Il mito di Ulisse nella Commedia di Dante Alighieri -Analisi letteraria di Giovanni Teresi

 

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Sul piano letterale e istoriale, il paradiso terrestre è il luogo d’infinita delizia, che Dio dette all’uomo, creato buono e a bene, “per arra a lui d’etterna pace”, e che questi ha perduto “per sua difalta” (Purgatorio XXVIII – XXXIII); è  il monte, che i poeti antichi intravvidero, quando celebrarono “l’età de l’oro e suo stato felice” (Purgatorio XXVIII 139 sgg.). nella cosmografia dantesca esso ha un posto preciso: si stende sulla vetta del monte che sorge nell’emisfero australe in mezzo all’Oceano, agli antipodi di Gerusalemme. Poiché il sacrificio di Cristo ha redento l’uomo dal peccato originale, sui fianchi dello stesso monte ha sede il purgatorio, dove le anime si redimono; giunte sul paradiso terrestre, diventano degne di ascendere al cielo.

Da tale punto di vista, l’intervento divino può essere considerato come punizione di un gesto di conscia e quasi sacrilega audacia, una insubordinazione contro l’ordine divino. Così Bruno Nardi: “Ulisse … personifica in sé la ragione umana insofferente di limiti e ribelle al decreto divino che interdiceva all’uomo di mettersi sulla via che conduce al regno della vita” ( Dante e la cultura medievale, cit. p. 161 sg.). Dal racconto dantesco non risulta affatto che Ulisse volesse deliberatamente raggiungere una meta vietata e che voglia forzare i limiti che le sono imposti da Dio. Restando alla lettera del testo, Ulisse è un navigatore troppo audace, che vuole tutto vedere e conoscere e che viene arrestato da Dio ai limiti di ciò che non si deve conoscere.

Ulisse riconosce nel turbine, che tronca a lui e ai compagni il cammino verso il paradiso terrestre, la difesa di un ordine che egli era sul punto di violare: “com’altrui piacque”, cioè “come piacque a Dio”. In queste parole sembra sia implicito un giudizio negativo di “dignità” ( infatti, Dante raggiungerà il “lido deserto”, ascenderà al monte e sarà spettatore nel paradiso terrestre di miriadi cose ed eventi, in virtù di quella grazia che aveva operato analoghe deroghe per Enea e per Paolo). La sua frase conclusiva “infin che ‘l mar fu sopra noi chiuso” sembra nella sua semplice solennità riflettere la temeraria ansia dell’eroe: il mare, che si “richiude” sopra lui e i suoi compagni, restituisce l’eterna solitudine sulla spiaggia inviolata del paradiso terrestre. Questa è la “fabula” nel suo significato istoriale. Se l’episodio di Ulisse ha un significato, che va oltre la fabula e, quindi, ha una funzione organica nella motivazione ideale del viaggio dantesco, l’attributo della “paganità”, che, in sostanza, appartiene alla fabula, sul piano istoriale non è affatto rilevante poiché l’accesso al paradiso terrestre non è vietato solo ai pagani, ma a tutti gli uomini dopo il peccato originale (Enea, pagano, per scendere all’inferno fruisce della deroga, che a Ulisse è negata). Nel significato parabolico, come si connette con il paradiso terrestre in quanto simbolo della felicità, raggiungibile sulla terra mediante “virtude e conoscenza”, il mito dantesco di Ulisse vuole mostrare che a tanta perfezione non è possibile giungere, nemmeno da parte di chi abbia superato i legami con la fisicità (passioni e appetiti), e quelli con la propria storicità (gli affetti della patria e della famiglia), quando no vi sia l’assenza della grazia. Nel  XXVI canto dell’inferno, il poeta non ha sentito il bisogno di chiarire perché Ulisse non si è trovato sotto il segno della grazia divina, a differenza di Enea e di lui stesso. Il mito di Ulisse ha inizio dal punto in cui la mente che conosce si è liberata dalle pesanti remore del corpo (cioè dal momento in cui l’eroe si è dipartito da Circe, i cui allettamenti lo avevano legato per un anno). Liberatosi dai richiami dei sensi, Ulisse chiude il suo animo anche affetti familiari che lo determinano come persona; così il suo ardore di conoscenza potrà rivolgersi, libero e pieno di sé, al mondo deli uomini e delle loro opere. Alla fine, gli varca le colonne d’Ercole, insieme con i suoi compagni, al pari di lui divenuti vecchie tardi, e, lasciato il mondo delle sperienze umane, si spinge audacemente verso l’esperienza cosmica, quella del “mondo senza gente”. La navigazione per l’oceano deserto è come un volo sulle ali della speranza verso una meta ignota; ma è folle. La follia del volo (ribadita in Paradiso XXVII 82 sg.: “ il varco Folle d’Ulisse”) fa riferimento solo alla temerarietà della navigazione oltre i limti che erano creduti definitivamente fissati e invalicabili alle possibilità umane (cfr. “folle strada” Inferno VIII 91; e Inferno II 35). Essa in sé non ha nulla a che vedere con la stoltezza di chi crede di potere penetrare con la ragione il dogma più arduo della fede, condannata in Purgatorio III 34 “Matto è chi spera che nostra ragione …”. Il riscontro esiste se mai solo sul piano parabolico, fra la “follia” di chi crede di raggiungere la libertà morale sulla terra senza aiuto della grazia e quella di chi crede di potere penetrare solo con la ragione il mistero del dogma.

Giovanni Teresi

 

 

 

 

 

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