“L’amore platonico” Poema di Giovanni Teresi dall’Antologia “Canto Greco” Ediz. Nuovi Poeti -Vaprio D’Adda (MI)

 

 

 

Sulle chete colline ridenti

Zefiro soffiò con inaudite forze

sollevando sterpi e polveri ingenti;

preparava la terra ad accoglier

/nelle pozze

le acque fertili con gioia…

Transumavano gli armenti

/vicino la fiumarella

sull’erba tenera con gaia

guida d’una leggiadra pastorella,

che di tanto in tanto rincorreva

le stupide pecore belanti;

così fresca allegria faceva

su quei colli con grida e canti.

L’erbosa valle s’estendeva rigogliosa,

vicino ad una cittadella radiosa

chiamata Segesta, ch’era famosa

per il commercio e le sue gesta.

Sulla vicina piazza a sera

/si radunava la gente mesta,

in processione andava portando

fiori e ceri, a ritmo danzando…

inneggiava cantando un inno sacro

/al tempio.

Lì giunti e prostrati al Dio,

si consumavano i ceri in silenzio pio,

ciascuno si chiudeva nel proprio io.

Coscienziose dell’offerte opulenti,

le fanciulle sfilavano nei loro panni,

offrivano con gesti lenti

i canestri colmi di frutta e carni.

S’uccideva il bue, l’agnello…

Continuavano le danze a notte fonda,

finché  nell’oscuro mantello,

lasciava il dì l’ultima sua onda.

Da lì a poco il tempio s’illuminava

/di tenui luci,

imponendosi maestoso tra il volo d’uccelli.

I festanti stanchi lasciavano alle fauci

dei lupi le ossa e le pelli;

poi rinvigoriti dall’alba gioiosa,

iniziavano da amici e fratelli

a lavorare la terra non più ombrosa.

Anche la pastorella, di nome Altèa,

volgendo lo sguardo all’aurora,

si spogliò delle sue vesti, altera

nella fiorita primavera,

rincorrendo le pecore ogn’ora.

Visto che  danze e  canti

/divennero i misteri,

si costruì un teatro di forma circolare,

ove lasciare i propri pensieri.

Allora, volò in circolo alare

una bianca  tenera colomba…

si pensò portasse dai vicini Greci

delle buone nuove dall’ombra

dell’imminente guerra con i Fenici.

Ma…le acque minacciose s’estesero

a deturpar le vicine sponde.

Zeus furente dipinse il cielo tutto nero

come pure il mare colle sue onde.

L’ammonimento fu valido per un anno,

dopo si riprese a danzare, a cantare

senza pensare ad alcun affanno.

S’offrirono fiori sull’altare…

Dalle taverne Bacco usci tra i vicoli sinuosi

offrendo il novello vino rosso e bianco;

Sileno seguì traballante gli amorosi

nel frenetico ballo fianco a fianco.

Altèa, fanciulla bella e sana,

non conosceva ancor alcun uomo;

ma pensava sola nella sua tana

d’incontrar  il suo principe buono.

Furono eretti molti santuari

agli Dei dell’Olimpo; si dettero feste

/alle Delphinia,

che, a primavera e alle fasi lunari,

facevano gustare le primizie offerte dalle Thargelia.

Ma per selve inesplorate e valli ombrose,

aspetto guerriero assunse la festa d’Apollo,

dio dall’arco d’argento e dalle frecce radiose.

Colà giunse, attirato da una cerva e da un pollo,

un giovane, Atteòne famoso cacciatore.

L’ospitale isola accolse pure Artèmide la bionda

anch’ella amante dell’arco, la faretra in tutte l’ore.

Le frecce dalle punte d’oro scoccate dalla bionda

andavano dritte al segno tra fronzuti faggi.

In compagnia di Ninfe e giovanette mortali

trascorreva le sue giornate con assaggi

di lepri, lungi dalla guerra e dai mali.

Atteòne s’avvicinò per ammirare

da vicino la dea, che celere col cavo della mano

spruzzò semplice acqua di mare

in faccia al cacciatore sin allora umano.

Subito ad Atteòne spuntarono le corna, il pelo,

gli si mutarono in zampe le mani,

ansante fuggì affrontando il gelo

disperatamente inseguito dai suoi stessi cani.

Però la bella Artèmide era d’animo gentile,

protesse le donne che a lei si rivolgevano

e al parto ne alleviò i dolori amari come la bile.

Sulla spiaggia sicana le sirene cantavano,

l’acque si quietavano e posavano i venti,

i naviganti quelle voci leggiadre udivano,

veleggiavano emozionati battendo i denti.

