COSPIRANDO IN GRAN SEGRETO – Compendio al testo storico “Sui moti carbonari del 1820 ’21 in Italia” di Giovanni Teresi

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COSPIRANDO IN GRAN SEGRETO

Le società segrete italiane che cospiravano contro l’ordine

istituzionale e politico della restaurazione post-viennese,

si dividevano sostanzialmente in due grandi «correnti»

cui si rifaceva tutta la miriade di società segrete della

penisola: le organizzazioni che facevano capo ai «Sublimi

maestri perfetti» di Filippo Buonarroti – egemoni al Nord

e in particolare in Piemonte e Lombardia – e la Carboneria

– estremamente radicata nel centro-sud, in particolare

nell’area napoletana.

Nei primi anni della restaurazione, la messa al bando

della massoneria aveva accelerato la formazione delle

società segrete, composte in particolar modo da militari

e ufficiali. Tra queste, avevano avuto un rapido sviluppo

l’«Adelfia» e l’«Ordine Guelfo»: la prima – radicata soprattutto

in Piemonte – raccoglieva adesioni in particolar modo

tra le fila dell’esercito e nelle principali città, la seconda

– più omogeneamente diffusa nelle regioni del nord, ma

numericamente meno consistente – era stata fondata

da un ex ufficiale napoleonico ed era composta quasi

esclusivamente da massoni. Entrambe queste società, di

tendenze democratiche e repubblicane, erano collegate

all’organizzazione ginevrina di Filippo Buonarroti (il «Gran

Firmamento») e, quando questi procedette alla riorganizzazione

delle sette che a lui si rifacevano, si fusero nel

1818 dando vita ai «Sublimi maestri perfetti», lo strumento

che, nelle intenzioni del Buonarroti, doveva servire a

dirigere e coordinare tutte le sette. Successivamente, nel

1820 i «Sublimi maestri perfetti» fondarono un’economia

subordinata (così venivano chiamate le strutture organizzative),

la «Federazione italiana». Formata da nobili e

borghesi d’ispirazione antiaustriaca, da giovani ufficiali,

presente in Lombardia e Piemonte e diretta dal Confalonieri,

la Federazione poteva vantare un grande influsso

sul gruppo della rivista Il Conciliatore. Sempre legato alle

attività di Buonarroti era il gruppo «Costituzione latina»

attivo, dal 1818, nei possedimenti pontifici dell’Italia centrale

e sorto dalla fusione della locale Carboneria con la

setta «Società guelfa».

Lo schema organizzativo delle sette collegate ai «Sublimi

maestri perfetti» si sviluppava su tre livelli di iniziazione,

nettamente separati tra loro, ognuno con la propria

struttura interna e simboli. Il grado inferiore era quello

dei «maestri perfetti» che prestavano giuramento alla

fraternità e all’eguaglianza. Il livello intermedio, quello dei

«sublimi eletti» era composto da adepti che avevano la

responsabilità di controllare il grado inferiore e di tenere

i collegamenti tra la base e il vertice della piramide: essi

s’impegnavano a lottare per la costituzione repubblicana

fondata sulla sovranità popolare. In cima alla gerarchia

c’era il grado più elevato, quello dei «diaconi mobili», un

gruppo estremamente ristretto collegato direttamente

con il «Gran Firmamento» di Ginevra (cioè con lo stesso

Buonarroti): giuravano di perseguire l’abolizione della

proprietà privata e la comunanza completa di beni e di

lavoro. Questa struttura clandestina, estremamente rigida,

era perfettamente coerente con il programma politico

del Buonarroti che si rifaceva al più stretto spirito giacobino:

creare una repubblica unitaria sotto la dittatura

rivoluzionaria di una ristretta elite (i «diaconi mobili») che

dovevano risvegliare le masse popolari dal loro sonno e

prepararle all’obiettivo finale, la società di tipo comunistico,

nella scia della cultura politica che aveva caratterizzato

l’ala sinistra della Rivoluzione francese dell’89, di cui Buonarroti

era stato uno dei massimi esponenti (con Babeuf

era stato tra i dirigenti della fallita «congiura degli uguali»,

dopo il Termidoro, nel 1796). Nei fatti, però, il profondo

mistero che circondava i gradi più alti della piramide del

Buonarroti, limitò molto la diffusione del suo programma.

In Italia, poi, le circostanze politiche portarono i massimi

dirigenti dell’organizzazione a limitare il proprio orizzonte

programmatico alla guerra antiaustriaca e a proporre la

creazione di un regno costituzionale nel nord del paese.

La gran parte dei «federati» ignorava il programma repubblicano

e comunistico del Buonarroti e si limitava a

dividersi tra le due ipotesi costituzionali allora più diffuse,

la moderata Charte francese e la più democratica costituzione

spagnola del 1812, mentre venivano lasciate alla discrezione

e all’iniziativa dei gradi superiori le modalità che

doveva assumere l’attività delle sette. Spettava ai «sublimi

maestri» la decisione sul se e quando dirigere le insurrezioni

in senso democratico, come recitavano le istruzioni

impartite nel luglio 1820: «Nel caso circostanze favorevoli

portassero una rivoluzione, i presidenti delle riunioni

devono adoperarsi perché cada in mano a loro stessi o a

individui da loro dipendenti la direzione della medesima».

Meno articolata era l’organizzazione della Carboneria, che

egemonizzava le società segrete nell’Italia meridionale. Di

origini francesi, si diffuse nel sud del paese a partire dal

1806 e fino alle fallite rivoluzioni del 1820-21 fu l’organizzazione

segreta più numerosa a diffusa. I suoi membri

(chiamati «buoni cugini») si riunivano in sezioni, le «Vendite

», spesso assolutamente autonome l’una dall’altra.

