La Sicilia terra promessa degli Armeni -Ricerca storica di Giovanni Teresi

Gli Armeni in Sicilia – foto storica – ricerca immagini tramite google

 

In Sicilia la città di Trapani godeva di una posizione favorevole rispetto alle rotte commerciali tra il Levante e il Mediterraneo occidentale e doveva annoverare tra i suoi abitanti anche degli Armeni, come suggerisce la presenza in città di un Francesco de Armenia nel 1453 e di un Pietro de Armenia nel 1500, oltre che la costruzione di un sepolcro nazionale armeno per opera di un certo Paolo Bogos nel 1663.

I rapporti tra gli armeni e la Sicilia non si limitarono al secolo e mezzo di vita del regno d’ Armenia in Cilicia, né furono soltanto di natura commerciale. I primi contatti documentati risalgono almeno al VI secolo d. C., quando l’ armeno Artabanes fu nominato comandante dell’ esercito nell’ Isola.

Di stirpe armena era anche Mezezius, che nel 668 avrebbe usurpato il trono dopo

l’ assassinio di Costante II a Siracusa, venendo a sua volta ucciso di lì a qualche mese.

Altri armeni  giunsero sull’ isola come soldati di Bisanzio, o perseguitati e banditi

dall’ impero, come i ribelli del tema armeniaco che nel 793 l’ imperatore Costantino VI fece disperdere nella Sicilia e in altre isole.

Allora le coste armene erano percorse da corsari genovesi che poi vendevano gli schiavi anche in Sicilia. Trapani era luogo di transito di una delegazione armena in viaggio per Roma. In quel periodo fu un fatto importante  il matrimonio tra un armeno e una siciliana e il loro successivo trasferimento a Laiazzo.

L’ Armenia del “Decameron” fu un regno formatosi in Cilicia ai tempi delle crociate con

l’ appoggio degli stati europei e del Papato, e sopravvissuto fino all’ invasione mamelucca del 1375.

Nel 1271 Marco Polo, diretto nel Catai, attraversò la piccola Armenia e descrisse Laiazzo come un luogo di transito obbligato per quanti volevano inoltrarsi in Asia. In questo periodo i rapporti tra Armenia ed Europa furono intensi. I sovrani armeni cercavano di favorire le relazioni commerciali con gli europei accordando esenzioni da diritti doganali, donazioni immobiliari e concessioni in materia di amministrazione della giustizia. Tali privilegi venivano sanciti da documenti redatti in armeno e tradotti in francese o latino.

Uno dei quattro documenti di questo tipo pervenuti nell’ originale armeno – prezioso anche perché è un rarissimo testimone della lingua cancelleresca in uso nel regno

d’ Armenia – fu concesso proprio ai Siciliani da re Lewon IV nel 1331, anche in virtù del legame di parentela che lo univa al re di Sicilia.

Lewon, raggiunta la maggiore età, aveva fatto assassinare la sua prima moglie per sposare Costanza

d’ Aragona, figlia di Federico III re di Sicilia e già vedova del re di Cipro. Questo documento è interessante anche per le vicende della sua trasmissione, legata a uno degli episodi più dolorosi della storia siciliana. Ancora verso la fine del XVI secolo, proprio a Messina, si ricordano dei mercanti di Sis, capitale del regno

d’ Armenia in Cilicia, e padre Alishan – uno dei maggiori eruditi armeni dell’ Ottocento – riportando le parole di un viaggiatore armeno, secondo cui i siciliani «vogliono le famiglie armene», commenta: «come anche i nostri (scil. gli Armeni) vogliono loro, per il proprio profitto».

Verso la metà del secolo successivo Alishan, nei suoi scritti, menziona la presenza a Venezia di mercanti armeni in affari con Palermo e con altri mercanti siciliani. A questi episodi  il celebre arabista Michele Amari collega il toponimo Qal’ at al-Armanin, rocca degli Armeni, ricordato da Ibn al-Atir tra le conquiste arabe dell’ 861. La partecipazione di Armeni ai primi scontri arabo-bizantini per il controllo dell’ Isola è legata alla spinosa interpretazione delle fonti arabe. E così rimane incerta l’ origine armena di Balata, che si oppose fino alla morte al ribelle Eufemio, alleato degli arabi, come è dubbio che il patrizio Teodoto, inviato in Sicilia da Costantinopoli nell’ 828/29, fosse al comando di un contingente armeno.

Poco più tardi, nel 1042, quando ormai tutta la Sicilia era in mano agli arabi, Messina resisteva, difesa da un certo Katakalon, protospatario e comandante della legione armeniaca. Altri indizi rivelano nessi di matrice religiosa tra la Sicilia e il mondo armeno. Nell’ 870 Pietro di Sicilia, enigmatico autore della “Historia Manichaeorum”, si sarebbe recato a Tefrice – odierna Divrigi in Turchia – centro dei Pauliciani d’ Armenia, per negoziare il rilascio di prigionieri bizantini. Inoltre, alcuni santi originari dell’ Isola o a essa legati, come San Gregorio di Agrigento e San Pancrazio da Taormina, sono ricordati nel sinassario armeno, mentre la “Vita armena” di Gregorio Taumaturgo narra come in Sicilia egli abbia arrestato il fuoco del vulcano che minacciava una chiesa, episodio ignoto alle tradizioni greca e latina della vita del santo. Una presenza armena nell’ Italia meridionale evoca la vicenda delle reliquie di San Bartolomeo, connesso con la prima cristianizzazione dell’ Armenia, giunte dapprima a Cipro, dove si era insediata una comunità armena, per proseguire poi alla volta delle isole Lipari, poco prima del 600, e trovare finalmente ricovero a Benevento al tempo delle prime incursioni arabe. Secondo Alishan, lo stesso San Gregorio Illuminatore, artefice della conversione

dell’ Armenia nel IV secolo, fu proclamato nel 1753 custode e protettore di Palermo, dove furono traslate alcune sue reliquie, e a lui sarebbe stata intitolata in passato la chiesa parrocchiale di Nissoria, nella diocesi di Nicosia, oggi dedicata a San Giuseppe. La presenza di armeni a Messina nel primo quarto del XVIII secolo sarebbe, invece, provata – sempre secondo Alishan – dalla loro partecipazione al pellegrinaggio a Roma in occasione del Giubileo del 1725. Fonti di diversa natura ed epoca testimoniano, quindi, che i contatti tra il mondo armeno e la Sicilia furono duraturi e riguardarono aspetti politici, economici e religiosi.

Giovanni Teresi

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