Dalla tradizione latina alla globalizzazione – di Giovanni Teresi

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 Secondo un luogo comune assai diffuso, le società occidentali stanno vivendo una fase della storia nuova e, per certi versi, imprevista perché avrebbe segnato un solco traumatico con tutto ciò che, appena un paio di decenni prima, caratterizzava la vita sociale e ne costituiva i valori fondanti e portanti.

La causa di questa “accelerazione schizofrenica” della storia sarebbe da individuare nella “globalizzazione”, termine inizialmente adottato dagli economisti per descrivere la più evoluta manifestazione di un capitalismo internazionale che non conosce più confini statali e barriere nazionalistiche e si muove su tutto il globo con il libero scambio dei beni, del capitale e della manodopera; usato per estensione adesso , quasi con riluttanza, da storici, intellettuali,teologi, letterati per dare conto del libero scambio del sapere, della cultura, delle istituzioni .

Il fenomeno della globalizzazione in realtà è un insieme di fenomeni di straordinaria intensità e rapidità che investe l’intero pianeta in campo economico, sociale, culturale, ideologico e produce effetti che vanno dal superamento delle barriere materiali ed immateriali alla circolazione di persone,cose, informazioni,conoscenze e idee; all’affermarsi di condizioni economiche, stili di vita, visioni ideologiche uniformi sotto qualsiasi latitudine.

Nell’effetto più propriamente sociologico da molti studiosi è stata individuata la perniciosità della globalizzazione, che avrebbe scarinato il sistema di valori tradizionali, creando vuoti ideali e crisi di identità, in specie nelle nuove generazioni: la perdita di importanza della collocazione geografica e delle caratteristiche specifiche sociali, culturali ed economiche, la distruzione dei modelli di vita locali, “la profanazione” delle tradizioni popolari, con il diffondersi di usi , feste, costumi di importazione. Esemplare è la festa di “ Halloween”, di origine celtica e assai diffusa nei popoli anglo-sassoni e che adesso viene praticata in Italia dove ha affievolito fra i giovani il culto della ricorrenza “dei morti”. Ma ciò accade per il modo di vestire, il modo di parlare, i cibi consumati, i programmi televisivi, l’impiego del tempo libero.

In definitiva la “globalizzazione” sembra aver portato un serio attacco ad uno dei capisaldi del pensiero moderno, che è stato alla base del sistema politico, sociale, culturale: lo Stato – Nazione con tutto il suo contenuto di valori individuali e collettivi.

L’indebolimento del complesso dei valori di riferimento viene sicuramente avvertito dai giovani, che, nel momento delicato della formazione si trovano bombardati da messaggi fuorvianti, provenienti da un mercato cinico e senza regole, da una pubblicità invasiva e da una spinta smodata ai consumi, da una frenesia affaristica, da una cultura raffazzonata ed arrivista, da menzogne propagandistiche di una politica urlata e fatta di slogan.

Così si tende ad attribuire alla “globalizzazione”  l’aver generato la debolezza , l’insicurezza, la superficialità, l’irresolutezza, la tendenza all’effimero ed al ludico dei giovani, il loro disincanto, la mancanza di slanci ideali, di impegno politico, di volitiva passione, di progettualità costruttiva.

Il quadro raffigurato costituisce una seria minaccia per il futuro non solo delle nuove generazioni, ma per la stessa civiltà occidentale così come si è andata formando ed affermando nel corso di alcuni millenni. E, se realmente esso scaturisce dalla globalizzazione, diventa imperativo chiedersi come fronteggiarla, come combatterla.

Ma è proprio la globalizzazione il fattore destabilizzante?

E’ veramente un fenomeno nuovo che si è andato sviluppando negli ultimi due o tre decenni in virtù dell’irrompere sullo scenario della Storia di alcune prepotenti innovazioni politico-tecnologiche?

Oppure l’attuale è uno stadio di un processo che si ripropone ciclicamente

nella Storia dell’uomo , in presenza di condizioni date, seppure con cause, proporzioni e conseguenze diverse, e che ha soltanto subito una accelerazione in ragione dello sviluppo tecnologico ?

La Storia ha già conosciuto fenomeni di intensa integrazione culturale, sociale e politica, senza i quali il mondo non sarebbe quello che è oggi.

L’Impero Britannico che nel corso di quasi 300 anni ha governato all’incirca un quarto della popolazione mondiale e si estendeva su un’area che toccava i quattro angoli del globo, ha costituito un fenomeno riconducibile alla globalizzazione, ha profondamente trasformato la cultura , i modelli economici e politici , prodotto molti dei guasti oggi imputati alla globalizzazione, quali il deterioramento dei costumi, l’indebolimento dei valori tradizionali, il contagio delle nuove generazioni con culture esotiche e inferiori.

Tuttavia è innegabile che i valori universali ed inossidabili ne sono usciti rafforzati ed esaltati: dalla libertà alla democrazia, dal sentimento orgoglioso di appartenenza nazionale alla cooperazione ed al rispetto per la comunità internazionale, dalla centralità dell’uomo in quanto individuo, al diritto riconosciuto ad ogni individuo

di realizzarsi secondo le proprie capacità ed aspirazioni, dalla supremazia del merito al welfare, dalla libera iniziativa economica alla libera manifestazione e circolazione del pensiero.

Il primo, vero, straordinario fenomeno conosciuto dalla Storia identificabile con il termine adottato è stato l’Impero Romano: una globalizzazione “ante litteram” .

