.

Tutto a un tratto, però, si mette in moto il meccanismo della mutazione:

Un freddo sudore pervade le membra assediate, / da tutto il corpo stillano gocce azzurrine, / e, se sposto il piede, si forma una pozza, dai capelli / cola rugiada, più celermente di quanto ci metta a dirlo / mi trasformo in acqua. Il fiume riconosce allora / nell’acqua l’amata e, lasciato l’aspetto umano di prima, si muta nella propria acqua, per mescolarla alla mia”.

 Quando la paura deve essere fisicamente rappresentata, solitamente assume i tratti di una morte apparente, in virtù della quale il respiro si ferma, lo sguardo si fissa, il corpo è preso dalla stessa rigidità della pietra. Questo stato d’inerzia, che pure si manifesta,  dimora tuttavia in Aretusa come qualcosa di passeggero, perché il terrore di subire l’aggressione di Alfeo la induce, piuttosto, a una soluzione nell’elemento liquido.

Aretusa, avvinta da tanto amore e da tanta costante insistenza, cedette alle voglie di Arfèo.

Artemide pietosa provvide a scavare sotto la fonte una caverna per consentire ad Alfèo di farvi affluire le sue acque e potersi unire eternamente con la sua adorata Aretusa, tra il verde dei papiri, dei rigogliosi rami d’ulivo e tra i dolcissimi frutti dei melograni.

Assaporando gli acini d’uva matura , i vermigli chicchi di melograno e i dolcissimi fichi in quelle acque, fu un ottimo auspicio di futura felicità.

Amabile Alfeo, dio che porti sulle tue acque corone d’Olimpia e che per le pianure di Pisa serpeggi in mezzo a una nobile polvere, il tuo corso è da principio tranquillo ma quando arrivi alla foce, rapido cadendo sotto i flutti del mare immenso, tu giovane marito (νυμφίος) aprendo a te stesso una via, cercando un tuo proprio canale, ti dirigi in Sicilia verso la fonte Aretusa, languido compagno di letto (ἀκοίτης); e lei accogliendoti spossato e ansimante, dopo averti pulito delle alghe e dei fiori salmastri del mare, congiunge le labbra alla tua bocca; come una sposa novella (νύμφη) che avvolge lo sposo facendolo giacere nell’intreccio di un dolce legame, sul suo grembo addormenta la tua acqua di Olimpia”. (1)

Una ricognizione degli intrecci dedicati all’origine mitica dei corsi d’acqua rivela, in effetti, la persistenza del nesso tematico che mette in relazione l’infrazione del codice sessuale e la nascita di una sorgente. Dalle testimonianze sia greche che romane è tramandata la storia della ragazza che fu colpevole o vittima, a seconda delle varianti, d’incesto, il cui esempio sentenzia Ovidio «mostra come le fanciulle debbano amare solo chi è permesso».

Da lei ebbe origine a Mileto la fonte «lacrime di Biblide», formata dal fiume del suo pianto che le ninfe non fecero mai più inaridire. Più spesso, però, perno di tali racconti sono creature femminili che al pari di Aretusa subiscono le attenzioni di un personaggio maschile, a dispetto della volontà di mantenersi caste. Ovidio imprime a questo motivo una complessa articolazione laddove tratteggia la figura della ninfa eponima di un altro corso d’acqua, che scorre nei pressi di Ortigia.

Ciane, questo è il suo nome, si presenta nel duplice ruolo di spettatrice impotente di un rapimento erotico (quello di Plutone ai danni di Proserpina) e vittima dello stesso. La fonte di cui è nume tutelare viene, infatti, profanata dal rapitore che in essa si apre un varco per portare a termine il suo crimine.   C’è un aspetto, su tutti, che ci preme rimarcare del racconto ovidiano. Prima ancora che in virtù della sua personale esperienza, Aretusa interviene nell’intreccio delle Metamorfosi per riferire del rapimento di Proserpina, cui ha assistito durante il suo viaggio sottomarino dalla Grecia alla Sicilia, e in questo ruolo non compare da sola ma in coppia con l’ultima ninfa citata.

È la sua appartenenza alla categoria delle Ninfe delle sorgenti che ne fa un personaggio in grado di dettare la disciplina dell’amore coniugale. Queste mitiche creature femminili intervengono come garanti di alcune fasi ben precise, che le giovani donne devono percorrere per adempiere correttamente al proprio ruolo sociale: dalla pratica di una sessualità che si dischiude nella dimensione istituzionalizzata del matrimonio, fino al momento della procreazione, la «ninfa» umana si avvale della protezione delle Ninfe divine. Ne è riprova un frammento di Eschilo, in cui la sposa di Zeus, sotto le mentite spoglie di una sacerdotessa argiva, le chiama a intervenire proprio nell’ambito in cui lei stessa esercita il suo dominio, quello cioè delle unioni legittime: rivolgendosi alle ninfe delle sorgenti, Era decanta il loro ruolo di guida delle giovani spose e deplora, invece, chi si vota a relazioni che esulano dall’alveo del legame coniugale.   Il rifiuto dell’eros da parte delle Ninfe d’acqua, insomma, non è qualcosa di generalizzato ma appare dettato da una precisa vocazione. Come creature appartenenti al mondo della natura selvaggia esse si trovano spesso nella condizione di vivere esperienze d’amore caotiche che puntualmente, tuttavia, rifuggono. Quando si mostrano inclini a praticare la sessualità, questa tende a ricadere dentro alla cornice dell’amore disciplinato.

Alla luce di queste riflessioni non sorprenderà di sapere che accanto alle vittime / testimoni di agguati erotici, come Aretusa e Ciane, i miti relativi all’epifania delle sorgenti annoverano anche figure femminili animate da una smisurata affezione coniugale. Il mondo greco tramanda la storia di Clite, la vedova del re dei Dolioni, che fu eponimo dell’isola di Cizico, dove lo uccise Giasone per un funesto errore. Ebbene, racconta Apollonio Rodio che:

La sposa (ἄλοχος), Clite, non sopravvisse alla morte / di suo marito (πόσιος) ma compì un’altra sciagura / più atroce, passando una corda (βρόχον) intorno al suo collo. / La sua morte la piansero anche le ninfe dei boschi, e di tutte le lacrime versate a terra dai loro occhi, / le dee fecero una sorgente che chiamano Clite, / e serba glorioso il nome della sventurata.

Giovanni Teresi

  (1) Carme anonimo dell’Antologia Palatina

 

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