Anche nella Carboneria abbondavano i rituali e il culto

della segretezza, spesso mutuati dai riti massoni. La cerimonia

d’iniziazione del nuovo adepto, sempre presentato

da un membro della «Vendita», era ricca di suggestioni e

si svolgeva in un clima di misticismo laico in cui l’iniziato

metteva la sua vita a disposizione della causa comune e

nelle mani dei nuovi confratelli cui si legava in un vincolo

di solidarietà. Ecco uno dei rari esempi conosciuti del

testo di un giuramento carbonaro: «Io, prometto e giuro,

sugli statuti generali dell’ordine e su questo acciaio, stru-

mento vendicatore dello spergiuro, di mantenere scrupolosamente

il segreto della Carboneria; di non scrivere,

incidere, dipingere nulla che la riguardi senza prima aver

ottenuto un permesso scritto. Giuro di aiutare i miei buoni

cugini in caso di necessità nel limite delle mie forze, e di

non attentare mai all’onore delle loro famiglie. Consento

e voglio, se vengo meno al giuramento, che il mio corpo

sia fatto in pezzi, bruciato, e le ceneri sparse al vento,

perché il mio nome sia oggetto di esecrazione dei buoni

cugini di tutta la terra. Che Dio mi assista».

Gli obiettivi della Carboneria erano altrettanto elastici

quanto quelli delle sette affiliate ai «Sublimi maestri perfetti

» del Buonarroti. Essa si era sviluppata rapidamente

nei primi anni del XIX° secolo nella lotta contro Murat, re

di Napoli ed era l’espressione dell’emergente borghesia

delle province napoletane che mal tollerava le strutture

feudali del regno di Napoli e, contemporaneamente,

aveva una forte sfiducia verso l’amministrazione di tipo

francese importata in Italia da Napoleone. Il ritorno dei

Borbone sul trono delle Due Sicilie non aveva risolto le

contraddizioni materiali alla base dell’esistenza della setta.

Il regime di polizia instaurato da Ferdinando I, aveva

anzi provocato un’ulteriore diffusione della Carboneria

che era molto diffusa tra i piccoli proprietari, i professionisti,

i mercanti, gli artigiani, il basso clero e – soprattutto

– nell’esercito tra gli ufficiali di grado inferiore. In contatto

con il brigantaggio, in alcune zone, godeva anche del

favore dei settori contadini oppressi dal latifondismo, che

speravano di veder soddisfatte le loro richieste di terra.

Il programma politico della Carboneria (anche di quella

più radicata e consolidata come quella napoletana) era

ancor più vago di quello delle società segrete del nord Italia.

La costituzione era comunemente considerata l’unico

mezzo per contrastare l’assolutismo borbonico e, quindi,

diventava il principale obiettivo da perseguire. In tal senso

la Costituzione spagnola del 1812 diventava il punto di riferimento

più diffuso, anche se non mancavano «Vendite»

più moderate che preferivano la Charte francese. Questa

articolazione di opinioni era resa possibile anche dall’assenza

di una direzione centrale (neppure del tipo molto

mediato dai gradi gerarchici che caratterizzava le organizzazioni

buonarrotiane). Quest’eterogeneità emerse

chiaramente durante la rivoluzione napoletana del 1820-

21: dopo i successi iniziali i carbonari si divisero presto tra

democratici e moderati, portando ben presto alla paralisi

il nuovo assetto istituzionale.

Diventata un’organizzazione pubblica dopo la rivolta del

luglio 1820, la Carboneria crebbe enormemente dal punto

di vista numerico, ma iniziò un percorso di divisione

lacerante che finiva per confermare il giudizio sulle sette

dato dal cancelliere austriaco Metternich qualche anno

prima: «Divisi tra di loro per quanto riguarda le opinioni

e i principi, i seguaci di queste sette si denunciano reciprocamente

ogni giorno e sarebbero pronti domani ad

armarsi gli uni contro gli altri». I carbonari napoletani non

giunsero a tanto, tuttavia essi non seppero trovare un

livello d’unità d’azione nemmeno di fronte al pericolo

costante di un intervento militare austriaco. Essi non operarono

nemmeno alcun serio tentativo di allargamento

della rivoluzione agli altri stati italiani e solo con le truppe

austriache ormai in marcia lanciarono un appello – che

cadde nel vuoto – alle altre sette d’Italia. Essi erano anche

intimamente convinti che le grandi potenze non sarebbero

intervenute se la rivoluzione fosse stata circoscritta

alle province dell’Italia meridionale, dimostrando così

una scarsa comprensione della politica internazionale

e affidandosi al giuramento di fedeltà prestato alla costituzione

da Ferdinando I, che, invece, prontamente lo

tradì. I carbonari napoletani, con mentalità prettamente

illuministica, pensavano che per un re un giuramento

fosse altrettanto sacro e inviolabile quanto lo era per loro:

sbagliarono, palesando tutti i limiti di una cultura cui l’enfasi

dei toni cospirativi s’accompagnava alla genericità di

obiettivi e al volontarismo dell’azione politica.

Giovanni Teresi

 

Sui moti carbonari del 1820-21 in Italia - Giovanni Teresi - copertina
“Sui moti carbonari del 1820 ’21 in Italia- Eventi ed adepti poco noti del periodo”
Bastogi Edizione 

 

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