Dall’Inghilterra alla Siria, dalla Tunisia alla Baviera, dalla Romania alla Nubia, dalla Spagna ai confini dell’India e delle steppe russe, la globalizzazione si manifestò nella lingua latina che soppiantò quelle parlate da altri popoli, pur assimilandone termini e costruzioni sintattiche; ed ancora nell’urbanistica, nel diritto, nel culto religioso, negli scambi commerciali, nello sviluppo economico, nella formazione di una nuova classe di mercanti che accumulava enormi ricchezze, in una parola nel modello di vita che per semplificazione didattica si definisce “romana”, ma che in realtà era un modello di vita globale. Come internet, i mass media, i mezzi di comunicazione e di trasporto

altamente tecnologici ed efficaci hanno posto le premesse per la globalizzazione contemporanea, funzione simile ebbero le rotte di navigazione e l’ottimo sistema viario cui i romani dedicarono grande attenzione e risorse, insieme all’esercito che ne garantiva la sicurezza. Il mare, in tutta l’estensione del termine “ mare nostrum”, e la rete stradale favorivano la diffusione di idee e religioni, oltre a facilitare gli scambi commerciali.

Dalla periferia dell’Impero Romano, dalle provincie, le elites locali convergevano a Roma dove, introdotti nelle strutture del potere, diventavano funzionari, magistrati, senatori e persino imperatori.

Gli elementi base dell’alimentazione romana erano diffusi in tutte le provincie, anche le più lontane: il grano dell’Egitto, il vino della Grecia e della Gallia, l’olio di oliva di Spagna e d’Italia. I papiri, le spezie, l’avorio, le stoffe preziose arrivavano dall’oriente sino in Britannia.

Tutte le merci si acquistavano in sesterzi , che era l’euro del tempo, la moneta unica di tutto l’impero accettata anche oltre i confini negli scambi commerciali con l’India e con la Cina.

L’impero romano aveva dato vita ad una unità economica e, come si direbbe oggi, ad una unità finanziaria attraverso la moneta unica.

La globalizzazione romana comportò la scomparsa di culture e tradizioni locali, e la diffusione di medesimi usi, medesimi costumi, medesime religioni in quei territori, specie lungo le coste del “ grande lago” che avevano conosciuto un tempo civiltà così differenti come l’egiziana, la fenicia, la punica.

Ma le culture più forti vennero assorbite nella cultura globale: come l’ellenismo – celebre il pensiero di Orazio: “Graecia capta ferum victorem cepit”.

La cultura globale fu caratterizzata anche da conquiste militari, da colonizzazioni, appropriazioni di materie prime, da fenomeni di sfruttamento e asservimento di popolazioni, da persecuzioni etniche, da xenofobia, diceva Giovenale:

Usque adeo nihil est quod nostra infantia caelum hausit Aventini baca nutrit Sabina?”

(“ Non conta proprio niente, nutriti d’olive sabine, aver respirato sin dall’infanzia l’aria dell’Aventino?”)

E non mancarono le voci di coloro che censuravano questa evoluzione globale di Roma, come foriera di degrado, di lassismo, di corruzione dei costumi per i giovani.

È innegabile, però, che il sistema di vita occidentale è in buona parte l’evoluzione moderna del sistema di vita affermatosi nella globalizzazione romana.

Basti pensare all’alfabeto che utilizziamo per scrivere anche su internet.

La lingua italiana deriva dal latino, come buona parte del francese, dell’inglese, del portoghese, dello spagnolo. Il sistema giuridico occidentale deriva da quello romano. Il sistema stradale, dell’arte, dell’architettura non sarebbero gli stessi senza i romani.

La civiltà occidentale non sarebbe quella che è senza i romani.

Queste epopee globalizzanti del passato, in definitiva, hanno prodotto una imponente evoluzione di civiltà dell’uomo e della società e sono state tutt’altro che esiziali per i valori tradizionali dominanti e determinanti nella loro essenzialità, che ne sono usciti

immutati e rafforzati piuttosto che degradati e mortificati.

Tornando alla domanda chiave posta all’inizio di queste riflessioni; si può conclusivamente affermare che questa nuova fase di globalizzazione dovrebbe essere la causa di effetti devastanti per il sistema dei valori che ha costituito l’architettura di tutta l’azione dell’individuo nel suo essere “io” e nel suo “essere sociale”nella civiltà occidentale.

Nella satira XIV Giovenale (1) inconsapevolmente fornisce una chiave di lettura che sposta la ricerca delle cause della “ crisi di valori” dalla globalizzazione a qualcosa di meno universale meno titanico, ma probabilmente più drammatico perché chiama in causa responsabilità che non evocano “ il mostro apocalittico” che sfugge al controllo dell’individuo e della collettività nazionale e per tale ragione quasi giustificate dalla ineluttabilità e da una sorta di auto assoluzione, responsabilità che invece si configurano dirette e individuali ed individuabili in ogni singolo protagonista della vita sociale contemporanea.

 

Giovanni Teresi

 

(1) L’importante è possedere, non importa come – Giovenale Satira XIV 179-209 Nel testo di questa satira, che attribuisce alla famiglia la responsabilità di crescere giovani viziosi a immagine dei genitori, si distinguono i nobili insegnamenti di sobrietà, che in passato venivano impartiti ai figli, dai sordidi precetti di avidità che improntano di sé l’educazione moderna. Da questa satira dedicata a un argomento fondamentale come quello dell’educazione si misura tutto il senso di inadeguatezza e incapacità dell’uomo antico nel risolvere i problemi sociali.

 

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