Attratti dalle ninfe formose,

dimenticarono le mogli partorienti,

come d’incanto furono attratti da inutili cose.

Le donne a terra si tiravano i capelli,

gridavano strappandosi le vesti consunte…

Lì vicino altri uomini ponevano gioielli

sui gradini dei templi di Selinunte.

Tutto quel vociare stralunato

sulle lunghe spiagge indorate

annebbiò la vista e mozzò il fiato

ai marinai per intere giornate.

Lontana dal frastuono, Altèa sognava

con le sue pecore belanti,

una calda preghiera volgeva

ai numerosi dei vaganti

tra le calcaree colonne poste a dismisura

sui verdi colli e sulle pianure estese

volte al cielo, alle stelle

/con le maestose mura.

Povera, solitaria, bella ma cortese

Altèa tra le canne della fiumarella

vide muoversi qualcosa;

subito sentì nel suo cuore una fiammella…

Era un giovane! Divenne radiosa.

S’aggirava guardingo tra gli arbusti

un abile cacciatore di nome Oriòne

col suo cane, le frecce, gl’archi giusti,

con coltelli ed anche un piccone.

Alla vista della bella giovinetta

il suo sguardo divenne smagliante,

simile ad una cerva su d’una vetta,

l’osservò immobile e ansante:

Qual è il tuo nome? O gracile fanciulla!

Un egual fiore non sboccia in tal luogo,

né agile gazzella si ferma nel nulla

ad osservar le proprie carni presto sul rogo!”

La giovane, timida e pensosa alle crude parole

del  cacciatore spavaldo, indietreggiò:

Il mio nome è Altèa…” il suo viso

/avvampò come il sole

“ sono sola con le pecore” balbettò.

L’abile Oriòne sfrecciò un sorriso:

Allora tra i templi cacciagione ce n’é tanta!

Non puoi nascondere il rossor del tuo viso!

Se parlar non vuoi, almeno canta”

Così un leggero suono di piffero di canna

si levò attorno con armoniose note,

le membra si sciolsero come fior di panna

e al sole più bianche erano le sue gote.

A tal inusitata timida bellezza

Oriòne non esitò a farle un dono

trasse dalla farètra con gaiezza

un piccolo anello cantando così a tono:

“Non vedranno mai i miei occhi

cotanta bellezza calpestar le zolle!

Le note vagar eleganti ai tocchi

delle sottili labbra empiendo

                            /di magia il colle,

di fiori profumati è colma l’aria fine

e dolce amor cosparge la tua danza!

Raggio di sole è il dorato crine,

batte il mio cuore con baldanza…

Tal dono è piccola cosa!

Non voglia Venere adombrarsi

per la terrena bellezza gioiosa,

ma faccia sì che amarsi

sia accompagnato da simil canto

tra i templi maestosi”.

Nella prospiciente verde valle

un volo di stormi copiosi

si levò tra i rami dell’irto calle.

Sìrio, fido cane d’Oriòne, puntò

le astute orecchie pronto a prendere

la selvaggina, tra sterpi e sassi saltò

baldanzoso cominciando ad abbaiare.

Il cielo si cosparse di fitte frecce

che l’abile cacciatore scagliò tra i colombi…

Altèa d’istinto sciolse le bionde trecce,

indi indietreggiò muovendo

/gli scultorei lombi;

l’anello intanto provava al dito, timorosa

guardando Oriòne ed il suo cane ansante.

Artèmide, colla sua abilità, gelosa

disdegnava tal puro sentimento gigante,

schioccò due frecce dritte ai cuori

di Sirio e Oriòne che tramortirono tra le canne.

Zeus, che dall’Olimpo, scrutava fuori…

da tal gesto inusitato volle trarne

il ricordo del cacciatore e del suo fido

in mirabile eterna costellazione.

Ad Altèa rimase l’anello al dito,

un attimo d’amore che non fu finzione;

guardò in alto l’oscuro cielo,

intravide tra le stelle severe e immote

la costellazione, commossa si tolse il velo.

L’amor, che segnò il giovine cuore,

mutò il destino in caparbio e duro…

L’odio si versò su Artèmide in tutte l’ore,

serbò l’aureo anello vicino a un muro.

Altèa divenne fragile e cogli anni vecchia.

Sirio e Orine stanno ancor lì tra le stelle

a guardar la stanca terra senza macchia

divenuta rinsecchita e senza pelle.

                                                                    Giovanni Teresi

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